11 marzo 2019

Il K-pop alla sfida della tradizione militare

La Corea del Sud è uno dei pochi Paesi al mondo a mantenere un sistema di coscrizione obbligatoria per il servizio militare, nonostante i grandi cambiamenti economici e sociali che hanno investito il Paese sin dalla seconda metà degli anni Ottanta. Secondo la legge promulgata nel 1957, solamente pochi anni dopo la fine del conflitto che ha devastato e diviso la penisola, tutti i giovani di età compresa tra i 18 e i 35 anni dovranno necessariamente rispondere alla chiamata delle forze armate. A un periodo di addestramento e preparazione di circa cinque settimane segue il vero e proprio servizio di leva che, sebbene possa essere variabile, è quantificabile in circa due anni. L’entrata in vigore dell’obbligo militare non è quindi un termine fisso, ma posticipabile sino al compimento dei 28 anni (tale termine è stato recentemente modificato e anticipato, dato che il precedente limite arrivava ai 30 anni).

La Corea del Sud è anche uno dei Paesi con il più lungo periodo di coscrizione, superata solamente da realtà geopoliticamente particolari, se non uniche, come Israele, Singapore e Corea del Nord. Proprio la pace mai firmata con i fratelli settentrionali, oltre alla costante minaccia assertiva perpetrata dai Kim, ha messo in secondo piano la probabile obsolescenza di questa istituzione.

Per le nuove generazioni, il servizio militare è semplicemente un retaggio del passato che non aderisce più alle necessità del presente, caratterizzato da una forte instabilità economica e una disoccupazione giovanile in continua ascesa. Infatti, la leva obbligatoria ha storicamente due importanti obiettivi: rinforzare la sicurezza nazionale e portare avanti il processo di nation building. Sebbene possa agire da collante in momenti di forte emergenza nazionale, così come può fungere da strumento di livellamento sociale (spesso però tradito, come vedremo in seguito), questa istituzione non riesce più a soddisfare i due obiettivi sopracitati e fallisce anche nell’essere un ponte tra l’individuo e la nazione.

Come dicevamo, infatti, la legge non è esattamente uguale per tutti e nel tempo ci sono state diverse esenzioni, specialmente a vantaggio di importanti figure sportive. Oltre al tacito accordo che prevede l’esenzione per i medagliati olimpionici, esistono altrettanti contratti ad hoc: alla Nazionale di calcio che partecipò ai famigerati Mondiali del 2002 venne accordato un salvacondotto in caso di superamento degli ottavi di finale (partita che penso non sia necessario ricordare), stesso trattamento al tennista Hyeon Chung per il suo oro ai Giochi asiatici del 2014.

Nell’estate del 2018 si è presentato uno dei casi più eclatanti, poiché ha coinvolto l’atleta sudcoreano più conosciuto al mondo. Son Heung-min, attaccante del Tottenham Hotspur e capitano della Nazionale, ha potuto godere dello stesso privilegio in virtù della vittoria della selezione coreana ai Giochi asiatici. Il caso di Son, riportato dai media di tutto il mondo principalmente a causa dell’ipotetica differenza salariale (il Tottenham gli corrisponde circa 8 milioni di euro all’anno, nell’esercito avrebbe guadagnato poco più di 300 euro al mese), è velocemente diventato paradigmatico per quanto riguarda le disparità di trattamento, non solo verso la normale cittadinanza, ma anche verso altre personalità pubbliche.

Gli sportivi possono essere facilmente esentati, ma altrettanto non si può dire per artisti, attori e, soprattutto, idol. La loro penalizzazione appare ancora più evidente se confrontata con altri musicisti, dato che uno strumentista classico viene automaticamente esentato in caso di vittoria in grandi competizioni nazionali e internazionali.

In passato, quando il fenomeno del K-pop (Korean pop) non era così globale e globalizzante, il servizio militare veniva visto come una possibilità per “raddrizzare” personalità problematiche. In questo senso, uno dei casi più eclatanti è stato quello di Kim Hyun-joong, leader dei SS501, coinvolto in uno scandalo e accusato di violenza domestica ai danni della compagna. Nel 2015 rispose alla chiamata dell’esercito, decisione che venne interpretata come figlia della volontà di ripulire la propria immagine, dimostrare la propria maturità e rilanciare così la propria carriera.

Il caso Son ha contribuito a rilanciare la protesta delle fan delle idol band, che trovano ingiusta questa disparità di trattamento e non sono intenzionate ad accettare lo scioglimento delle loro band preferite per questo motivo. I BTS sono ovviamente i più discussi dai media di Seoul e difesi dalle fan (che per un incredibile scherzo del destino si chiamano ARMY). I due membri più anziani, Jin (Kim Seok-jin) e Suga (Min Yoon-gi), dovrebbero entrare in servizio nel biennio 2020-21 e hanno già dichiarato di non voler chiedere nessuna esenzione. Nonostante ciò, l’incredibile popolarità della band, la vibrante protesta social da parte delle fan e il consolidato ruolo di ambasciatori del Paese hanno dato nuova linfa al dibattito politico sul servizio di leva e sull’opportunità di rivedere la legge sulla coscrizione obbligatoria.

Alcune importanti figure politiche si sono espresse a riguardo quando i BTS hanno ricevuto l’Ordine al Merito culturale, venendo insigniti della medaglia Hwagwan, dal presidente Moon Jae-in. Il primo ministro Lee Nak-yon ha lasciato intravedere un’apertura, dichiarando che l’istituzione militare dovrebbe intraprendere delle ragionevoli misure per venire incontro alle richieste della società coreana. Queste parole vanno però bilanciate con il sostanziale rifiuto da parte del ministero della Difesa, che ha rilasciato un comunicato ufficiale nel quale si delinea la possibilità di abolire qualsiasi tipo di esenzione.

Quest’ultima misura appare estrema, oltre ad essere in totale controtendenza sia rispetto alla direttrice economico-sociale del Paese sia verso le crescenti richieste di buona parte della società civile. In questo caso la legge non rispecchia più la realtà della Corea del Sud, e l’attuale struttura del servizio militare è riflesso di un Paese in perenne pericolo e in stato di guerra, aspetto che è più aderente agli anni Sessanta che ai giorni nostri. I BTS hanno contribuito a riportare il dibattito nell’arena politica, mobilitando e portando ad informarsi tanti giovani coreani che dovranno necessariamente essere il motore del cambiamento.

 

Immagine: I BTS alla 61a edizione dei Grammy Awards, Staples Center, Los Angeles, CA  (10 febbraio 2019). Crediti: Kathy Hutchins / Shutterstock.com

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