29 ottobre 2020

Il V Plenum del Comitato centrale del PCC e le sfide per la Cina di Xi

 

Mentre i riflettori sono puntati sulle imminenti elezioni statunitensi, si è appena chiuso a Pechino il V Plenum del XIX Comitato centrale del Partito comunista cinese (PCC) ‒ riunito dal 26 al 29 ottobre ‒, la cui importanza non è secondaria, in considerazione del fatto che le decisioni adottate, e che verranno rese note nei prossimi giorni – essendo questo genere di riunioni a porte chiuse – avranno un impatto non solo sulla politica domestica, ma anche sulle sorti del resto del mondo. Non meno rilevante è il fatto di essere il primo vertice di massimo livello del Partito in tempo di Coronavirus. In effetti, gli osservatori e gli analisti hanno prestato una particolare attenzione ai preparativi del suddetto Plenum, interessati a capire la risposta della seconda economia del pianeta ai continui attacchi provenienti dall’amministrazione Trump nell’ambito della guerra commerciale-tecnologica scatenata nel 2018 e della pandemia di Coronavirus. Non solo, tra i punti all’ordine del giorno del V Plenum, come da tradizione, c’era anche la discussione relativa al piano di sviluppo economico e sociale per gli anni 2021-25, ossia il XIV Piano quinquennale, che sarà formalmente approvato la prossima primavera in occasione della sessione plenaria dell’Assemblea nazionale del popolo (il ramo legislativo del Parlamento cinese), che si svolge ogni mese di marzo.

Prima di entrare nel merito di questo Plenum, può essere interessante spendere due parole sul funzionamento del Partito, con particolare riguardo alle sessioni plenarie del Comitato centrale che è nominato ogni cinque anni dal Congresso nazionale e che, con i suoi delegati (attualmente 376 tra effettivi e supplenti), è l’organo decisionale a base più ampia del Partito. Il Comitato centrale è incaricato di applicare le risoluzioni congressuali, di dirigere il lavoro del PCC e di rappresentarlo nelle relazioni internazionali e gioca pertanto il ruolo di massimo organo esecutivo nel Paese, quando il Congresso nazionale non è riunito. La tradizione del governo comunista cinese prevede che si tengano sette Plenum nell’arco del quinquennio e lo Statuto del Partito stabilisce che ogni anno ne debba essere convocato almeno uno (art. 22), in genere in autunno, in linea con le riunioni quinquennali del Congresso nazionale, che si svolgono per lo più tra fine ottobre e inizio novembre. È importante precisare che, tra i vari Plenum, ve ne sono alcuni che hanno una rilevanza maggiore, in virtù del loro focus. Infatti, laddove il III e il IV sono generalmente focalizzati rispettivamente sulle riforme economiche e sulle questioni legate alla governance interna del Partito, il V è chiamato a delineare il nuovo piano quinquennale, che sarà approvato nella primavera successiva, in occasione della riunione annuale del Parlamento. Molti di questi Plenum hanno fatto la storia. Si possono citare a titolo d’esempio il III Plenum dell’XI Comitato centrale, riunito nel dicembre 1978, che diede avvio alla politica di “riforma e apertura” di Deng Xiaoping; oppure al IV Plenum del XIII Comitato centrale, riunito alla fine del giugno 1989, che decretò l’eliminazione del segretario generale del Partito, Zhao Ziyang, a causa della sua opposizione all’applicazione della legge marziale, prima, e alla repressione dei manifestanti di piazza Tienanmen, poi. Non meno rilevanti sono il III Plenum del XIV Congresso (novembre 1993), che ha ufficialmente abbracciato l’“economia socialista di mercato”, principale eredità ideologica di Deng, e il IV Plenum dell’XI Comitato centrale (settembre 1979) nel corso del quale Deng sostituì il principio maoista della “lotta di classe” con quello dello sviluppo economico, quale strategia nazionale. Viceversa, il I Plenum si riunisce in genere all’indomani dell’inizio del mandato del nuovo Congresso e ha il compito di nominare i membri dell’Ufficio politico (Politburo) e del suo Comitato permanente (il più alto organo esecutivo in Cina); il II si riunisce, invece, alla vigilia della cosiddetta “doppia sessione” (lianghui) dei due rami del Parlamento cinese, in riferimento alle riunioni plenarie dell’Assemblea nazionale del popolo e della Conferenza consultiva politica del popolo cinese – che del Parlamento è l’organo consultivo – con il compito, tra le altre cose, di nominare i candidati per le posizioni apicali del governo durante gli anni di transizione alla leadership; il VI determina la tempistica approssimativa per il successivo Congresso del Partito, discute le regole interne a quest’ultimo e le politiche sociali e culturali del Paese; infine, il VII precede la riunione del nuovo Congresso, annunciandone in via definitiva le date ufficiali.

