25 luglio 2020

Il domino delle cavallette tra Africa, Sardegna, profughi e pandemia

 

L'invasione delle cavallette che sta colpendo la Sardegna ha portato molti a immaginare l'arrivo fin sulle nostre coste degli sciami di locuste che da gennaio stanno piagando l'Africa orientale. Le cose stanno in modo un po' diverso, ma questa esperienza diretta può essere l'occasione per comprendere meglio la crisi umanitaria in corso e i rischi di un effetto domino geopolitico sempre più concreto, anche per colpa del coronavirus.

A partire da maggio, in una porzione interna della provincia di Nuoro, le cavallette hanno devastato le colture in un’area di circa 30.000 ettari. Una situazione drammatica per gli agricoltori coinvolti, ma che impallidisce davanti alle invasioni che in passato avevano interessato fino a 1,5 milioni di ettari, pari a quasi il 70% della superficie dell'isola. Inoltre, gli insetti in questione appartengono principalmente alla specie Dociostaurus maroccanus (la cosiddetta cavalletta crociata) e non a quella protagonista dei flagelli dell'antichità e oggi al centro di un'emergenza che dall'Africa si spinge fino in India: la leggendaria locusta del deserto (Schistocerca gregaria). In quest'ultima specie è particolarmente sviluppata una peculiare capacità di trasformarsi, che per millenni ha reso un mistero la sua stessa esistenza: da dove venivano questi insetti corazzati gialli che comparivano come dal nulla, facendo ipotizzare punizioni divine?

Soltanto nella seconda metà del novecento, l'entomologo russo Boris Uvarov comprese che si trattava delle stesse cavallette marrone chiaro che comunemente si trovano nella rada vegetazione dell'Africa orientale, nel Medio Oriente e nel sud-est asiatico. Le quali, in particolari situazioni ambientali, subiscono una metamorfosi che ne cambia forma e colore, ma soprattutto il comportamento. Da solitarie e pertanto inoffensive per le coltivazioni, diventano gregarie al punto da formare sciami di miliardi di individui, capaci, in un solo giorno, di distruggere fino all'80% delle piante che incontrano e di spostarsi anche di 200 chilometri, facendosi trasportare dal vento verso nuove fonti di cibo. Ad attivare questa trasformazione è il verificarsi di piogge molto abbondanti, che causa in queste zone aride un aumento della vegetazione e quindi delle cavallette che se ne nutrono, seguite da periodi di siccità, che le spinge a concentrarsi nelle piccole aree ancora rigogliose. Il ripetersi di questi cicli di riproduzioni sproporzionate crea nuovi sciami, sempre più numerosi.

Si tratta di un carattere del tutto naturale, con ogni probabilità selezionato evolutivamente per sfruttare rari momenti di abbondanza d'acqua in un clima altrimenti desertico. Soltanto che ora, nel nuovo disordine climatico mondiale, questi eventi non sono più rari. In Kenia, ad esempio, non si verificava una sciamatura da circa settant'anni, in Etiopia da 25. Ma ora il riscaldamento anomalo di parte dell'Oceano Indiano sta creando, anche in quella regione, squilibri simili a quelli del cosidetto "Niño" nell'Oceano Atlantico: con un analogo strascico di eventi meteorologici estremi sempre più frequenti.

Nel 2018, due cicloni catastrofici hanno riempito di acqua i deserti dell'Oman e dello Yemen, originando un primo sciame, che ha attraversato il mar Rosso, invadendo Eritrea ed Etiopia. Poi nel 2019 lo stesso Corno d'Africa è stato colpito da alluvioni di un'intensità che non si vedeva da decenni. Questo ha causato, nel gennaio del 2020, un'ulteriore esplosione della popolazione di cavallette, ritenuta dall'ONU la più grave degli ultimi settant'anni. Addirittura venti volte peggiore e senza precedenti, rischia però di essere la seconda fase di sviluppo di questo sciame, che ha avuto inizio a giugno di quest'anno. Si ritiene che 20 milioni di persone siano già a rischio di sopravvivenza per la carestia causata dalla distruzione dei campi in Etiopia, Eritrea, Kenya, Somalia e Djibouti. Con altri 34 milioni che potrebbero essere coinvolti nelle prossime settimane, che coincideranno con la stagione del raccolto.

