15 giugno 2021

Il nuovo atlantismo di Joe Biden

Un viaggio atlantico, quello di Joe Biden. Ma soprattutto un viaggio “atlantista”, negli assunti, nella retorica e negli obiettivi. Perché il presidente statunitense non fa mistero di voler rimettere le relazioni euro-statunitensi al centro dell’azione internazionale di Washington; di considerare la partnership transatlantica come il perno del rinnovato internazionalismo statunitense. Quali sono gli assiomi di questo nuovo atlantismo? Quali i suoi obiettivi? E, infine, quali i suoi potenziali limiti e contraddizioni?

Le premesse, innanzitutto. Che per comodità, e con un certo grado di arbitrio, possiamo distinguere in ideologiche, politiche e strategiche. L’atlantismo di Biden poggia su un assunto che per il presidente non solo preserva il suo valore, ma risulta anzi rilegittimato dalle trasformazioni delle relazioni internazionali dell’ultimo decennio. L’idea, cioè, che tra la democrazia statunitense e quelle dei suoi partner tradizionali dello spazio atlantico vi sia una convergenza forte e ineluttabile di principi, valori e interessi. Che il comune denominatore democratico offra un collante tanto potente quanto naturale, alla base di quella NATO che Biden ha descritto, prima di partire per questo suo viaggio europeo, come «l’alleanza di maggior successo nella storia del mondo».

Un’alleanza che, proprio per la sua essenza ultima, è stata non solo capace di risolvere conflitti di lunga data – di promuovere una “pace democratica” che insieme alla leadership statunitense è in fondo basilare cardine dottrinale della visione di Biden –, ma anche di offrire un forum dove politiche multilaterali e collaborative potessero essere promosse con efficacia senza pari. Per buona pace dei critici della Comunità Atlantica o delle tante Cassandre che nei decenni ne hanno celebrato le crisi o preconizzato l’implosione, l’alleanza tra Stati Uniti ed Europa – sottolinea il presidente ‒ ha retto  l’usura del tempo ed ha contribuito a forme d’istituzionalizzazione della governance transatlantica e, in parte, globale, che non hanno pari. Proprio per questo, essa non conosce alternative e sostituti come strumento della politica estera statunitense. Una politica attivamente internazionalista, come quella che questa amministrazione si ripropone di promuovere, non può che passare attraverso un rilancio delle relazioni transatlantiche. In un contesto d’integrazione globale così acuto e contraddittorio, sarebbe peraltro inutile e finanche controproducente cercare di definire, come spesso fatto nel XXI secolo, delle precise gerarchie di priorità strategiche che subordinino ad esempio il teatro atlantico/europeo a quello pacifico/asiatico. Anzi, se messa al servizio di uno specifico disegno di politica estera – come pare essere con Biden – la centralità strategica dell’Europa risulta per gli USA ancor più importante, ancorché in larga parte derivata; anzi, è importante, invero vitale, in quanto derivata: funzionale al perseguimento di obiettivi globali, e non specificamente europei o atlantico-centrici.

Quali sono allora questi obiettivi? E in che modo essi esaltano l’importanza derivata dell’Europa e delle relazioni transatlantiche? Quella di Biden, è evidente, pare essere una politica estera finalizzata a costruire una forma d’interdipendenza vieppiù parziale, de-globalizzata o, come ha scritto lo storico Jeremy Adelman, “tribale”. Serve sì a rilanciare forme di dialogo multilaterale, che sono finalizzate però tanto a integrare quanto a escludere; a emarginare un attore ovvero a contenerne un’ascesa che oggi spaventa e preoccupa. Direttamente o indirettamente, il dialogo ‒ al G7 come alla NATO come nei tanti bilaterali contestuali ‒ ha quasi sempre avuto la Cina al centro della scena. Evidente, ed esplicitamente dichiarato, è l’obiettivo dell’amministrazione Biden non solo di limitare gli investimenti esteri cinesi, negli USA e nei Paesi alleati, ma anche di ridurre il peso di Pechino nelle catene di produzione globale con tutte le potenziali condizionalità che ne conseguono. La retorica – espressione coerente dei codici di questa rinnovata ideologia atlantista – afferma che le democrazie sono chiamate oggi a rispondere alla sfida di autocrazie come quella cinese, dimostrando la superiorità e la maggiore adattabilità del loro modello. Che la loro collaborazione materiale e la loro convergenza ideale costituiscono la miglior risposta a questa sfida. A monte vi è però anche, se non soprattutto, l’interesse tangibile a disancorare le loro economie, e le dinamiche d’integrazione globale, dalla presenza della Cina. Che è condizionante; che ha permesso a Pechino di crescere e rafforzarsi; che ha finito per indebolire le democrazie atlantiche. All’obiettivo del contenimento della Cina si aggiunge quello della Russia, il secondo nemico esplicitamente identificato da Biden che dovrebbe catalizzare questa rinnovata partnership transatlantica. Russia che è, lo sappiamo, attore ben più fragile della Cina e quindi minaccia meno seria all’egemonia degli Stati Uniti. Ma Russia che dimostra quasi quotidianamente la sua capacità (e volontà) di destabilizzare le democrazie euro-americane a partire ovviamente da quella statunitense. Di qui il lessico quasi da guerra fredda spesso dispiegato da Biden e dai suoi più stretti collaboratori. Di qui, addirittura, l’evocazione dell’art. 5 della NATO e la sottolineatura dell’importanza della sicurezza collettiva. Di quil’enfasi forse esagerata posta sulla cybersicurezza e le nuove minacce che verrebbero dalla Russia.

Le contraddizioni e i problemi, infine. Da più parti è stato giustamente sottolineato come Europa e Stati Uniti non convergano automaticamente anche perché, rispetto alle due sfide che dovrebbero cementare questo nuovo atlantismo, vi è in Europa un ventaglio di posizioni diverse. Se su alcuni dossier – dall’ambiente alla sanità – una certa unità politica è facile da costruire, su altri invece le distanze rimangono marcate. Le premesse ideologiche dell’atlantismo bideniano appaiono a loro volta contestabili, a partire dalla centralità attribuità al presunto comune denominatore democratico. Che appare spesso anacronistico o problematico, rimandando ai codici del “mondo libero” della guerra fredda o a quelli dei fallimentari progetti neoconservatori di promozione della democrazia d’inizio XXI secolo. Biden invidua correttamente la tensione – drammaticamente esposta dalla crisi del 2008 e quel che ne è seguito – tra globalizzazione e democrazia: tra la profondità mal governata della prima e le difficoltà della seconda, evidenziata dall’impatto devastante che le trasformazioni dell’ultimo mezzo secolo hanno avuto su segmenti importanti, in particolare tra i ceti medi, della popolazione delle democrazie più ricche, a partire da quella statunitense. È però evidente come la risposta a questa “fatica” della democrazia imponga sia il ripensamento, un aggiornamento e un’estensione delle regole e strutture della governance globale sia la promozione di politiche e riforme interne capaci di garantire forme di sicurezza e protezione sociale venute spesso meno negli ultimi decenni. Come è evidente il rischio di rispondere alle tante problematicità della globalizzazione vuoi con nuovi nazionalismi che alimentano l’illusione del recupero di una sovranità ormai irrecuperabile vuoi con modelli d’“interdipendenze tribali”, a cui pare talora rifarsi il nuovo atlantismo di Joe Biden, e che rischiano di acuire ancor più tensioni e instabilità.

 

Immagine: Joe Biden (10 febbraio 2021). Crediti: BiksuTong / Shutterstock.com

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