12 ottobre 2021

Il lungo negoziato per la formazione del governo in Germania

 

Mentre in Europa è partito un dibattito, abbastanza ozioso, riguardo i potenziali eredi politici di Angela Merkel, in Germania l’attuale cancelliera rischia di occupare il suo bell’ufficio pieno di vetrate ancora per qualche mese.

Olaf Scholz è arrivato primo ma, complice la performance sottotono della Linke e un recupero in extremis della CDU/CSU, nelle prossime settimane si troverà impelagato in difficili negoziati per costruire una coalizione di governo che garantisca al tempo stesso governabilità e la minima coerenza ideologica necessaria per portare avanti almeno una parte del programma elettorale socialdemocratico.

La SPD ha escluso, almeno per ora, qualsiasi potenziale replica della Grande coalizione, escludendo, dunque, ogni prova di accordo con i cristianodemocratici. Questa decisione costringe Scholz e i suoi a una strada sola, peraltro piuttosto stretta, una inedita alleanza “semaforo” tra socialdemocratici (rossi), liberali (gialli) e Verdi (lo dice già il nome). Stando ai programmi elettorali e alle culture politiche di riferimento, se tra SPD e Grünen le differenze sembrano tutto sommato conciliabili, il rapporto con il Partito liberale rischia di far saltare il banco.

La FDP (Freien Demokratischen Partei) è balzata agli onori delle cronache europee durante la crisi greca quando i suoi dirigenti si sono distinti per le durissime prese di posizione contro il governo di Alexis Tsipras e, in generale, contro l’uso di qualunque strumento che prevedesse trasferimenti diretti dalla Germania alle economie in difficoltà del Sud. Negli scorsi anni, dopo lo storico 14% del 2009, il partito ha rischiato di sparire dalla scena politica addirittura non superando la soglia di sbarramento nel 2013; oggi, con il suo 8,6% è il vero ago della bilancia al Bundestag e il leader Christian Lindner ha già dichiarato che si impegnerà per portare i liberali al governo ad ogni costo.

Se per la FDP le elezioni del 2021 hanno segnato un grande ritorno, i Verdi ‒ pur festeggiando il miglior risultato della loro storia ‒ sorridono a denti stretti: appena sei mesi fa i sondaggi davano il partito oltre il 20%, prima forza politica della Germania, sopra SPD e CDU. Annalena Baerbock, leader e candidata cancelliere, parlava già da capo del governo in pectore quando ‒ come spesso accade ‒ una campagna elettorale condotta non benissimo e alcuni scandali legati al suo curriculum hanno convinto molti elettori indecisi a tornare su scelte più tradizionali. Ora i Verdi hanno comunque la possibilità di formare un governo, ma hanno perso molto leverage politico: le istanze ambientaliste ed europeiste rischiano di venire annacquate dai liberali, mentre sul fronte dei diritti sociali la SPD di Scholz è riuscita a posizionarsi in maniera molto più netta e credibile.

 

Da questo schema, almeno per il momento, sembra rimanere fuori il partito che ha dominato la politica tedesca negli ultimi sedici anni e che, allargando lo sguardo, è stato per quasi sessant’anni la principale forza politica della Germania: l’Union sta facendo i conti con il peggior risultato della sua storia, un 22% in parte da addebitare a un candidato inadeguato come Armin Laschet ma che, probabilmente, ha radici più profonde legate ‒ in parte ‒ anche al lungo cancellierato di Angela Merkel e al suo stile di gestione del partito. Un dato, più di tutti, riassume la portata della sconfitta cristianodemocratica: per la prima volta dal dopoguerra la CSU non ha conquistato tutti i collegi uninominali della Baviera. La CDU/CSU, almeno per ora, sembra indirizzata verso l’opposizione (non siede nei banchi di minoranza dal 2005) anche se i suoi dirigenti sognano ancora di poter ribaltare il tavolo qualora i negoziati tra socialdemocratici, Verdi e liberali non dovessero andare a buon fine. Una eventuale coalizione “Giamaica” (nero CDU, giallo liberale e verde) benché matematicamente possibile finirebbe però per sbattere fuori dal governo il partito di maggioranza relativa (la SPD) e l’attuale leader politico (Scholz) che quasi un terzo dei tedeschi ‒ stando ai sondaggi ‒ vorrebbe come nuovo cancelliere federale. Si tratterebbe di una mossa spericolata forse nemmeno sostenibile davanti a un’opinione pubblica che, dopo sedici anni di governo cristianodemocratico, ha chiaramente votato ‒ forse in maniera confusa ‒ per un cambio di passo.

 

Mentre scriviamo i negoziati tra le varie forze politiche sono appena all’inizio e, dunque, nessuno può sapere quale sarà il risultato finale. Per ora abbiamo solo una certezza: pur avendo fatto di tutto per evitarlo, se le trattative andranno per le lunghe Angela Merkel supererà il suo ex mentore Helmut Kohl come cancelliere più longevo. Il padre della riunificazione tedesca guidò il Paese per 5.870 giorni, la signora Merkel, ad oggi è a 5.800.

 

Immagine: Olaf Scholz e Angela Merkel (21 marzo 2018). Crediti: dompictures / Shutterstock.com

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