4 aprile 2020

Il cambio radicale di strategia del Regno Unito

 

Sembrano passati mesi da quando, come riportato su Atlante, il governo britannico aveva deciso di tenere nei confronti del Covid-19 un atteggiamento del tutto dissonante da quello italiano circa le misure di contenimento. Eppure era solamente il 10 marzo quando, in una trasmissione televisiva, Boris Johnson diceva che una delle possibilità era quella di “prendere il toro per le corna” e lasciare che il Coronavirus facesse il suo passaggio attraverso la popolazione, così come ancora l’11 marzo il sindaco di Londra Sadiq Khan invitava i londinesi a seguire le indicazioni del chief medical advisor del governo e cioè continuare a svolgere una vita normale. C’è voluta ancora una settimana (intorno al 18 marzo) perché Boris Johnson decidesse di mettere da parte la strategia dell’immunità di gregge per adottare misure più aggressive e del tutto simili a quelle a cui ci siamo abituati in queste settimane qui in Italia.

 

Il cambio di strategia è stato dovuto all’impatto sull’opinione pubblica della pubblicazione di uno studio dell’Imperial College di Londra che evidenziava come, senza attuare misure di contenimento della diffusione del virus, il conteggio dei morti per Covid-19 in Gran Bretagna si sarebbe attestato intorno alle 250.000 persone con un conseguente collasso del servizio sanitario nazionale. Finalmente, solo il 20 marzo, Johnson ha imposto un lockdown quasi totale del Paese, con la chiusura di scuole, bar, ristoranti e tutti i negozi non essenziali, invitando la popolazione a rimanere a casa tranne che per urgenti necessità ed un’ora di esercizio fisico al giorno.

 

Nei giorni immediatamente successivi il Regno Unito ha avuto un incremento drammatico delle infezioni e del numero di decessi, con una curva simile o addirittura peggiore di quella italiana tenendo conto che si ritiene che l’infezione sia “indietro” di circa due settimane rispetto al nostro Paese. E d’altronde la drammaticità del momento è stata resa palese dalle infezioni avvenute in seno alle figure chiave del governo britannico: il 27 marzo il primo ministro ha dichiarato di aver sviluppato i sintomi del Coronavirus e di essere risultato positivo al test. Identica sorte è toccata alle due figure apicali della lotta al virus: Matt Hancock, ministro della Sanità, e Chris Whitty, chief medical advisor, il più alto consulente medico del governo britannico. Anche la casa reale è stata coinvolta con la positività del principe del Galles ed erede al trono Carlo.

Un po’ ironicamente è risultato positivo anche Dominic Cummings, il consigliere di Boris Johnson che, secondo il Times, è stato uno dei principali sostenitori della teoria dell’immunità di gregge. Il Times ha riportato un virgolettato di Cummings in cui lo stratega politico di Johnson sosteneva che quella dell’immunità di gregge era la strada migliore per difendere l’economia del Paese «e se questo vuol dire sacrificare qualche pensionato, così sia».

 

L’incremento dei contagi e lo stress a cui è sottoposto l’NHS (National Health Service) hanno portato dunque il governo ad adottare misure straordinarie in ogni campo: sono state rinviate di un anno le elezioni amministrative del 7 maggio (era previsto il voto per il sindaco della città di Londra e di altri grandi centri); è stata rinviata ad ottobre la Maratona di Londra, una delle più importanti e più partecipate del mondo così come del torneo di Wimbledon e tutti i grandi eventi estivi come il famosissimo festival musicale Glastonbury.

 

Notizia di due giorni fa è che si è deciso di rinviare anche la COP 26, la conferenza sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite, che avrebbe dovuto tenersi a novembre a Glasgow, in Scozia. Un rinvio importante per due motivi. Da un lato ci dice qual è la prospettiva temporale che il governo britannico (e le Nazioni Unite) danno all’emergenza, arrivando ad annullare un evento previsto per la seconda metà di novembre. Ma – e questo secondo punto è per noi molto interessante – una delle motivazioni dell’annullamento dell’evento è stata che – vista l’emergenza – sarebbe impossibile pensare di svolgere il pesante lavoro diplomatico preliminare previsto per una conferenza internazionale di tale livello.

 

E questo ci porta, ormai ve lo aspettavate, all’elefante nella stanza: la Brexit. Come abbiamo più volte riportato, in queste settimane e per tutta l’estate, avrebbero dovuto svolgersi le trattative per stabilire i nuovi rapporti tra Regno Unito e Unione Europea. Se tali accordi non dovessero concludersi il risultato sarebbe un’uscita “disordinata” entro il 31 dicembre o un prolungamento dell’attuale periodo di transizione. Se si ritiene impossibile svolgere la fase negoziale per la COP 26 viene difficile pensare che si possa svolgere quella – forse ancora più complicata – per la Brexit. Dunque il Regno Unito dovrà decidere se richiedere un’estensione del periodo di transizione oppure se avventurarsi in una uscita senza accordo nel mezzo di una crisi sanitaria e sociale di tale portata. Tanto più che le premesse non sono propriamente incoraggianti, considerando che sia Boris Johnson che il capo negoziatore per l’Unione Michel Barnier (risultato egli stesso positivo) stanno al momento combattendo con il Covid-19 in prima persona.

 

                             TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Effetto Coronavirus, Apple Market in una Covent Garden deserta, Londra, Regno Unito (27 marzo 2020). Crediti: rodwey2004 / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0