24 settembre 2021

Il mare incognito dell’UE senza la Merkel

Per capire quanto la vicenda politica di Angela Merkel sia un unicum a livello europeo basta guardare a un dato: l’unico leader, ancora in carica, a ricoprire lo stesso incarico istituzionale più a lungo di lei è Aleksandr Lukašenko, “eletto” nel 1994 e da allora sempre riconfermato (per modo di dire). Addirittura Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdoğan, nel corso delle loro lunghe carriere, hanno dovuto cambiare “lavoro”, diventando di volta in volta presidenti o primi ministri. Angela Merkel non solo è cancelliere federale dal 2005 ma, rispetto ai colleghi di cui sopra, lo è avendo vinto tutte le tornate elettorali libere e democratiche cui si è presentata. Non male per una politica che Helmut Kohl aveva definito «mein Mädchen», la mia ragazzina, salvo poi pentirsene amaramente quando Angela Merkel, con una operazione di rara freddezza, lo condusse al pensionamento anticipato.

La «Cancelliera del mondo libero», come l’ha definita il Time durante la crisi dei migranti siriani, ha legato il suo nome e un bel pezzo delle vicende che l’hanno vista assoluta protagonista all’Unione Europea o meglio, al sentiero che la UE ha percorso dalla crisi greca in poi.

Di Angela Merkel non si ricordano grandi discorsi riguardo il sogno europeo, nelle (rarissime) interviste concesse nel corso degli anni ha sempre preferito la pragmatica attualità alle dichiarazioni di principio, nelle conferenze stampa dopo le nottate di Bruxelles si limitava a spiegare perché i compromessi raggiunti ‒ spesso non entusiasmanti ‒ erano il miglior risultato possibile. Tuttavia, l’Europa del 2021, dopo la pandemia e dopo almeno tre crisi che ne hanno messo a rischio le fondamenta (debito sovrano, migranti e Covid, appunto), è l’Europa di Angela Merkel, lo è nei suoi meccanismi decisionali, negli equilibri politici, addirittura nel linguaggio.

Il lungo cancellierato della ossi che ha conquistato l’Ovest, ha segnato in maniera profonda l’assetto istituzionale europeo: se nel disegno dei padri fondatori la Commissione europea, e il suo presidente, avrebbero dovuto evolversi in una sorta di “governo europeo” sia in termini esecutivi che di direzione politica, l’Europa di oggi ruota attorno al Consiglio europeo, ai capi di Stato e di governo e ai loro negoziati. In questo senso Angela Merkel è stata una protagonista centrale, al tempo stesso giocatrice (difendendo in maniera strenua l’interesse nazionale tedesco come, in parte, quello dei suoi clienti più prossimi) e arbitro. Un modello intergovernativo non amato dai puristi dell’Europa comunitaria che, tuttavia, ha evitato all’Unione Europea di crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. Mettendo tutto il peso politico della Germania sul Consiglio europeo, Angela Merkel ha potuto accentrare il processo decisionale attorno alla sua persona ma, al tempo stesso, l’ha reso ingovernabile per chiunque non sia lei. Non potrà farlo Emmanuel Macron, che l’anno prossimo si misurerà con elezioni non facili, non potrà farlo Mario Draghi, punto di equilibrio di una Grosse Koalition molto più innaturale di quella CDU/CSU/SPD e, con tutta probabilità, sarà quasi impossibile anche per il successore di Angela Merkel stessa a Berlino. La cancelliera, nei suoi sedici anni alla guida della Germania aveva cementato un sistema di alleanze, rapporti diplomatici e, addirittura conoscenza personale, impossibile da sostituire. Nessuno come lei può prendere un caffè con Pedro Sánchez e, immediatamente dopo, condividere un pranzo con Viktor Orbán.

Il suo metodo di gestione delle crisi, temporeggiatore, a volte pavido, spesso ai limiti dell’immobile ha sempre permesso di arrivare a compromessi che ‒ seppur senza soddisfare appieno nessuno ‒ sembravano impossibili da raggiungere. Lo sa bene Alexis Tsipras, consumato e isolato dopo mesi di nottate infinite, ma lo sa bene pure Mark Rutte, abbandonato e tradito quando Angela Merkel ha deciso che gli interessi tedeschi si allineavano più con quelli italiani, francesi e spagnoli su Next Generation EU, lo sa ancor meglio Viktor Orbán, difeso a spada tratta per anni (soprattutto in un’ottica di tutela della catena del valore delle industrie automobilistiche tedesche) e poi abbandonato e spinto fuori dal Partito popolare europeo grazie a una manovra parlamentare. Con Angela Merkel, nei suoi lunghi anni di cancellierato, tutti hanno avuto qualcosa e tutti hanno dovuto concedere qualcosa. L’Unione Europea, intesa come idea ma pure come processo fondativo ancora in divenire, è sopravvissuta, tuttavia senza guizzi, senza scatti in avanti, senza una vera visione complessiva. Angela Merkel non ha mai voluto mettere il suo (non indifferente) peso politico e la sua autorevolezza personale dietro a quello che, semplificando, possiamo chiamare il “sogno europeo”. Ci ha creduto e non ha avuto il coraggio o ha considerato l’Europa solo come un ulteriore strumento di egemonia tedesca? Guardandoci indietro, vediamo almeno tre Angela Merkel, il volto severo della crisi greca, il volto accogliente con i migranti siriani e, infine, il volto affranto davanti alla pandemia. Ognuno di essi racconta un pezzo del percorso politico di Angela Merkel e, dunque, della storia degli ultimi due decenni ma non basta a definirla appieno; rimarrà la cancelliera delle grandi crisi, la Mädchen che si fece Mutti, la donna più influente d’Europa pur non avendo mai ricoperto un incarico a Bruxelles, o forse proprio per quello.

Senza di lei l’Unione Europea entra in un vasto mare incognito, ci saranno nuove occasioni (forse per la sua pupilla Ursula von der Leyen, se saprà coglierle) ma pure pericoli non indifferenti. Vedremo nei prossimi mesi chi avrà la forza di affrontarli.

 

Immagine: Angela Merkel (19 luglio 2020). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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