2 agosto 2018

Il caso Özil e il rapporto dei tedeschi con la comunità turca

Nel ricordo dei tifosi italiani, il 2006 è l’anno del trionfo della nazionale ai campionati del mondo di calcio. Fu lo stadio di Berlino ad ospitare la finale vittoriosa per gli azzurri, conclusasi al cardiopalma dei calci di rigore contro la Francia. Nel ricordo di tifosi e non tifosi tedeschi, invece, l’organizzazione dell’evento – al motto ufficiale di Die Welt zu Gast bei Freunden (Il mondo a casa di amici) – coincide con il risveglio di un patriottismo positivo, in grande misura scevro da echi nazionalisti e accompagnato da un inedito sventolìo di bandiere. Il successo organizzativo e il terzo posto conquistato dalla nazionale tedesca guidata da Jürgen Klinsmann, l’ultimo allenatore prima dell’“era Löw”, favorirono il verificarsi di una nuova, aperta e tollerante, forma di identificazione con il proprio Paese. Nonostante i timori segnalati da intellettuali e giornalisti che questo risveglio patriottico potesse portare con sé i germi di un nuovo nazionalismo accompagnato dal rifiuto verso il diverso, la tranquillità con cui il tricolore tedesco veniva mostrato in pubblico era percepita come un elemento positivo nel lungo percorso di “normalizzazione” della Germania con la propria identità nazionale.

Il carattere “multiculturale” della nazionale tedesca vittoriosa ai mondiali brasiliani del 2014 sembrò poi porre un altro importante tassello simbolico sul versante della riconciliazione della Germania con la propria condizione di “Paese di immigrazione”. La composizione della squadra che trionfò allo stadio Maracanà di Rio de Janeiro contro l’Argentina mostrava la rilevante presenza di giocatori di origine straniera. Fu così che i nomi di Mesut Özil e İlkay Gündoğan (di origine turca), Sami Khedira (di origine tunisina), Lukas Podolski e Miroslav Klose (di origine polacca), Jerome Boateng (di origine ghanese), Mario Gómez (di origine spagnola) divennero sinonimo di una società in rapida trasformazione. I fasti delle celebrazioni nascondevano però una realtà sostanzialmente diversa. Studi di sondaggio mostravano la crescita di sentimenti xenofobi e anti-immigrazione; il numero di reati con motivazione razzista aumentava e il dibattito sulla mancata integrazione dei cittadini immigrati, specialmente quelli di origine turca, non dava cenni di abbassamento della temperatura ideologica che ne aveva contrassegnato l’avvio.  

La vigilia dei Mondiali del 2018 è stata poi segnata dal caso Özil. Il calciatore dell’Arsenal è balzato all’onore delle cronache non per le prestazioni sportive, ma per la nota vicenda della fotografia che lo ritraeva insieme al presidente della Turchia Recep Tayyip Erdoğan circa un mese prima delle elezioni per il rinnovo del Parlamento e della carica presidenziale, riconquistata dal candidato uscente. Come è noto, il giocatore aveva accettato – così come il collega di origine turca İlkay Gündoğan militante nel Manchester City – di essere ritratto assieme a Erdoğan in occasione di una visita di quest’ultimo in Inghilterra. La foto dei due che posavano di fronte ai fotografi mostrando sorridenti la bandiera turca aveva ricevuto critiche quasi unanimi, alle quali i giocatori avevano cercato di rispondere rivendicando il rispetto dovuto alla massima autorità del proprio Paese di origine. Ad intervenire con una severa nota di biasimo era stato fin da subito il presidente della Federazione calcio tedesca – la DFB (Deutschen Fußball-Bundes) – Reinhard Grindel, che aveva dichiarato che la Federazione rispettava con grande attenzione la situazione dei giocatori di origine straniera, ma che i valori promossi dal calcio e dalla DFB non erano rispettati a sufficienza da Erdoğan. Era perciò da stigmatizzare che due rappresentanti della nazionale tedesca si fossero fatti manipolare per le manovre pre-elettorali del presidente turco. La bufera che in quell’occasione ha investito i due, ma soprattutto Özil, data la sua maggiore notorietà, ha rappresentato però solo il preludio del caso sociale e politico che si sarebbe sviluppato dopo la prematura eliminazione della squadra tedesca dal campionato mondiale disputatosi in Russia e che è culminato pochi giorni fa con l’annuncio dell’abbandono della nazionale da parte di Özil, comunicato attraverso tre lunghi post su Twitter.

