30 maggio 2018

Il cruciale 2018 dell’America Latina

In che direzione va l’America Latina?

È la domanda che, in un articolo pubblicato sul New York Times lo scorso 5 dicembre, si poneva l’accademico ed ex ministro degli Esteri messicano Jorge Castañeda, a poco meno di due settimane dal secondo turno delle elezioni presidenziali cilene – poi vinte dal candidato di centrodestra Sebastián Piñera – e alla vigilia di un 2018 denso di importanti appuntamenti elettorali per il Subcontinente.

Rilevanti le questioni al centro del dibattito: da una parte – ricordava Castañeda – analisti e studiosi si interrogavano sulla resilienza delle istituzioni democratiche della regione in un anno elettoralmente cruciale; dall’altra emergeva l’interrogativo sulla possibile affermazione di leadership definite a vario titolo demagogiche, populiste quando non addirittura tendenti all’autoritarismo, in Paesi segnati da accentuate disuguaglianze e colpiti da una corruzione pervasiva. Ancora, si poneva il tema di un possibile ‘passaggio d’epoca’, con l’eclissarsi dell’onda rosa di sinistra che aveva attraversato il Subcontinente nel primo quindicennio del XXI secolo e un progressivo slittamento della regione verso formule politiche orientate a destra. Svolgendo la sua analisi, Castañeda evidenziava come, al netto di talune situazioni e ferma restando la possibilità di sorprese, non si stavano profilando all’orizzonte risultati particolarmente imprevedibili, e questo – in un generale quadro democratico – è da interpretarsi come un segnale comunque positivo.

Ora che il 2018 è in pieno corso e alcune consultazioni si sono già svolte, è possibile provare a formulare le prime, inevitabilmente parziali considerazioni. Tra febbraio e aprile si è votato in Costa Rica, dove il candidato del Partido Acción Ciudadana di centrosinistra Carlos Alvarado Quesada ha avuto la meglio sul conservatore Fabricio Alvarado Muñoz, mentre in Paraguay – sempre nel mese di aprile – è stato Mario Abdo Benítez ad aggiudicarsi la presidenza, confermando il predominio sulla scena politica del Paese del Partido Colorado, passato per la dittatura (1954-89) di Alfredo Stroessner e interrotto dal 1947 soltanto dalla parentesi della presidenza Lugo (2008-12). Quando si insedierà nel mese di agosto, il nuovo capo dello Stato sarà tuttavia chiamato a negoziare, non potendo fare affidamento sulla maggioranza assoluta in Senato.

È però in Venezuela e in Colombia che si sono tenuti gli appuntamenti elettorali più attesi della prima metà del 2018. Nel primo caso, nell’ambito di un voto che diversi Paesi avevano già dichiarato di non riconoscere e segnato dal boicottaggio della maggior parte delle forze di opposizione, ad aggiudicarsi una scontata vittoria è stato il presidente uscente Nicolás Maduro: il 20 maggio, secondo i risultati diffusi dal Consiglio elettorale nazionale, il delfino di Chávez si sarebbe aggiudicato il 67,8% delle preferenze, per un totale di 6.205.875 voti, seguito dal candidato della forza politica Avanzada Progresista Henri Falcón, fermo a 1.927.174 voti. L’affluenza alle urne si sarebbe attestata sul 46% degli aventi diritto, dato molto più basso rispetto alle precedenti tornate elettorali e peraltro probabilmente ritoccato al rialzo dal regime, mancando il controllo di osservatori indipendenti. Ai suoi sostenitori radunati davanti al palazzo presidenziale di Miraflores, Maduro ha detto che «sono la forza della storia convertita in vittoria popolare, in vittoria popolare permanente», ma al netto della retorica antimperialista con cui imputa le responsabilità della crisi ai nemici, interni e internazionali, della revolución, il rieletto capo dello Stato – protagonista di una stretta che ha di fatto azzerato qualsiasi contropotere – si troverà a guidare un Paese in ginocchio, che nel corso degli anni non ha mai sganciato il proprio sistema produttivo dalla dipendenza dal petrolio, in cui l’inflazione è proiettata – secondo le stime del Fondo monetario internazionale – al  13.865% e il 61,2% della popolazione è in condizioni di povertà estrema.

