19 aprile 2018

Il dramma nelle carceri libiche

Un dossier dell’Ufficio dell’Alto commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, Abuse Behind Bars: Arbitrary and unlawful detention in Libya,  mette sotto accusa il governo del premier Fayez al-Sarraj denunciando come alcuni gruppi armati in Libia siano responsabili di uccisioni e torture perpetrate ai danni di civili detenuti, a volte illegalmente.  Il ministero della Giustizia di Tripoli gestisce infatti direttamente alcune prigioni che ospitano 6500 detenuti, ma migliaia di altri, spesso vittime di arresti arbitrari, si trovano invece in carceri che solo formalmente dipendono dal governo di Tripoli, mentre in realtà sono state affidate a gruppi armati alleati del governo, che violano in modo costante i diritti elementari delle persone che, per diverse motivazioni, sono state private della libertà.

A farne le spese sono sia migranti sia cittadini libici. A causa della grave situazione di instabilità politica che si è creata nel Paese negli ultimi anni, i trafficanti di esseri umani agiscono impunemente, con violenze e torture sui migranti, spesso costretti in condizioni di semischiavitù e impegnati in lavori forzati. Una situazione che persiste nonostante numerose denunce e che ha già chiamato a responsabilità l’Unione Europea, spesso più preoccupata per il controllo delle sue frontiere che per il rispetto dei diritti umani.

Nel tentativo di arginare questa situazione di gravi lesioni dei diritti, con il supporto dell’Unione Europea e dell’Unione Africana e l’intervento diretto dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni (OIM), più di 10.000 migranti sono riusciti a tornare su base volontaria nei loro luoghi d’origine, dopo aver subito abusi e maltrattamenti in Libia. Anche molti cittadini libici sono sottoposti ad arresti arbitrari e condizioni di detenzione inumane; alcuni di loro sono oppositori politici e giornalisti e questa situazione naturalmente incide in maniera fortemente negativa sulle possibilità di uno sviluppo democratico in Libia.

Il dossier attribuisce una grande responsabilità per la situazione dei diritti umani in Libia proprio al governo Sarraj, che nonostante l’appoggio dell’ONU e di influenti vicini di casa come l’Italia, non è mai riuscito ad assumere il controllo effettivo del Paese.

La situazione di instabilità si è ulteriormente accentuata per l’assenza dalla scena politica nelle ultime settimane del generale Khalifa Haftar, uomo forte della Cirenaica. Il generale è gravemente malato e sembra si trovi a Parigi per sottoporsi a cure. Se le voci sulla sua morte si stanno dimostrando infondate, è però probabile che lo stato di salute incida notevolmente sulla sua capacità di essere presente nello scenario libico. Molti osservatori ritengono che sia in corso una sorta di lotta per la successione.

Abusi simili a quelli denunciati in Tripolitania si sono verificati, peraltro, anche nella Cirenaica in cui hanno esercitato finora la loro forte influenza Khalifa Haftar e il suo Libyan national army. È ciò che accade, ad esempio, a Kuweifiya, dove sono costrette più di 1800 persone e ci sono state denunce per violazioni dei diritti elementari. Nessuno dei principali antagonisti che si affrontano per il predominio in Libia ha prestato la dovuta attenzione al rispetto delle libertà individuali; molti osservatori temono che se la situazione di caos e di insicurezza diffusa si dovesse aggravare, a risentirne sarebbero proprio le categorie più fragili, i migranti, gli oppositori e tutti coloro che per diverse ragioni sono stati privati della libertà.


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