19 settembre 2018

Il difficile settembre della Libia

Il mese appena trascorso ha segnato una nuova, drammatica pagina per la storia della Libia. Un Paese in grave difficoltà da tempo, da quell’oramai famoso 2011 quando l’azione internazionale voluta dalla Francia mise fine al lungo regno di Muammar Gheddafi.  Da allora nel Paese si sono susseguite diverse crisi, culminate nel 2014 in una guerra civile che ha segnato la spaccatura tra Tripoli e Tobruk che il debole Governo di accordo nazionale (GNA, Government of National Accord) di Fayez al-Sarraj voluto dall’ONU nel 2015, non è  riuscito a ricomporre. Eppure, mai come ora la situazione appare fluida, e complessa per l’Italia, che da sempre appoggia, da sola, le autorità tripoline.

L’ennesima recrudescenza di violenze ha avuto inizio con alcuni gravi scontri nella capitale libica tra la Settima brigata, una milizia di stanza nelle città di Tarhuna, a sud di Tripoli e vicina agli ex gheddafiani e agli uomini del federmaresciallo della Cireniaca Kalifa Haftar, e formazioni fedeli a Sarraj. A queste si sono unite altre milizie dell’una o dell’altra fazione in un magma difficile da decifrare. A poco sono valsi i tentativi di tregua mediati da alcuni attori locali e richiesti a gran voce dalle Nazioni Unite, fin qui praticamente assenti dal contesto libico. Detta in altri termini, la città è in mano alle milizie che si contendono la torta petrolifera a suon di mitra, tanto che lo scorso 10 settembre alcuni gruppi armati, dichiaratisi appartenenti allo Stato islamico, hanno assaltato la sede centrale della compagnia petrolifera nazionale (NOC) che negli anni, nonostante la crisi, ha avviato diverse collaborazioni con l’ENI.

In pochi giorni sembrano così esser veuti meno tutti i “punti fermi” che hanno permesso all’Italia di mantenere una posizione privilegiata a Tripoli, anche grazie alla riapertura dell’ambasciata guidata, fin qui, da  Giuseppe Perrone, che a causa della sua opposizione a elezioni nel Paese entro dicembre, come richiesto unilateralmente dalla Francia, è stato addirittura dichiarato persona non grata dagli uomini vicini ad Haftar.

Davanti a questo scenario, la proroga di un anno della missione UNSMIL (UN Support Mission in Libya) per la stabilizzazione della Libia, votata recentemente all’unanimità dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite, e la contrarietà internazionale alla proposta francese di una tornata elettorale da tenersi a breve (di fatto la linea sposata da Roma) può essere considerata un magro successo per l’Italia, che si è trovata costretta a rimodulare in tempi record la propria agenda libica.

Pochi giorni fa il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi si è recato da Khalifa Haftar con il quale, secondo le dichiarazioni ufficiali, ha condiviso diversi obiettivi da attuare nella regione. Poco prima aveva incontrato il presidente egiziano al-Sisi, storico alleato del generale, per rafforzare la sponda con il Cairo e dunque con l’Est libico.

Nonostante le circostanze avverse, molte sono le azioni che è ancora possibile intraprendere sia a livello interno sia a livello internazionale e che possono vedere l’Italia protagonista.

Da un punto di vista interno, proseguedo con il sostegno alle autorità di Tripoli e soprattutto lavorando con la comunità internazionale per un dialogo inclusivo capace di “ricompattare” quante più milizie possibili intorno a un progetto comune di stabilizzazione, si può favorire un accordo con i gruppi disposti al dialogo ed escludere, così, le istanze più estremiste. Il recente incontro del ministro della Difesa Elisabetta Trenta con il vicepremier libico Ahmed Maiteeg, in cui si è parlato di un accordo sulla gestione congiunta di 50 milioni di euro destinati a 24 municipalità libiche per la realizzazione di infrastrutture e investimenti, tra gli altri nella sanità e nell’educazione, potrebbe essere un primo importante passo per mantenere un ruolo rilevante nell’Ovest del Paese.

È poi indispensabile allargare lo sguardo ad est, verso Haftar, provando a incunearsi nelle relazioni tra il leader della Cirenaica e Parigi. In tal senso, la rinnovata partnership tra Roma e il Cairo può essere un buon viatico. Qui l’Italia dovrebbe continuare a giocare la carta economica: oltre a Zhor, il mega giacimento off-shore, l’ENI ha appena annunciato una nuova scoperta di gas nel Deserto Occidentale egiziano che potrebbe erogare fino a 700.000 metri cubi di gas al giorno. La sponda con l’Egitto potrebbe essere anche funzionale alla costruzione di una collaborazione nell’area con la Russia di Putin, che sostiene e finanzia l’uomo forte della Cirenaica e ha legami consolidati con il presidente egiziano.

Ricomponendo i pezzi del puzzle dell’ex Jamahiriya aumenterebbero considerevolmente le possibilità di rendere efficace la conferenza sulla Libia che il governo italiano intende organizzare a metà novembre in Sicilia.

 

Crediti immagine: da Abdul-Jawad Elhusuni (عبدالجواد الحسوني) [CC BY-SA 3.0  (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0)], attraverso Wikimedia Commons

 


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