18 ottobre 2020

Il mantra della stabilità nel Mediterraneo

 

Il concetto di stabilità è il principale mantra che guida la politica estera delle cancellerie e delle diplomazie occidentali quando si parla dei Paesi che insistono sulla sponda sud del Mediterraneo. Perseguire questa stabilità significa, in molte occasioni, esercitare l’arte del compromesso con sistemi di governo e di Stato spesso non perfettamente aderenti al modello di democrazia come concepito in al di qua del Mare Nostrum. Tale scelta, quella del compromesso, il più delle volte si rivela tattica, cioè a breve termine, e non strategica, cioè di ampio respiro. Tornano così a manifestarsi focolai di instabilità, violenza politica e, in ultima istanza, di terrorismo.

È il caso dell’Algeria, dove la transizione democratica prospettata dopo le dimissioni ad aprile 2019 dell’ottuagenario presidente Abdelaziz Bouteflika sembra continuare ad arrancare. Le manifestazioni del movimento Hirak, iniziate a febbraio dello scorso anno per protestare contro la ricandidatura di Bouteflika al quinto mandato presidenziale, hanno continuato ad animare le piazze di Algeri e altre città del Paese tutti i venerdì, anche dopo le dimissioni dell’anziano Capo dello Stato. Le restrizioni dovute alla pandemia di Covid-19 sono riuscite solo in parte a celare il malcontento di quelle fasce di popolazione deluse dalla politica post-Bouteflika. Il governo di Abdelaziz Djerad, nominato premier a dicembre scorso dal presidente Abdelmadjid Tebboune, ha colto l’occasione offerta dal Covid per mettere in campo una stretta contro il movimento, incarcerando molti dei suoi sostenitori.

Particolarmente significativa e ripresa a livello mediatico, specialmente negli organi di informazione arabi e francofoni, è la vicenda di Khaled Drareni, giornalista indipendente algerino e corrispondente di Reporter senza frontiere (Rsf) condannato a due anni di carcere. Il pouvoir, il quadro di apparati militari e statali che circondano la presidenza, sembra voler serrare i ranghi fino all’appuntamento più importante: quello del 1° novembre - giorno dell'anniversario dell'inizio della rivoluzione algerina per l'indipendenza (1954-1962) - quando si terrà il referendum sulla nuova costituzione. Il rischio di una nuova ondata di malcontento, però, è dietro l’angolo. Il professor Redouane Bouhidel, docente di scienze politiche ad Algeri, ne è convinto. Sentito da Agenzia Nova, Bouhidel ha affermato che "il governo algerino dovrà affrontare nuove proteste se il disegno di legge non includerà le principali richieste del popolo”.

L’Algeria, però, non è un Paese qualunque. Conteso dalle sfere egemoniche della Francia, ex potenza coloniale, e della Cina, primo partner commerciale (che vorrebbe incastonare Algeri nella Nuova Via Della Seta), lo Stato nordafricano ha conosciuto la violenza islamista del cosiddetto “decennio nero”. Ciononostante, il malcontento dovuto a condizioni economiche incerte, aggravate dalla pandemia di Covid, e la delusione di fronte ad un sistema costituzionale diverso da quello anelato dalle piazze, potrebbero comunque generare rabbia e violenza contro lo Stato post-Bouteflika.

Nella vicina Tunisia, considerata da più parti l’unico esempio di “primavera araba riuscita”, la stabilità e tutt’altro che granitica. Il capo dello Stato Kais Saied, presidente conservatore e assertivo eletto come indipendente rispetto ai partiti tradizionali, ha deciso di concedere la grazia a 307 prigionieri in occasione del 57esimo anniversario dalla partenza delle ultime truppe francesi dalla Tunisia, il 15 ottobre 2020. Questa mossa di apertura giunge dopo l’ennesima ondata di proteste e malcontento, dovuta anche qui alle difficoltà dell’emergenza Covid, cui gli apparati di sicurezza hanno risposto con la solita durezza. Il 4 agosto scorso, ad esempio, l’avvocata Nesrine Guerneh è stata aggredita all’interno di una stazione di polizia a El Mourouj, a sud di Tunisi. Un fatto che ha generato proteste vibranti da parte della categoria. Il presidente dell’Ordine degli avvocati della Tunisia, Brahim Bouderbala, ha affermato che le forze di sicurezza “non hanno dimostrato la professionalità degna di uno Stato democratico".

