21 giugno 2019

Il destino di Istanbul

La metropoli turca si è ritrovata senza sindaco, commissariata dopo le elezioni amministrative dello scorso 31 marzo, quando l’esito delle urne è stato annullato e una nuova chiamata indetta per il prossimo 23 giugno. Il Partito popolare repubblicano (CHP, Cumhuriyet Halk Partisi), pur avendo ottenuto meno distretti rispetto ai rivali, era riuscito a strappare al Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP, Adalet ve Kalkınma Partisi) lo scranno di sindaco della città metropolitana. Ekrem İmamoğlu, candidato dell’opposizione, aveva vinto con uno scarto di soli 25.000 voti sullo sfidante di Binali Yıldırım, ex primo ministro ed in passato più volte ministro in vari governi targati AKP. Un margine di scarto praticamente nullo per una città che conta 16 milioni di abitanti. Soprattutto, un evento completamente inatteso e sorprendente rispetto ad altre città, come Ankara o Adalia, dove il cambio di poltrona era stato da più parti anticipato. Istanbul, invece, era ritenuta una roccaforte intoccabile del conservatorismo turco dell’AKP, la città che il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan aveva indicato come il caposaldo da tenere per chi voglia controllare la Turchia.

La vittoria di İmamoğlu è però durata soltanto diciotto giorni. La Commissione elettorale suprema (YSK), in risposta alle pressioni giunte dall’AKP sconfitto, ha revocato il mandato a causa di presunte irregolarità nelle nomine di scrutatori e presidenti di seggio, che secondo una recente riforma devono essere pubblici ufficiali. Una decisione contestatissima, considerato che tali provvedimenti non sono impugnabili in alcun modo e dovrebbero perciò essere il risultato di uno scrutinio condotto nella massima trasparenza. Invece la Commissione è stata travolta da accuse di sudditanza nei confronti del partito al governo e del presidente Erdoğan, personalmente in prima linea nell’invocare nuove elezioni. Il Consiglio di giudici e procuratori (HSK) ha avviato un’indagine a carico dei presidenti dei consigli elettorali distrettuali, dopo l’esposto contro di essi presentato dalla YSK per aver formato i comitati elettorali locali senza il rispetto delle disposizioni di legge. Un atto dovuto, ma anche un tassello per rendere più solida la decisione di annullamento a livello procedurale: non puoi cancellare le elezioni senza indicare un colpevole.

In questo contesto rovente, di enorme sfiducia nelle istituzioni e di forte polarizzazione, dove l’astio tra i due schieramenti è fortissimo, ci sono poche possibilità di assistere ad un consistente spostamento di voti da un campo all’altro. L’attenzione è rivolta, piuttosto, ai circa 600.000 astenuti che possono davvero fare la differenza. Istanbul conta perché è la città gioiello di Turchia, il simbolo di una storia nazionale secolare. Istanbul è anche la metropoli che muove miliardi di euro di budget, il motore dell’economia sul quale si fonda quell’intreccio di relazioni clientelari con il mondo degli affari, spesso tutt’altro che trasparenti, che ha costituito una delle colonne portanti del potere di Erdoğan e dell’AKP. La domanda sulle labbra di tutti da ormai due mesi è quindi: chi vincerà?

 

Perché l’opposizione può vincere

Nonostante la destituzione, Ekrem İmamoğlu resta sulla cresta dell’onda. Ha ferito l’AKP, dando prova della vulnerabilità di un partito che, dalla sua fondazione nel 2002, non aveva mai subito una sconfitta così bruciante e inattesa. Una ferita che si riflette sulla figura di Erdoğan, che si era speso molto nella precedente campagna elettorale a sostegno di Yıldırım.

La preoccupante situazione dell’economia turca resta il tallone d’achille dell’amministrazione uscente, oltre che del governo in carica. Gli indicatori che allarmano di più sono l’inflazione, da mesi stabilmente attorno al 20%, e i dubbi sulla capacità del Paese di sostenere il debito pubblico e soprattutto quello privato. L’agenzia di rating Moody ha di nuovo rivisto in negativo il profilo della Turchia, in quella che le autorità turche continuano a considerare aperta guerra economica. Non è un caso che la campagna elettorale di Yıldırım ad Istanbul sia passata dal mantra della “difesa della nazione”, che ha dato prova di non pagare in una competizione locale, ad una serie di promesse di ripresa economica ed estensione di welfare e benefit. Il nervo scoperto sul tema si misura anche dai trentotto tra giornalisti ed economisti coinvolti in procedimenti giudiziari per i loro commenti sul quadro economico del Paese. Rischiano da due a cinque anni di carcere, accusati di aver «tentato di indebolire l’ordine economico e la stabilità dello stato». I pestaggi e le aggressioni a diversi altri giornalisti nelle ultime settimane sollevano un inquietante questito: sono pronti l’AKP e i suoi elettori, specialmente le frange più oltranziste, ad accettare una sconfitta elettorale? Il rischio è di vedere altra violenza nelle strade, specialmente in un Paese che, dopo il tentato golpe del 2016, ha perso le tracce di una quantità enorme di armi allora distribuite alla popolazione dalle caserme di polizia per fronteggiare i reparti golpisti dell’esercito.

 

Perché l’AKP può ribaltare il risultato e riprendere Istanbul

Il partito di governo AKP continua a godere di un enorme seguito. Il rischio palese di perdere Istanbul può riportare all’ovile molti elettori sì scontenti, ma pronti a turarsi il naso e concedere nuova fiducia al campo conservatore pur di non cedere il passo ai secolaristi repubblicani.

