5 ottobre 2022

Il cyber-controllo delle proteste in Iran

L’Iran è ancora travolto dalle proteste correlate all’uccisione di Mahsa Amini da parte della polizia morale di Teheran. Il governo continua ad utilizzare la mano pesante nel reprimere le manifestazioni. Sono decine, al momento, gli arresti e le vittime fino ad ora riscontrati e tale conteggio continua ad aumentare. Il presidente iraniano, Ebrahim Raisi, punta il dito contro le ingerenze straniere, soprattutto occidentali oltre che verso forze considerate eversive quali il MEK (Mujahedin-e Khalq) e secessioniste. Dal punto di vista governativo, la morte di Mahsa costituirebbe una scusante per scatenare forze volte, in realtà, a rovesciare la Repubblica Islamica.

Non sono però solo le strade e le piazze a rappresentare un terreno di lotta tra manifestanti e governo. Anche la dimensione, virtuale, infatti, è a pieno titolo coinvolta in questo conflitto politico.  Tradizionalmente Internet rappresenta un canale di comunicazione fondamentale per  i dissidenti del regime, sia in patria sia per le comunità iraniane sparse per il mondo. La popolazione iraniana, inoltre, è in media particolarmente giovane e fa ampio uso della rete, aggirando spesso le censure e i vincoli apposti dal regime attraverso, ad esempio, l’utilizzo di VPN (Virtual Private Network). Non sorprende, pertanto, che Internet costituisca un canale vitale di comunicazione e coordinamento tra i manifestanti e, di conseguenza, che il governo cerchi in tutti i modi di soffocarlo. Una situazione simile si è già verificata durante le proteste del 2019, con il governo iraniano che al tempo attuò una dura stretta sull’utilizzo d’Internet quale strumento repressivo. Forte di tale esperienza, Teheran è intenzionata ad applicare un controllo ancora più ferreo fintanto che le proteste non verranno definitivamente sedate.

 

Amir Rashidi, direttore del Miaan Group, organizzazione per i diritti umani in Iran di base negli Stati Uniti, ha dichiarato che il governo iraniano tiene sott’occhio ogni canale di messaggistica utilizzato privatamente dai cittadini iraniani, comprese le chat utilizzate nei videogiochi on-line. Una violazione dei più elementari diritti alla privacy e che rappresenta solo una delle armi che il governo della Repubblica Islamica intende attuare. Il 22 settembre, nel pieno delle proteste, l’accesso a Internet è stato bloccato nella capitale e in alcune aree del Kurdistan iraniano, area particolarmente coinvolta nelle contestazioni data l’appartenenza di Mahsa Amini all’etnia curda. Tale provvedimento è stato preso sia per evitare la diffusione d’immagini e video delle proteste, soprattutto della repressione ad opera delle forze di sicurezza iraniane, sia per ostacolare le capacità organizzative dei manifestanti. La stretta su Internet è utilizzata anche per rendere difficile da definire la precisa entità delle persone fermate, picchiate e uccise da parte delle forze di polizia, riporta l’Ufficio dell’alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite. Stando alle dichiarazioni del membro del Parlamento iraniano Loftollah Siahkali, la stretta su Internet da parte di Teheran continuerà fintanto che avranno luogo le proteste. Tuttavia, non è remota la possibilità che alcune delle misure messe in atto dal governo rimangano operative in maniera permanente. Per questa serie ragioni diversi attivisti e organizzazioni per i diritti umani hanno richiesto l’aiuto internazionale, in particolare ai governi e alle aziende di tecnologia occidentali, nel facilitare l’accesso a VPN in modo da poter accedere alla rete globale senza incorrere alle restrizioni iraniane.

D’altra parte, il governo di Teheran da tempo sta approntando le proprie contromisure, intercettando e chiudendo costantemente canali VPN aperti dai cittadini iraniani. Nell’ambito di questo conflitto nel conflitto, gli Stati Uniti sembrano aver già scelto la propria mostra, con l’amministrazione Biden che ha da poco deciso un rilassamento nelle sanzioni anti-iraniane proprio per quanto concerne le tecnologie per la connessione, facilitando pertanto gli iraniani nel reperire soluzioni in grado di sfuggire alle strette governative.

 

La strategia aggressiva con la quale il governo iraniano si sta muovendo nel controllo e repressione di Internet non rappresenta certamente un inedito. Da diversi anni la rete rappresenta un elemento di grande interesse per le autocrazie di tutto il mondo, soprattutto nei momenti di crisi. Da mesi in Russia il governo attua uno stretto controllo in merito all’andamento della guerra in Ucraina, assicurandosi, per esempio, che venga rispettata la narrazione governativa che presenta il conflitto quale “operazione speciale”. Il governo di Mosca, nell’ambito del suo braccio di ferro contro l’Occidente, si è persino espresso in merito a una possibile “Rusnet”, ossia una colossale Intranet locale che andrebbe a sostituire quella globale per i cittadini, ovviamente sotto l’attento occhio governativo. La censura ha rappresentato uno strumento di grande importanza per il governo cinese nella gestione della pandemia da Covid-19, soprattutto nelle sue fasi iniziali. L’ormai lunga tradizione nella repressione della rete da parte del governo cinese ha, tuttavia, portato a forme sempre più creative nell’aggirarla, come, per esempio, l’utilizzo del cantonese nella città di Guangzhou, finita sotto lockdown durante questa primavera. Il controllo della rete rappresenta un fattore di sempre maggior interesse per i governi di tutto il mondo, non solo per autocrazie di lungo corso, come dimostrano le recenti misure approvate dal ministero delle Comunicazioni indonesiano. L’India, a sua volta, ha emanato nuove leggi sulla governance della rete che prevedono, per esempio, l’obbligo di mostrare un documento d’identità per poter registrare una mail  o la facoltà da parte del governo di Nuova Delhi di sospendere Internet in caso di emergenze o per ragioni di “sicurezza pubblica”.

 

Internet ormai rappresenta un bene di prima necessità per la totalità della popolazione globale. Appare quindi evidente, per qualunque governo, applicarvi una qualche forma di governance in linea con la propria agenda politica anche se ciò va a colpire le fondamenta di libertà e globalità sulla quale è stata concepita la rete globale ai suoi albori. Fattori che, sempre più, sembrano relegati nell’utilizzo del deep web, mentre l’Internet “visibile” ossia indicizzato dai motori di ricerca, fruito dalla stragrande maggioranza dei naviganti, è sempre più malleato e manipolato sulla base delle esigenze del governo di riferimento. L’escalation nel conflitto telematico tra governi e soggetti ed organizzazioni a loro resistenti e il loro costante rincorrersi attraverso l’adozione di tecnologie sempre più sofisticate da entrambe le parti probabilmente non farà altro che esasperare ulteriormente il differenziale tra chi ha le conoscenze e le possibilità di poter fruire di un Internet realmente globale e chi, invece, resterà vincolato alla tipologia di rete approvata dal rispettivo governo. Una rete Internet “balcanizzata” senza dubbio fa meno paura ai governi, di tutti i tipi e di tutte le regioni del pianeta. D’altra parte, una rete non più concretamente globale potrà esprimere lo stesso straordinario potenziale e continuare a giocare il proprio ruolo di acceleratore tecnologico per l’umanità?  Se così non fosse, avremo di fronte a noi un nuovo caso che vede il progresso sacrificato alla ragion di Stato.

 

Immagine: Manifestazione di protesta per l’uccisione di Mahsa Amini, L’Aia, Paesi Bassi (23 settembre 2022). Crediti: Zara.Masrour / Shutterstock.com

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