Nel frattempo, la piaga si sta espandendo da un lato in Africa verso Uganda e Sudan, dall'altro in Asia verso Pakistan e India, tutte zone nelle quali è in corso una nuova stagione riproduttiva. Il vero timore della FAO riguarda proprio il rischio di una crisi umanitaria senza precedenti nella prossima primavera, quando si schiuderanno le uova deposte quest'estate. Senza adeguate contromisure, si prevede una moltiplicazione di quattrocento volte il numero attuale delle locuste, con nuove migrazioni che potrebbero raggiungere l'Africa occidentale: Chad, Niger, Mali, Mauritania, fino al Senegal. Così come Camerun, Gambia e Nigeria: tutti Paesi dove l'arrivo delle locuste potrebbe avere conseguenze devastanti, a causa dell'insicurezza alimentare che già affligge queste zone fortemente popolate. Ma c'è modo di fermare o quantomeno contenere questo fenomeno?

Fino al dopoguerra, le donne sarde affrontavano le cavallette con il fuoco e scope fatte di arbusti. Non dissimile a quanto tradizionalmente si fa in alcune zone dell'Etiopia, dove gli sciami vengono accolti con fuochi e il suono dei tamburi, per indurle a proseguire oltre il proprio viaggio. Nei decenni successivi si è passati alla diffusione in aereo di potenti pesticidi, con gravi conseguenze sull'ambiente e risultati contradditori. Perché la realtà è che quando le cavallette raggiungono questa fase gregaria adulta, c'è ormai poco da fare. Per questo, le moderne tecniche di difesa si concentrano in particolare sulla prevenzione: identificando i focolai fin dalle prime fasi, rimescolando il terreno per uccidere le uova, riequilibrando gli ecosistemi per aumentare i nemici naturali.

Il Servizio di Prevenzione Locusta del deserto, istituito a Roma dall'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'alimentazione e l'agricoltura (FAO), produce aggiornamenti mensili sulla situazione e prepara previsioni che tengono conto di piovosità, temperature e distribuzione degli sciami. Ma perché il programma della FAO per il controllo delle locuste sia utile anche concretamente, occorre avere risorse economiche e umane sul territorio in grado di contribuire sia alle analisi e all'allerta, sia alle successive operazioni di contenimento. Cosa molto difficile, in Paesi caratterizzati da un'elevata instabilità politica, sociale ed economica.

A ciò si aggiungono altri due elementi che giocano a favore delle cavallette: da un lato la crisi climatica che continua a peggiorare, dall'altro la pandemia in corso. Se il primo allarme relativo alle cavallette, lo scorso gennaio, aveva suscitato clamore, a partire dal mese successivo tutte le attenzioni globali si sono spostate sull'emergenza Covid-19. Rendendo ancora più difficile ottenere dalla comunità internazionale l'interesse e le risorse necessarie per combattere quest'altra crisi, che rischia di apparire di secondo piano. Si tratta, invece, di una minaccia concreta alla vita di un 10% della popolazione mondiale, con effetti a cascata che dalla devastazione dei campi africani potrebbe portare a carestie, esodi, migrazioni, conflitti per le risorse e anche nuove epidemie. Insomma, se mai c'è stato un momento per "aiutarli a casa loro" sarebbe proprio questo: anche perché le locuste non fanno distinzioni e a modo loro ci ricordano che questa casa è la stessa per tutti.

 

 

Immagine: Enorme sciame di locuste affamate in volo vicino a Morondava in Madagascar. Crediti immagine: Pav-Pro Photography Ltd / Shutterstock.com

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