Le reminiscenze della vecchia gestione CHP degli anni Novanta, con il suo welfare carente e i molti quartieri semiabbandonati, sono ancora vive nella memoria di molti cittadini, anche perché il Partito repubblicano, all’opposizione ad Istanbul da un quarto di secolo, non ha avuto modo di dimostrare di essersi evoluto imparando dal proprio passato. Parte del successo di Ekrem İmamoğlu è attribuibile proprio ai risultati ottenuti come amministratore del distretto di Beylikdüzü.

Dall’altro lato, l’AKP può vantare una lunga tradizione di associazionismo di quartiere, reti sociali, la costruzione di uno Stato sociale all’occidentale e una discreta dose di politiche populiste, come quella realizzata da Erdoğan che qualche mese fa distribuiva pacchi di tè, amatissimo dai turchi, lanciandoli dal palco della campagna elettorale.

Oltre al fronte conservatore, su cui l’AKP continua ad esercitare un monopolio politico, il partito ha individuato nell’elettorato curdo una potenziale fonte di consensi apprezzabile, nonostante la campagna militare in corso nel Sudest del Paese a maggioranza curda. I Curdi di Istanbul hanno avuto un peso determinante nella vittoria di İmamoğlu, dopo che il Partito democratico dei popoli (HDP, Halkların Demokratik Partisi) aveva offerto al candidato repubblicano il proprio appoggio attraverso una tattica vincente: non presentare candidati propri e indicare in İmamoğlu l’uomo da votare. L’AKP cerca ora di recuperare parte di questi consensi. Erdoğan ha visibilmente abbandonato la retorica nazionalista anticurda e si è addirittura allontanato dalla scena, sostenendo che la vittoria o la sconfitta saranno merito o colpa di Yıldırım, mossa che gli consentirà di evitare altri danni alla sua figura in caso di nuovo insuccesso. Dal canto suo, Yıldırım ha avviato nei confronti dei Curdi un corteggiamento senza freni, arrivando a rompere di nuovo il tabù della parola “Kurdistan” nel corso di un comizio nella città di Diyarbakir, nella speranza che il riverbero della parola giunga fino alla consistente popolazione di Istanbul. La mossa può potenzialmente attrarre voti, ma anche allontanare quei sostenitori ultranazionalisti che negli ultimi quattro anni hanno fornito un’importante stampella sia a livello locale che nazionale. Analogamente, la riapertura dei canali di comunicazione con il leader del Partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK, Partîya Karkerén Kurdîstan) Abdullah Öcalan, dopo anni di isolamento totale, indica la volontà dell’AKP di tentare i movimenti curdi con l’offerta di un nuovo processo di pace, qualora Istanbul venisse riconquistata.

Tra i sostenitori delle opposizioni persiste la paura di brogli. Il governo di Erdoğan già in passato ha dimostrato di faticare ad accettare risultati sfavorevoli. Un’inchiesta del quotidiano kemalista Cumhuriyet ha rivelato la scomparsa di molte persone dalle liste elettorali utilizzate il 31 marzo, sostituite con nominativi diversi. I partiti di opposizione hanno invitato i cittadini a verificare i propri nominativi presso le anagrafi e a presentare un’eventuale richiesta di correzione. Sono stati mobilitati 150.000 scrutatori aggiuntivi.

 

Il duello in TV

Domenica scorsa Yıldırım e İmamoğlu si sono sfidati in un dibattito televisivo all’americana che ha catalizzato l’attenzione di milioni di cittadini in tutto il Paese. Un evento di proporzioni storiche, anche solo per il fatto che era dal 2002 che due politici non si sfidavano davanti alle telecamere. Allora furono il segretario del CHP Deniz Baykal e l’astro nascente dell’islamismo turco: Recep Tayyip Erdoğan. L’AKP vinse e con quella vittoria si concluse l’epoca dei faccia a faccia televisivi.

Non che quello di domenica scorsa sia stato eccezionale. Anzi, ingessato nei rigidi tre minuti a testa per domanda, l’evidenza più palese è quella di un Paese in cui i politici si sono disabituati al confronto e al duello retorico. I due candidati si sono poi lasciati condurre per mano nella serie di domande che hanno toccato i temi rilevanti di queste elezioni. L’annullamento del risultato di marzo, i riconteggi nei vari distretti, il tentativo di İmamoğlu nei suoi unici diciotto giorni di fare copie dei documenti amministrativi per verificare profili di illegittimità (tentativo bloccato dalla corte dei conti), le reciproche accuse di vicinanza all’organizzazione di Fethullah Gülen, che la Turchia considera associazione terroristica responsabile del tentato golpe. Yıldırım e İmamoğlu hanno, soprattutto, dato prova di come la televisione sia in Turchia un campo minato dove misurare gesti e parole, per non incorrere in facili ire e ancor più facili azioni giudiziarie. Il duello televisivo rappresenta una nota lieta, ma un clima di normalizzazione e libertà di espressione è ancora lontano, mentre il destino di Istanbul resta appeso ad un filo. Appuntamento con le urne il 23 giugno.

 

Immagine: Manifesti elettorali di Ekrem İmamoğlu, Istanbul, Turchia (15 giugno 2019). Crediti: thomas koch / Shutterstock.com

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