In un crescendo di attenzione mediatica, la photo opportunity si è profilata come una vera e propria cartina di tornasole non solo del teso rapporto tra la Germania e la Turchia, ma anche tra la comunità islamica – offesa non da ultimo dalle dichiarazioni del ministro dell’Interno Seehofer sulla non appartenenza dell’islam alla Germania – e il Paese dove questa è ormai presente da tre generazioni. Il caso Özil si inserisce in un contesto del quale merita ricordare alcune caratteristiche. Dei circa tre milioni di cittadini di origine turca che vivono in Germania, quasi la metà ha la cittadinanza turca. Di questi, circa un milione e quattrocentomila persone hanno il diritto di voto in occasione delle elezioni in Turchia, alle quali possono partecipare votando presso i consolati sul territorio tedesco. Questa cifra corrisponde a circa il 2% degli aventi diritto al voto in occasione delle ultime elezioni turche. Analogamente ai risultati registrati in occasione del 2014, la tendenza filogovernativa è stata pienamente confermata. La differenza sta però nel fatto che se nel 2014 solo il’8% degli aventi diritto aveva effettivamente votato, la percentuale nel 2018 è salita al 46%. Il 64,8% dei cittadini di origine turca che ha votato in Germania ha espresso il proprio voto per Erdoğan. Si tratta comparativamente di un 12% in più rispetto al risultato complessivo che ha visto il presidente uscente ottenere il 52,6% dei voti a livello nazionale. Non stupisce quindi come il gesto di Özil abbia risvegliato diffuse preoccupazioni sulla direzione e l’intensità del sentimento di appartenenza nazionale da parte della comunità di origine turca.

Dall’altra parte, il contenuto dei twitter con cui Özil ha spiegato i motivi dell’abbandono della nazionale tedesca ribaltano l’onere della giustificazione. La maggior parte della stampa ha sottolineato il passaggio cruciale in cui il giocatore lamenta un’integrazione a geografia variabile: tedesco quando vince e immigrato quando perde. L’accusa di Özil è però più profonda, e contenuta qualche linea più in basso, quando il giocatore denuncia implicitamente il razzismo della società tedesca nei confronti della comunità turca: se Podolski e Klose non vengono definiti tedesco-polacchi ma tedeschi, perché si parla di lui come di tedesco-turco? Il problema sta forse nel fatto di essere turco, o peggio in quello di essere musulmano, si chiede Özil. Rappresentanti del governo turco, tra cui il ministro della Giustizia, hanno definito la decisione di Özil di lasciare la nazionale tedesca come «il più bel gol contro il virus del fascismo». A gettare tardivamente acqua sul fuoco stanno intervenendo in questi giorni politici tra cui il ministro dell’Interno Seehofer, il quale parla di una vicenda in cui tutti gli attori coinvolti escono perdenti. Il caso però continua a stimolare un acceso dibattito sulla diffusione di sentimenti razzisti in Germania. Da pochi giorni è attivo l’hashtag #MeTwo, lanciato dal giovane scrittore e attivista per l’integrazione Ali Can, anch’egli di origine curdo-turca. L’hashtag è stato creato allo scopo di raccogliere testimonianze di ordinario razzismo in Germania tra coloro che vivono la diffusa condizione di sentire due (two) appartenenze culturali e talvolta, come mostra il caso Özil, nazionali. Can ha una lunga esperienza di confronto con ambienti dove i sentimenti xenofobi e anti-islamici sono di casa. Recentemente ha cercato un confronto con gli attivisti del movimento sociale di destra PEGIDA (Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes) e con il partito dell’Alternativa per la Germania (AfD). Dalle file della AfD emerge la voce di Alice Weidel – presidente del gruppo parlamentare del partito – secondo la quale «la politicizzazione dello sport e il suo abuso come veicolo della propaganda dell’ideologia multiculturale non è stata affatto una buona idea». Non basterà un hashtag per calmare le acque di uno dei dibattiti più caldi di un’estate già torrida. Forse non sarebbe bastato neppure un migliore risultato della nazionale tedesca ai Mondiali di Russia.

 

Crediti immagine: da Kieran Clarke. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 


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