Con Xi Jinping le sessioni plenarie del XIX Comitato centrale (nominato nell’ottobre 2017) non hanno seguito l’ordine tradizionale appena menzionato. Infatti, il II e il III Plenum sono stati convocati a distanza di poche settimane tra il gennaio e il febbraio del 2018, con il compito di legittimare gli emendamenti costituzionali in approvazione nell’imminente riunione annuale del Parlamento, che includevano, tra le altre cose, l’inserimento del “Pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”, nel Preambolo, e la modifica dell’art. 79, con l’abolizione del termine dei due mandati per le cariche della presidenza e della vicepresidenza del Paese. Il IV Plenum si è invece svolto nell’autunno del 2019, a distanza di oltre cinquecento giorni dal III – un’interruzione che non si sperimentava dai tempi di Mao Zedong – dando adito a numerose speculazioni circa le motivazioni del ritardo. La sessione di autocritica organizzata per i membri del Politburo, nel dicembre 2018, sembrava confermare l’esistenza di forti controversie all’interno del Partito sebbene la leadership di Xi possa essere ritenuta ad oggi una delle più forti dell’intera storia della Cina popolare, nonostante le crescenti minacce interne ed esterne.

 

Il grave stato di crisi dovuto alla pandemia di Coronavirus, per la Cina, come per il mondo intero, contribuisce a rendere il V Plenum del XIX Comitato centrale anch’esso di portata storica. Come si accennava sopra, il V Plenum rappresenta l’ultimo incontro prima dell’approvazione, nel marzo 2021, del nuovo piano quinquennale ed è pertanto funzionale alla delineazione delle politiche economiche e sociali che determineranno le strategie e gli obiettivi di Pechino per il prossimo quinquennio. L’ordine del giorno del Plenum può essere sintetizzato in due parole chiave: “doppia circolazione” (shuang xunhuan) e “Vision 2035” (2035 nian yuanjing mubiao).

 

La prima formula, svelata dallo stesso presidente cinese in occasione di una riunione del Politburo lo scorso mese di maggio, prevede una nuova strategia di sviluppo economico basata più sull’espansione del commercio interno e meno sull’integrazione globale. In quella circostanza, Xi Jinping aveva chiarito che la “doppia circolazione” non rappresentava un espediente per far fronte alle difficoltà post-Covid o alle tensioni con gli Stati Uniti d’America, ma equivaleva ad una nuova strategia economica, con la quale la Cina popolare non intendeva chiudersi agli investimenti, ai beni e ai servizi in arrivo dall’estero, né rinunciare all’esportazione delle sue merci, ma sceglieva di incardinare il suo sviluppo dei prossimi anni sulla circolazione (produzione, distribuzione e consumo) interna, provando in tal modo a ridurre la sua dipendenza dalla tecnologia e dai mercati stranieri. Per la verità, già prima dello scoppio della pandemia, Pechino stava cercando di ristrutturare l’economia del Paese, nella consapevolezza che la strategia di crescita economica guidata dalle esportazioni fosse insostenibile nel lungo periodo. Ciò detto, un ruolo rilevante nell’elaborazione della nuova strategia è stata giocata anche dalla crescente ostilità degli Stati Uniti nei confronti delle aziende techno cinesi, in primis il gigante della telefonia mobile Huawei e la popolare app video TikTok, di proprietà della società Internet ByteDance. Detto in altro modo, la strategia della “doppia circolazione” vuole essere una risposta pragmatica alle pressioni interne ed esterne in rapida evoluzione che il Paese deve affrontare e non significa che la Cina si stia ritirando dal mondo.

 

La Vision 2035, considerata come una sorta di evoluzione del piano manufatturiero Made in China 2025, è invece una strategia di medio termine con la quale la Cina di Xi Jinping punta, entro il 2035, a ricoprire un ruolo chiave nella definizione degli standard globali per le tecnologie di prossima generazione, ed è funzionale al raggiungimento dell’autarchia tecnologica, un obiettivo, anch’esso, delineato da tempo, ma che le tensioni con Washington – che riguardano non solo il commercio, ma anche e soprattutto l’high tech – hanno reso ancora più impellente.

In attesa di conoscere gli esiti della riunione, appare evidente l’intenzione della Cina di Xi Jinping di procedere lungo il cammino della realizzazione del “sogno cinese”, sorvolando sul primo degli “obiettivi centenari” e puntando dritto al secondo, quando la Cina diventerà un “moderno Paese socialista”. Il raggiungimento dell’autarchia tecnologica, con il completamento della trasformazione del Paese da “fabbrica del mondo” a colosso tecnologico, rappresenta una tappa fondamentale in tal senso.

 

Galleria immagini


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0