9 settembre 2019

Il nuovo ruolo degli Emirati Arabi Uniti nella guerra civile in Yemen

Aden è una delle principali città dello Yemen del Sud nonché un grande porto affacciato sul Mar Rosso. Con lo scoppio della guerra civile yemenita e la presa della capitale, Sana’a, da parte dei ribelli houthi, il governo yemenita guidato da Hadi ha trovato rifugio nella città, sostenuto da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

Nel corso delle ultime settimane Aden è stata oggetto di intensi scontri tra separatisti e governativi, con i primi che hanno annunciato di aver occupato nuovamente la città. Una situazione critica per il governo di Hadi, anche perché i ribelli separatisti che lo stanno combattendo ad Aden non sono in realtà houthi, ma milizie separatiste del Sud del Paese, in teoria alleate con il governo nella lotta contro gli Houthi. Allo stato attuale, la città sembra essere sotto il controllo delle forze separatiste del Consiglio di transizione del Sud, le quali si son già dedicate all’arresto di esponenti della città vicini al governo di Hadi. Tuttavia, la situazione è ancora aperta e gli scontri attorno alla città, il cui destino appare più che mai incerto, proseguono senza sosta.

Il fatto che due fazioni tra loro alleate prendano a combattersi a guerra tutt’altro che vinta è sintomatico della situazione di caos che imperversa in Yemen. Per il governo di Hadi, il vero responsabile degli assalti alla città è da rintracciarsi negli Emirati Arabi Uniti, che da anni sostengono e finanziano i ribelli separatisti dello Yemen del Sud. Il ministro degli Esteri del governo di Hadi ha chiesto agli Emirati di smettere di sostenere quello che, dal punto di vista governativo, è un vero e proprio colpo di Stato ad opera dei separatisti.

Abu Dhabi, dal canto suo, non intende tirarsi fuori dalla coalizione anti-Houthi a guida saudita e, ignorando le accuse lanciate dal governo yemenita in merito al suo appoggio al Consiglio di transizione del Sud, da un lato ha auspicato una rinnovata unità del fronte anti-Houthi, dall’altro, nei giorni scorsi, con la sua aviazione ha compiuto diversi raid proprio nell’area di Aden, con un attacco ufficialmente rivolto contro “terroristi”, ma, secondo il governo yemenita, sferrato a supporto dei miliziani separatisti del Sud.  

La situazione attuale ad Aden appare ancora più paradossale se rapportata al fatto che a luglio gli Emirati Arabi Uniti avevano annunciato che avrebbero ritirato buona parte del loro contingente militare di terra oggi presente in territorio yemenita. Si tratta di due decisioni, il ritiro delle forze di terra e l’appoggio al Consiglio di transizione del Sud, all’apparenza contrastanti, che potrebbero però portare effettivamente a una svolta nel conflitto, sebbene non nel senso auspicato dal governo yemenita di Hadi e dei sauditi, sempre più soli nel perseguire l’annientamento degli Houthi in funzione anti-iraniana. L’esercito emiratino è considerato infatti come il più efficiente e meglio armato dell’intera ragione e il suo apporto nella guerra, non solo nei combattimenti, ma anche nella formazione di personale militare yemenita, è stato fondamentale negli ultimi quattro anni per scongiurare una definitiva vittoria degli Houthi contro le altrimenti moribonde forze governative.

Ritirando il loro appoggio ai governativi e concentrandosi nel sostegno delle milizie separatiste del Sud che per anni hanno sostenuto nell’ambito della coalizione anti-Houthi, gli Emirati Arabi Uniti di fatto riconoscono che il governo di Hadi sembra destinato a non avere futuro o che comunque non riuscirà ad avere ragione su tutte le forze ostili (Houthi, al-Qaida e separatisti del Sud) riconquistando l’unità del Paese. Preso atto della situazione, Abu Dhabi cerca a questo punto di preservare i propri specifici interessi, che in ogni caso ha avuto cura di coltivare e sviluppare anche negli anni passati.

Quando nel 2015 l’Arabia Saudita si è spesa nell’organizzare una coalizione di Paesi a sostegno del governo internazionalmente riconosciuto di Hadi, in quel momento a un passo dal definitivo collasso per opera degli Houthi, gli Emirati Arabi Uniti si sono subito uniti fornendo un sostegno alla coalizione secondo solo a quello di Riyad. Una decisione che ad una prima lettura appare presa alla luce dei tradizionali equilibri strategici nella regione, che vedono Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita alleati in un’ottica di contrasto soprattutto verso l’Iran, il quale, forte anche dell’elemento religioso (gli Houthi e una buona parte della popolazione yemenita nel Nord, cuore della rivolta houthi, appartengono a un settore minoritario dell’islam sciita), è ritenuto l’alleato e sostenitore principale delle milizie houthi.

