18 ottobre 2020

Il Mediterraneo, da frontiera a trincea

 

Storicamente luogo di contaminazioni tra civiltà e culture diverse, il Mediterraneo rappresenta una sorta di confine liquido tra i paesi europei e quelli appartenenti alla regione del Nord Africa e del Medio Oriente che si affacciano sul bacino. Tuttavia negli ultimi decenni il cosiddetto “Mare Nostrum” ha assunto una crescente rilevanza geopolitica all’interno del sistema internazionale ritrovando suo malgrado una sempre maggiore centralità strategica. Senza andare troppo lontano, quotidianamente le notizie ci riportano al problema degli sbarchi di immigrati dalle coste nordafricane, al conflitto che da diversi anni si consuma in Libia, alle crisi politiche ed economiche che hanno travolto i paesi della sponda sud e che, ormai dieci anni fa, hanno provocato quelle che comunemente vengono definite Primavere Arabe. È in atto un'evidente e profonda riconfigurazione politica del sistema internazionale che lasciandosi alle spalle il periodo bipolare fatica a ritrovare un assetto chiaro e di facile lettura; il Mediterraneo, di conseguenza, considerato fino a qualche decennio fa come il fianco sud dell’Alleanza atlantica, si trova adesso ad essere al centro di una serie di conflitti legati allo scoppio di guerre civili e proxy wars (Siria, Libia, Yemen), all’interferenza di attori regionali e internazionali (Turchia, Iran, Russia, le ambizioni geo-economiche cinesi) e all’ascesa di movimenti violenti non-statuali. Tutte tendenze che hanno rafforzato le spinte settarie sia fra le diverse comunità etno-religiose, sia – e soprattutto – all’interno delle denominazioni della religione islamica.

L’arco di instabilità coinvolge tutta la regione mediorientale, minando alle basi i regimi politici e i delicati sistemi sociali oggi ancor più piagati dalla diffusione della pandemia di Covid-19 che non ha risparmiato questi paesi. La Tunisia, che sembra essere il paese che meglio ha gestito la fase di transizioni dopo le primavere arabe, cerca oggi di trovare una stabilità politica interna, oppressa da una crisi economica stringente che ha portato il tasso di disoccupazione attorno al 20 per cento, con ripresa incerta dopo la diffusione della pandemia; non va meglio in Egitto dove, alle speranze popolari diffusesi sull’onda della protesta del 2011 che ha portato alle dimissioni dell’ex presidente Hosni Mubarak, si è ben presto sostituita la disperata consapevolezza del ritorno al potere di un regime controrivoluzionario, sempre con i militari al potere, che ha ulteriormente stretto il controllo sulla libertà di opinione, accompagnata da una situazione di grave crisi economica. In certi paesi le primavere arabe hanno avuto un esito decisamente drammatico: è il caso della Libia, dove è tuttora in atto una guerra per il controllo del paese e dei proventi del petrolio tra il Governo di Accordo Nazionale sostenuto dall’ONU e guidato dal presidente Fayaz al-Serraj contro il Generale della Cirenaica Khalifa Haftar, appoggiati entrambi dagli agguerritissimi sponsor esterni, Egitto, Emirati, Arabia Saudita, Russia, Turchia, che hanno trasformato il conflitto in una guerra per procura. Allo stesso modo, le rivolte del 2011 hanno avuto come esito l’esplodere di guerre civili violente in Siria e nello Yemen.

Decisamente preoccupante è l'esplosione della  conflittualità infra-islamica, all'interno delle diverse denominazioni del mondo musulmano, tra sciiti e sunniti, e la crescente incapacità di immaginare uno spazio pubblico condiviso tra varie comunità etno-religioso-culturali, con identità diverse ma radicate nello stesso territorio: queste tensioni si riversano nel conflitto ormai in corso da tempo nel Levante e nel Golfo tra attori politici concorrenti quali la Repubblica islamica dell'Iran e l’Arabia Saudita o tra Turchia e Qatar alleate contro le principali Monarchie del Golfo, nonché tra salafismo e islam politico. L’ascesa dei movimenti dell’islam radicale, in particolare di al-Qaeda prima e dello Stato Islamico dopo in Iraq e in Siria ha minacciato e continua a rappresentare un serio rischio non solo per i paesi della regione coinvolti, che faticosamente provano a riprendersi all’interno di una cornice politica, sociale ed economica devastata da lunghi conflitti, ma anche per l’Europa, che recentemente ha visto riemergere la paura di attentati terroristici come l’ultimo episodio avvenuto davanti all'ex redazione di Charlie Hebdo a Parigi lo scorso settembre.

Questa situazione di profonda crisi delle strutture politiche e di sicurezza nel bacino del Mediterraneo è aggravata dalla mancanza di coerenza strategica da parte degli attori occidentali e da un'evidente mancanza di percezione comune dei rischi e delle minacce sia a livello regionale che internazionale. Il Mediterraneo dunque, rischia di trasformarsi da frontiera a trincea, al di là della quale una timorosa Europa, piagata adesso dall’emergenza Covid, potrebbe non riuscire più a fornire le risposte sufficienti in termini di collaborazione e supporto economico verso la sponda sud.

 

Immagine: La donna manifesta con attrezzi da cucina. Le organizzazioni della società civile hanno organizzato una marcia per denunciare la violenza contro le donne il 30 novembre 2019 a Tunisi, in Tunisia. Crediti: MohamedKrit / Shutterstock.com  

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