È uno Stato, quello tunisino, che mostra tutte le fragilità di una democrazia ancora giovane e acerba. La Tunisia è il primo “esportatore” di foreign fighters accorsi a combattere tra le fila dei jihadisti nei teatri di guerra in Siria e Iraq. La regione di Kasserine, al confine con la Libia, è storicamente il bacino di riferimento per l’estremismo islamico nell’area, ad esempio per il gruppo Jound Al Khilafa, affiliato allo Stato Islamico.

Il Paese, inoltre, deve fare ancora i conti col passato. Sebbene nel 2017 sia passata la cosiddetta “legge di riconciliazione”, una sorta di colpo di spugna sui crimini degli affiliati al vecchio regime di Zine El-Abidine Ben Ali, è sensazione diffusa tra le fasce svantaggiate della popolazione che gli ideali della rivoluzione del 2011 – libertà, pane e giustizia sociale - siano stati traditi.

La guida della Tunisia in questa fase delicata spetta al governo di Hichem Mechichi, che ha ottenuto la fiducia il 2 settembre scorso, dopo una concertazione politica tutt’altro che facile tra il movimento islamista Ennahda, il partito liberale Qalb Tunes, e altri partiti minori che alla fine hanno permesso di varare il governo, fortemente voluto dal volitivo presidente Saied.

L’Egitto, al pari di Tunisia, Algeria e Marocco, è uno degli stati dell’area interessati alla crisi in Libia. Tra l’11 e il 13 ottobre Il Cairo ha ospitato i colloqui tra i delegati della Camera dei rappresentanti con sede in Cirenaica e dell’Alto consiglio di Stato libico di Tripoli, istituzioni legate rispettivamente all’autoproclamato Esercito nazionale libico di Khalifa Haftar e al Governo di accordo nazionale libico di Fayyez al-Sarraj. Il prossimo appuntamento è il Forum per il dialogo politico libico, che si terrà a novembre in Tunisia.

Tuttavia, le fonti di instabilità per il paese del Nilo vengono anche e soprattutto dall’interno. Attivisti per i diritti umani denunciano periodiche campagne di arresti e repressione contro ogni forma di dissenso verso il regime di Abdelfattah al Sisi. Nel mese di settembre, ad esempio, arresti arbitrari hanno avuto luogo nel quartiere di Basatin, nel governatorato di Fayoum, a sud del Cairo, dove diverse famiglie hanno denunciato la scomparsa dei propri figli dopo manifestazioni di protesta contro il governo. Quello delle sparizioni forzate, come dimostra l’incertezza che dopo quattro anni circonda il caso di Giulio Regeni, è un tema scottante per le autorità del Cairo, così come lo è la resistenza jihadista nel Sinai, dove ha luogo una wilaya (provincia) dell’autoproclamato Stato Islamico. Le forze regolari non riescono a venire a capo della situazione, in un quadrante impervio e desertico ma allo stesso tempo strategico, data la vicinanza con il canale di Suez e con il confine israeliano.

Il teatro in cui il mantra della stabilità cela le devastazioni più grandi è sicuramente la Siria. Nel Paese, distrutto da dieci anni di guerra, il germe del terrorismo jihadista e di possibili nuove ondate rivoluzionarie sopravvive dietro la patina di “normalità” che il regime di Bashar al Assad cerca di dare alla vita siriana. Lo Stato Islamico è stato sfaldato nella sua dimensione territoriale, ma è tutt’altro che scomparso. Gli ultimi mesi hanno visto moltiplicarsi nuove, piccole manifestazioni contro il sistema, anche nelle aree tornate sotto il controllo di Damasco. In località come Deraa, nel sud del Paese, cittadini logorati dal conflitto e dalle ristrettezze economiche dovute alle sanzioni e alla pandemia di Covid-19, tornano in piazza come nel 2011 chiedendo un miglioramento delle proprie condizioni.

Proprio in Siria è scomparso il 29 luglio del 2013 padre Paolo Dall’Oglio, una cui frase sembra cogliere al meglio quanto il mantra della stabilità sia fragile di fronte alle dinamiche di terrorismo e violenza politica che dominano la sponda sud del Mediterraneo. “Vi è un circolo ermeneutico infernale - diceva - le paure legittimano la repressione, che crea l’estremismo, che giustifica le paure".

 

Immagine: Algeria, Algeri - 05 luglio 2019: milioni di algerini in piazza per la 20a settimana di protesta contro il governo e contro la corruzione nel paese. Crediti: BkhStudio / Shutterstock.com

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