27 aprile 2020

Il Giappone dal sogno olimpico all’incubo della pandemia

 

Il Giappone si è reso protagonista di una gestione quantomeno peculiare dell’emergenza Coronavirus. Data la prossimità alla Cina, epicentro del contagio mondiale, i primi casi giapponesi non hanno tardato ad essere diagnosticati, ed è emerso il timore di una rapidissima diffusione in tutto l’arcipelago. Ciononostante, all’apparenza il governo Abe sembrava essere riuscito a circoscrivere il contagio, e l’unica regione del Paese interessata da misure speciali è stata l’Hokkaido. Una delle pochissime, se non l’unica, disposizione nazionale è stata promulgata all’inizio del mese di marzo e ha riguardato la chiusura delle scuole, con una ripresa della didattica prevista dopo la fine della pausa primaverile.

Ma i dati forniti dalle autorità giapponesi lasciavano presagire una situazione ben diversa: il ridotto numero di contagiati era probabilmente riconducibile all’ancora più ridotto numero di tamponi effettuati, così come il numero dei decessi è apparso da subito decisamente sottostimato. Inoltre, non sono state adottate delle vere e proprie misure restrittive, ma solamente delle raccomandazioni precauzionali, e la parola lockdown è sembrata essere un vero e proprio tabù, a differenza di quanto accadeva nel resto del mondo. La volontà politica dietro queste decisioni appariva abbastanza chiara: una prosecuzione dell’attività produttiva e della regolare quotidianità avrebbe contribuito a minimizzare la situazione, presentando un Paese in salute, in grado di gestire l’emergenza sanitaria senza pregiudicare il proprio tessuto economico.

Questa strategia aveva un obiettivo dichiarato, ossia mantenere vivo il sogno olimpico di Tokyo 2020. Il governo Abe avrebbe sacrificato qualsiasi cosa per mantenere in moto la macchina organizzativa, anche perché la cancellazione, o il rinvio, dei Giochi olimpici avrebbe generato un danno economico da circa 10 miliardi di dollari. Ma la realtà dei fatti era sempre più difficile da ignorare, e dopo alcune settimane di incertezza, il 24 marzo il Comitato olimpico internazionale (CIO) ha annunciato ufficialmente lo spostamento dei giochi al 2021. Si potrebbe affermare che questo sia stato un vero e proprio momento di svolta, sollevando numerosi interrogativi circa la gestione (o non-gestione) dell’emergenza da parte del governo giapponese.

In primo luogo, dal 24 marzo è possibile riscontrare un significativo aumento del numero di contagi e decessi. Infatti, sino alla fatidica data che ha spezzato il sogno olimpico, il massimo giornaliero di contagi era di 70 casi e mai più di 5 decessi. L’aumento è diventato costante in entrambe le categorie, con picchi di 743 casi e 32 morti nello stesso giorno. Fino ad alcuni giorni fa il Giappone registrava una media di 502 contagi e 17 morti. Un dato quasi irrisorio rispetto ai numeri registrati dai Paesi più colpiti, ma che rappresenta un’impennata considerevole per l’arcipelago. La gestione e comunicazione di questi dati è ancora, però, deficitaria. Questi vengono comunicati in maniera discontinua e con forte ritardo, mentre il dato relativo ai tamponi effettuati non viene aggiornato da tempo. La task force sanitaria istituita dal governo ha, per l’ennesima volta, ribadito di uscire di casa solo in caso di necessità e di evitare contatti interpersonali. Il ministero della Salute ha ricordato che il mancato rispetto di queste misure potrebbe causare 850.000 contagi gravi e sino a 420.000 decessi.

Di conseguenza, sono cambiate anche le misure di contenimento. O meglio, hanno iniziato ad essere adottate delle misure d’emergenza sulla falsariga di quelle prese dalla maggior parte della comunità internazionale. Lo stesso giorno dell’annuncio del CIO, il ministro degli Esteri Motegi Toshimitsu ha dichiarato il blocco degli ingressi nel Paese per chi proviene da 18 Stati europei (tra cui ovviamente l’Italia) e l’Iran, oltre a rinnovare la sospensione dei visti per i cittadini di Cina e Corea del Sud.

La settimana successiva, il primo ministro Abe ha annunciato le prime misure che il suo governo avrebbe intrapreso per sostenere la popolazione. Sebbene molti si aspettassero delle manovre di sostegno economico (arrivate in un secondo momento sotto forma di una tantum da 100.000 yen, al cambio attuale circa 855 euro), Abe si è concentrato sulla fornitura di mascherine. Lo stimolo alla produzione interna si sarebbe tradotto in 600 milioni di pezzi, di cui 15 milioni di mascherine chirurgiche destinate ai diversi ospedali del Paese. Per quanto riguarda la popolazione, Abe ha annunciato che il governo avrebbe fornito due mascherine di tessuto ad ogni nucleo familiare. Le reazioni non hanno tardato ad arrivare: le forti critiche verso il primo ministro si sono trasformate velocemente in una memeficazione della misura, con l’hashtag #Abenomask in cima ai trend su Twitter.

Non è stato promulgato un vero e proprio lockdown, a cui si sono opposti diversi partiti e buona parte della società civile per la sua incostituzionalità, ma si è continuato sulla strada delle raccomandazioni e con la chiusura di diverse attività commerciali durante il fine settimana. Solo recentemente, il 16 aprile, sono state introdotte delle restrizioni più drastiche, con la dichiarazione dello stato d’emergenza nazionale. I governatori delle 7 prefetture sono stati investiti di poteri straordinari, principalmente riguardo la possibile estensione della chiusura di scuole ed attività commerciali oltre il 6 maggio, ossia la fine della Golden Week. È stato inoltre approvato il sopra citato contributo individuale da 100.000 yen, mentre è ancora in discussione una possibile seconda rata, da 300.000 yen, per i nuclei familiari più colpiti dalla recessione causata dalla pandemia.

L’implementazione delle contromisure citate in questo articolo potrebbe però non essere sufficiente, lasciando il fianco a critiche sia dal punto di vista sanitario che da quello economico. La mancanza di trasparenza e i continui cambi di direzione hanno ulteriormente acuito i dubbi circa l’effettiva capacità del governo Abe di portare il Paese fuori dalla crisi. Le prossime settimane saranno quindi decisive per capire a quale stadio del contagio si trovi il Giappone, ora che il sogno olimpico è sfumato.

 

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Immagine: Effetto Coronavirus, meno persone del solito in una strada del quartiere di Shibuya, Tokyo, Giappone (16 aprile 2020). Crediti: image_vulture / Shutterstock.com

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