05 maggio 2017

Il Venezuela in crisi, tra scontri di piazza e retorica antimperialista

Un’economia che arranca, un PIL che nel corso del 2016 – secondo le stime del Fondo monetario internazionale – si è contratto del 18%, un’inflazione che viaggia su percentuali a tre cifre e dovrebbe attestarsi alla fine dell’anno sul 720%, un tasso di disoccupazione che toccherà il 25%. Sono numeri duri, che offrono una fotografia della grave crisi che sta attraversando da mesi il Venezuela, Paese che negli anni d’oro dell’ideologia chavista – grazie soprattutto ai proventi derivanti dal commercio del petrolio – riusciva a crescere economicamente e a mostrarsi attore dinamico nell’arena regionale, ma che oggi appare in ginocchio.

Il sistema fondato sui sussidi e sui programmi sociali – che avevano contribuito al consolidamento del chavismo – ha mostrato con la crisi dei prezzi dell’oro nero tutti i suoi limiti e appare oggi insostenibile. Il ribasso delle quotazioni del petrolio ha determinato una drastica riduzione delle riserve di valuta estera, fondamentali per il pagamento dei debiti e per i commerci internazionali; inoltre – come ha osservato l’analisi InfoMercatiEsteri della Farnesina – le importazioni per le imprese nazionali e le filiali delle multinazionali presenti nel Paese sono diventate estremamente difficili, perché il bolivar non è direttamente convertibile ed è lo Stato a distribuire la divisa straniera. Tale condizione, per una realtà come quella venezuelana che importa gran parte dei beni di prima necessità, produce evidentemente conseguenze assai negative: capita così che i medicinali scarseggino, manchino i beni essenziali e i generi alimentari diventino un lusso, tanto che buona parte della popolazione è dimagrita e – con amara ironia – si è persino arrivati a parlare di una “dieta Maduro”.

Le manifestazioni di piazza imperversano da tempo, sostenute da un’opposizione che ha ampiamente vinto le elezioni parlamentari nel dicembre 2015 ma che non di rado si è mostrata frammentata. In questo quadro, la preponderante protesta per la fame si è saldata con le rivendicazioni della lotta politica, mentre la classe al potere cerca di difendersi. Quanto all’ultima ondata di manifestazioni, scoppiata nel corso del mese di aprile, essa si ricollega alla decisione presa il 29 marzo dal Tribunale supremo di giustizia – vicino al presidente Maduro – di limitare l’immunità parlamentare ed esautorare di fatto il Parlamento dall’esercizio delle sue funzioni, assumendole su di sé. La pronuncia ha generato la dura reazione della comunità internazionale, con le Nazioni Unite che hanno espresso la loro preoccupazione per quanto deliberato e l’Organizzazione degli Stati americani che ha parlato di «colpo di Stato auto-inflitto», mentre anche la procuratrice generale Luisa Ortega Díaz – considerata tradizionalmente su posizioni leali verso il governo – ha riconosciuto che la sentenza rappresentava una rottura dell’ordine costituzionale. Ritornando sui suoi passi, il Tribunale ha deciso di rivedere immediatamente la sua originaria posizione, senza che però il malcontento si placasse: le proteste sono andate avanti fino alla “madre di tutte le marce” organizzata dalle opposizioni il 19 aprile. Finora il bilancio delle manifestazioni e degli scontri si è attestato sulle 30 vittime.

Le forze antichaviste cercano da tempo di esautorare il presidente in carica. Per il momento, il tentativo di procedere alla convocazione di un “referendum revocatorio” – in cui cioè gli elettori possano esprimersi sulla permanenza di Maduro al potere – non è andato a buon fine: perché tale voto possa tenersi è, infatti, necessario raccogliere le firme del 20% degli elettori, ma nello scorso ottobre il Consiglio elettorale nazionale ha interrotto la raccolta per presunte irregolarità in alcune regioni.

Quanto invece alle elezioni regionali, a ottobre 2016 era stata annunciata come data indicativa per lo svolgimento delle consultazioni – tra le critiche delle opposizioni che chiedevano la convocazione immediata del voto – la metà del 2017, anche se domenica scorsa il presidente – durante la trasmissione televisiva Los domingos con Maduro («Le domeniche con Maduro») – ha espresso chiaramente la sua posizione: «Il problema del Venezuela non è un deficit elettorale. Il problema è che c’è un impero gringo nelle mani di alcuni estremisti che vogliono privarci del nostro petrolio, e vogliono portare a termine un colpo di Stato per interrompere la rivoluzione bolivariana. È ingenuo chi pensa che questa gente (gli oppositori, ndr) abbandonerà le sue violente pretese una volta fissate le elezioni regionali». Dunque, pieno ricorso alla retorica antimperialista, con Caracas pronta a tutelare le conquiste della sua revolución e a portare avanti il “socialismo del XXI secolo” contro tutto e tutti.

Intanto, in risposta alla decisione dell’Organizzazione degli Stati americani di convocare una riunione dei ministri degli Esteri per discutere della crisi venezuelana, Caracas ha annunciato l’avvio dell’iter per abbandonare il consesso continentale e, se gli orientamenti non dovessero cambiare – sono comunque necessari 2 anni perché la procedura si perfezioni –, il Venezuela diventerà il primo Paese nella storia dell’organizzazione a uscire volontariamente da essa. Anche qui il ricorso alla retorica non è mancato: la ministra degli Esteri Delcy Rodriguez ha, infatti, sostenuto che il suo Stato non parteciperà più ad alcuna attività o iniziativa che si fondi sul principio dell’interventismo di un gruppo di Paesi “mercenari della politica” che mirano a perturbare la stabilità e la pace in Venezuela. Di fatto, come ha sottolineato in una sua analisi il quotidiano spagnolo El País, l’obiettivo di Caracas e del suo establishment politico è quello di trasformare una pericolosa sconfitta diplomatica in una “vittoria morale”, rivendicando cioè la propria autonomia e scagliandosi contro le potenze straniere – in primis il grande egemone a stelle e strisce – che vogliono far deragliare la rivoluzione bolivariana.

La crisi è, dunque, estremamente acuta, numerosi oppositori politici – su tutti Leopoldo López – continuano a rimanere in carcere e la galassia chavista al potere cerca di rafforzare la sua debole posizione. Per incidere in profondità sulla crisi è indispensabile trovare una soluzione politica di mediazione: come sottolineato in un editoriale pubblicato su The Guardian, l’opposizione è chiamata a prendere atto del fatto che le proteste non basteranno e, anzi, potrebbero alimentare la retorica di Maduro. Inoltre, nonostante alle ultime manifestazioni abbiano partecipato anche gli strati più poveri della popolazione – baluardo di un chavismo comunque in crisi – occorre riconoscere che, in taluni ambienti, tale ideologia continua a far presa. Dall’altra parte, il presidente è invece chiamato ad aperture e concessioni in chiara rottura rispetto alle posizioni finora espresse. Le forze della mediazione sono dunque al lavoro, ma con il tempo le vie d’uscita rischiano di farsi più strette.

 


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