La crisi politica ed economica di Caracas non si limita però entro confini del Paese, ma produce effetti regionali più vasti, e tra le realtà più esposte agli spillover del caos venezuelano figura la Colombia. Secondo le statistiche, circa 1,5 milioni di cittadini del Venezuela avrebbero abbandonato il Paese dal 2014, trovando rifugio nel resto dell’America Latina: 600.000 si sarebbero fermati in Colombia, attraversando il confine che separa i due Stati. Sul punto però, non mancano pareri discordanti: non sono pochi infatti a essere convinti che i numeri vadano rivisti al rialzo, e che i venezuelani presenti in Colombia siano già 2 milioni. Nel frattempo, al fine di contenere i flussi, il governo di Bogotà ha stabilito che ogni cittadino venezuelano che intenda entrare nel Paese deve essere munito di passaporto; inoltre, dal mese di aprile, è stata avviata un’ampia operazione di identificazione e registrazione dei venezuelani presenti in Colombia, con l’assicurazione che le informazioni raccolte non saranno utilizzate a fini sanzionatori o per la deportazione.

Tale esodo, di non semplice gestione in condizioni di complessiva stabilità, si inserisce peraltro in una cornice di per sé già fragile come quella colombiana, con un Paese che sta con pazienza cercando di superare il cinquantennale conflitto con le FARC a cui ha posto fine l’accordo di pace del 2016. E proprio la Colombia, dopo le elezioni legislative dello scorso marzo, era attesa il 27 maggio dall’importante appuntamento del primo turno delle consultazioni presidenziali. Secondo le aspettative, ha concluso in testa questa prima fase il candidato del Centro Democrático Iván Duque, legato a doppio filo all’ancora popolare ex presidente Álvaro Uribe. In linea con le posizioni espresse dal suo mentore – tra le voci più critiche dell’accordo sottoscritto con le FARC – Duque ha assicurato che da presidente interverrà su alcuni dei nodi strutturali dell’intesa, ritenuta troppo indulgente verso i guerriglieri: questo perché – ha dichiarato in un’intervista all’Agence France-Presse – «i colombiani vogliono che chi ha commesso crimini contro l’umanità sia punito con sanzioni incompatibili con la rappresentanza politica, affinché non si configurino situazioni di impunità».

Nel secondo turno, Duque affronterà Gustavo Petro, un passato da guerrigliero dell’M-19 e già sindaco di Bogotà. Come ha osservato sul blog della London school of economics Tobias Franz, la proposta di Petro di aggredire gli interessi delle classi sociali egemoni e di stabilire un moderno modello di welfare state ha incontrato il consenso di diversi ambienti della società colombiana, superando persino la tradizionale diffidenza verso il ‘pericolo della sinistra’ ancora particolarmente radicato nel Paese. E su questa paura – collegata all’eredità della guerra – l’uribismo ha cercato di capitalizzare, ricordando come Petro sia stato un estimatore di Hugo Chávez e tracciando scenari di crisi ‘alla venezuelana’ in una Colombia che decidesse di affidare all’ex sindaco di Bogotà la presidenza. A decretare gli esiti – che dipenderanno anche da chi sarà in grado di intercettare il maggior numero di voti, Sergio Fajardo, giunto terzo con il 23,7% – sarà il ballottaggio del 17 giugno.

Intanto, si avvicinano gli altri due fondamentali appuntamenti elettorali che attendono l’America Latina nel 2018, quelli di Messico e Brasile. Le elezioni messicane del 1° luglio vedono al momento in vantaggio per la presidenza Andrés Manuel López Obrador, nazionalista di sinistra che – in controtendenza rispetto a un’America Latina che si sposta a destra – potrebbe qui beneficiare della crisi del neoliberalismo locale. A ottobre sarà invece la volta del Brasile travolto dagli scandali, segnato dalla destituzione di Dilma Rousseff e dalla condanna a 12 anni di reclusione dell’ancora popolare Lula: qui si sta consolidando il consenso del candidato alla presidenza Jair Bolsonaro, che si è lasciato andare a esternazioni sessiste e omofobe oltre ad aver espresso giudizi positivi sul periodo della dittatura militare.

Ed è in questo quadro che si inserisce la citata questione della resilienza delle istituzioni democratiche nei Paesi della regione, in un momento storico in cui la fiducia nella democrazia nel Subcontinente – secondo i dati dell’ultimo Latinobarómetro – è caduta al 53%, mentre il 25% degli intervistati si è detto indifferente al regime politico in vigore nel suo Paese. Secondo l’indagine del Latin America public opinion project poi, quasi il 38% della popolazione sarebbe persino favorevole a un golpe militare, se questo servisse a contrastare gli elevati tassi di criminalità e la dilagante corruzione.

 

Crediti immagine: da Latin America For Less. Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

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