9 dicembre 2020

Il Regno Unito avvia le vaccinazioni

Nella mattinata di martedì 8 dicembre è partito nel Regno Unito il programma di vaccinazione per contrastare la pandemia di Covid-19. La prima persona a cui è stata somministrata una dose del vaccino realizzato da Pfizer-BioNTech è stata Margaret Keenan, una signora di novanta anni (li compirà la prossima settimana) di origine nordirlandese che vive a Coventry da circa sessanta anni.  L’avvio del programma di vaccinazione nel Regno Unito ha ricevuto alcune critiche, sia in Europa sia negli Stati Uniti, per la tempistica delle verifiche, apparsa ad alcuni eccessivamente veloce. Anthony Fauci, direttore del National institute of allergy and infectious diseases (NIAID) degli Stati Uniti, ritenuto uno dei massimi esperti del Covid a livello internazionale, dopo aver reso dichiarazioni in cui manifestava dubbi sulle procedure utilizzate nel Regno Unito, ha rettificato il tiro, riconoscendo la serietà delle autorità sanitarie britanniche. D’altronde, la Food and drug administration (FDA), agenzia statunitense che si occupa della regolamentazione dei prodotti alimentari e farmaceutici, ha reso noto proprio nel giorno in cui le vaccinazioni partivano nel Regno Unito che i dati sulla sperimentazione del vaccino Pfizer-BioNTech non sollevano problemi di sicurezza; il 10 dicembre la stessa FDA deciderà se raccomandarne l’uso, e avviare così la procedura che potrebbe portare a una somministrazione di massa.

 Al di là delle polemiche sui controlli, la questione delle vaccinazioni sta assumendo inevitabilmente connotati politici. Almeno su un piano simbolico colpisce la coincidenza fra gli ultimi tentativi di arrivare a un accordo sulla Brexit e questo salto in avanti del Regno Unito verso la sicurezza sanitaria, molto utile per reggere una difficile fase dell’economia come quella che seguirà inevitabilmente alla Brexit. In ogni caso, se effettivamente il Regno Unito riuscirà ad avere tempi più rapidi nel percorso di vaccinazione di massa rispetto ai Paesi dell’Unione Europea, Londra ne ricaverà un significativo vantaggio in termini economici e di immagine, che potrà influire sulla valutazione complessiva della Brexit. Ne scaturiscono ulteriori momenti di frizione, anticipati dalle polemiche dichiarazioni dell’ambasciatore tedesco a Londra Andreas Michaelis che, irritato dalla coloritura nazionalista che i britannici stanno dando alla lotta contro il Covid, ne ha rivendicato il carattere internazionale, sottolineando peraltro che la BioNTech è un’azienda tedesca. Schermaglie che indicano come il contrasto alla pandemia è anche una questione geopolitica, che influenza in modo decisivo gerarchie, alleanze, conflitti.

Il lungo cammino verso la Brexit sta peraltro attraversando ore decisive. Nei prossimi giorni, con una data ancora da fissare, si incontreranno direttamente Boris Johnson e Ursula von der Leyen, per provare a raggiungere un accordo sulla Brexit prima del 31 dicembre.  Rimangono sul tappeto i temi del level playing field, della governance e della pesca; appare di difficile soluzione soprattutto il primo che riguarda la concorrenza e il timore europeo che le aziende britanniche sfruttino diverse regole (per esempio sui sussidi statali) per avvantaggiarsi su quelle dell’Unione. Un possibile accordo invece è stato annunciato in riferimento alla questione del confine irlandese: Londra potrebbe accettare dei controlli alle merci in transito fra Gran Bretagna e Irlanda del Nord, purché questi avvengano con specifiche modalità che corrispondano all’eccezionalità della situazione. I dettagli del compromesso verranno resi noti nei prossimi giorni; si tratta però di un tassello necessario ma non sufficiente a scongiurare una Brexit senza accordo.

 

                            TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Crediti immagine: Foto di Vesna Harni da Pixabay

0