18 novembre 2020

Il futuro dell’Asia-Pacifico nel ‘nuovo’ scacchiere americano

 

Joe Biden sarà, con buona probabilità, il prossimo presidente degli Stati Uniti d’America. Non è ancora ufficiale, nonostante la sostanziale proclamazione dei principali mass media globali, e potrebbe non esserlo sino al 14 dicembre, giorno in cui i 538 grandi elettori si riuniranno ed esprimeranno nel collegio elettorale. Il condizionale è comunque d’obbligo, perché il presidente “uscente” Donald Trump non ha nessuna intenzione di concedere la vittoria, ma è anzi riuscito a convincere la maggioranza del Partito repubblicano a fare quadrato attorno alla sua figura, e ai suoi ricorsi.

La priorità politica sarà certamente rivolta all’arena interna, con la pandemia da Coronavirus che ha sconquassato il Paese e una società che, probabilmente, non è mai stata così polarizzata e conflittuale. In politica estera, così come suggerito da tanti osservatori, la principale cesura di Biden rispetto all’amministrazione Trump sarebbe il “rientro” degli Stati Uniti nel mondo, e nel consesso mondiale delle organizzazioni internazionali. Nel corso di quest’ultimo tumultuoso quadriennio, Trump è uscito dall’Accordo di Parigi sul clima, dall’UNESCO, dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite, ha fatto saltare l’accordo sul nucleare iraniano, ha definitivamente accantonato il progetto Trans-Pacific Partnership (TPP), oltre ad aver più volte criticato la NATO, la WTO, e tante altre organizzazioni dove gli Stati Uniti hanno storicamente svolto un ruolo di leadership.

Una delle principali sfide per la futura amministrazione Biden sarà proprio quella di reinserirsi nel concerto internazionale e rinnovare il rapporto con diversi partner internazionali, soprattutto in Asia. Durante il suo mandato da vicepresidente (2009-17), ma anche nei periodi in cui è stato presidente della Commissione Esteri al Senato (2001-03 e 2007-09), ha creato una rete di risorse e legami diplomatici che dovrebbero facilitare il percorso di internazionalizzazione e ripristinare il rapporto di fiducia con alcuni storici alleati e partner asiatici. Quindi è lecito attendere un rinsaldamento del rapporto con Giappone, Corea del Sud, Australia, ma nessun cambiamento radicale all’orizzonte; è infatti decisamente più plausibile una linea di continuità, ma con un deciso cambio di tono e atteggiamento.

La questione più rilevante, ovviamente, rimarrà il confronto con la Cina, Paese con cui Biden può vantare una solida tradizione di rapporti e legami, tra cui quello con Xi Jinping. A prescindere dall’inquilino della Casa Bianca, la Cina è inequivocabilmente un competitor strategico e il principale rivale geopolitico. Ma se Trump ha impostato una strategia estremamente conflittuale, spesso tendente addirittura al China bashing, soprattutto in campo economico e commerciale, la prospettiva del governo Biden potrebbe essere più tendente a una coesistenza competitiva. Sia chiaro, la strategia del contenimento e del decoupling economico non verranno probabilmente abbandonate ma, come detto prima, incanalate in un più canonico binario diplomatico.

Il candidato democratico, infatti, ha, sì, fortemente criticato Pechino su determinate tematiche (tutela dei diritti umani in primis), ma si è anche detto disponibile a cooperare su tematiche care ad entrambi i Paesi, come la lotta al cambiamento climatico e la sicurezza sanitaria su scala globale. Decadendo l’intrinseca imprevedibilità con cui Trump ha gestito la politica estera nel continente asiatico, e con essa l’approccio frontale alle questioni riguardanti la Cina, è probabile che il rapporto sino-americano tornerà su binari più familiari, rientrando in un contesto multilaterale in cui Washington possa demandare determinate questioni ai suoi alleati. In questo senso, la rinnovata presenza statunitense nell’Asia-Pacifico verrà difficilmente rivista da Biden, ma potrebbe bensì diventare un trampolino per espandere partnership e network sulla cooperazione regionale, specialmente contro la mai sopita assertività cinese. Il contenzioso nel Mar Cinese Meridionale, sebbene mantenendosi a bassa intensità, è più vivo che mai, con la Cina che porta avanti la sua strategia di controllo e gli Stati Uniti che provano a creare un concerto del Sud-Est asiatico, soprattutto tra i Paesi ASEAN, per contrapporsi in maniera più efficace all’espansionismo marittimo di Pechino.

Un altro importante banco di prova è rappresentato dalla Corea del Nord, su cui Trump ha puntato in maniera talmente sconsiderata da rischiare di compromettere il rapporto con Seoul e Tokyo. Di fronte alle rimostranze degli alleati, giustamente scontenti per le decisioni di petto prese dal tycoon, Trump ha minacciato un ridimensionamento della presenza militare statunitense nei due Paesi. I meeting con Kim Jong-un si sono sostanzialmente conclusi con un nulla di fatto, di cui ricordiamo più il buzz mediatico che altro. Biden, quindi, erediterà la solita situazione di stallo, e il suo insediamento verrà molto probabilmente salutato dall’immancabile test missilistico.

Infine, Taiwan è una delle poche realtà, assieme al Vietnam, a salutare Trump con più di un rimpianto. Taipei ha infatti beneficiato enormemente dell’acceso confronto tra Washington e Pechino, e il governo di Tsai Ing-wen è stato in grado di sfruttarlo per accrescere il proprio status internazionale. Basti pensare all’attuale gestione della pandemia, per cui Taiwan si è distinta come una delle più virtuose realtà del panorama internazionale ed è stata apertamente lodata dal governo americano. Le recentissime visite di due importanti figure istituzionali come Alex Azar, segretario alla Salute, e Keith Krach, sottosegretario di Stato, non possono che confermare la vicinanza tra i due governi, o la visita dei Raiders, le forze speciali dei marines, alla base navale di Kaohsiung per un corso di formazione. Le cose probabilmente cambieranno con Biden, ma non necessariamente in peggio per l’isola. La passionale vicinanza trumpista dev’essere interpretata più in chiave anti-Pechino che altro, e un ritorno al più classico dei rapporti bilaterali potrebbe essere la soluzione migliore per Taipei.

Insomma, si prospettano tanti fronti aperti e tante situazioni spinose per il presidente eletto, che ha dalla sua una grande esperienza e un grande network, professionale e personale, da cui attingere. Probabilmente non vedremo più una politica estera “urlata” al megafono, ma sarebbe altresì errato attendersi un netto cambio di rotta da uno dei principali artefici del Pivot to Asia.

 

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Immagine: La bandiera degli Stati Uniti esibita durante una manifestazione che invita i politici statunitensi ad approvare l’Hong Kong human rights and democracy act, Hong Kong (14 ottobre 2019). Crediti: Isaac C.P. Wong / Shutterstock.com

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