L’apparente automatismo con cui gli Emirati Arabi Uniti sembrano unirsi a iniziative da parte di alleati più grandi quali l’Arabia Saudita o gli Stati Uniti (si pensi all’intervento emiratino in Siria) sembra suggerire una certa passività nell’agenda internazionale di Abu Dhabi. Tuttavia, se si va ad analizzare come gli emiratini agiscono nei teatri in cui vengono coinvolti, ecco che diventa chiaro come gli obiettivi reali siano spesso ben distinti da quelli dei partner principali. Obiettivi che gli Emirati Arabi Uniti ritengono alla loro portata, nonostante le ridotte dimensioni, grazie a un esercito piccolo, ma molto ben addestrato e armato, e alla loro enorme ricchezza.

Nello Yemen le differenze di visione e azione tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti sono molte e profonde, al netto del comune intento di contenere l’influenza iraniana. Per Riyad la guerra in Yemen è vitale per la protezione dei suoi confini e della sua integrità territoriale. Gli Houthi da anni controllano il Nord-Ovest del Paese e una buona fetta della lunga linea di confine che separa i due Stati e ciò  consente loro di lanciare attacchi oltre confine. Sebbene i danni causati dai missili e dai droni houthi siano in realtà insignificanti rispetto ai bombardamenti compiuti dai sauditi nei territori controllati dai ribelli, per Riyad questi sporadici attacchi costituiscono un affronto inaccettabile. Non solo, per i sauditi un successo degli Houthi sciiti potrebbe incoraggiare gli sciiti sauditi a contrastare l’ordine politico rigorosamente wahabita e sunnita del Paese, che si declina in una discriminazione sistematica della minoranza sciita. Una buona fetta degli sciiti sauditi si trova, oltre tutto, proprio nella zona di confine con lo Yemen, a stretto contatto con gli sciiti yemeniti. Riyad pertanto teme che una vittoria definitiva degli Houthi o anche solo l’instaurazione di uno stato sciita nello Yemen del Nord direttamente confinante con l’Arabia Saudita possa scatenare un effetto “contagio” che rischierebbe di minare la stabilità interna saudita. Dunque, nel più ampio insieme di “proxy war” tra Arabia Saudita e Iran per la supremazia della regione, lo Yemen costituisce per i sauditi un punto chiave la cui perdita significherebbe sostanzialmente una definitiva sconfitta strategica nei confronti di Teheran.

Anche per gli Emirati Arabi Uniti la partita che si gioca in Yemen è molto importante, ma per ragioni del tutto diverse da quelle dei sauditi. Innanzitutto, la necessità di contenere l’Iran assume un valore assai minore per gli emiratini. Per Abu Dhabi l’Iran è un rivale, ma non un nemico mortale come per l’Arabia Saudita, e in ogni caso resta un vicino con cui condividere il Golfo Persico e i transiti navali che in esso si svolgono.

Ed è proprio al mare che gli Emirati Arabi Uniti guardano nell’affrontare la questione yemenita. L’obiettivo strategico principale, per Abu Dhabi, è evitare che gli Houthi calino fino alle rive meridionali del Paese. Le azioni del piccolo emirato, sia le operazioni militari dirette sia quelle a sostegno delle milizie locali, sono in larga parte concentrate sulla regione costiera meridionale dello Yemen affacciata sul Golfo di Aden, nell’Oceano Indiano, con Aden stessa quale centro di gravità. Per l’economia del Paese è di vitale importanza che il passaggio dall’Oceano Indiano al Mar Rosso (e quindi al Mar Mediterraneo e all’Oceano Atlantico) sia sempre libero, consentendo il regolare transito del petrolio emiratino nel resto del mondo. Per ottenere tale risultato è fondamentale che ad Aden, che domina l’accesso al Mar Rosso dall’Oceano Indiano, sieda un governo amico.

Il cambio di atteggiamento da parte di Abu Dhabi verso il governo di Hadi e a favore dei separatisti meridionali deriva innanzitutto dalla necessità di preservare la sua presa sulla città di Aden. Una necessità simile a quella dell’Impero britannico tra il XIX secolo e il XX secolo, per cui l’area yemenita era d’importanza innanzitutto per il passaggio dal Golfo di Aden, tanto che la stessa divisione dello Yemen coloniale rifletteva le esigenze dell’impero, con una vera e propria colonia britannica corrispondente alla città, un regno semiautonomo a nord e un protettorato denominato dai britannici come “hinterland di Aden” corrispondente al moderno Yemen del Sud. Una divisione che ha influenzato la storia yemenita della seconda metà del XX secolo e che ha influenzato il proliferare delle istanze separatiste oggi coinvolte nel conflitto.

Il governo emiratino avrà ormai considerato la prospettiva di una rinnovata unità yemenita non più fattibile, non almeno con il traballante governo di Hadi. Allo stato attuale manca ancora una prospettiva concreta di riavvio del processo di pace (la ministra degli Esteri svedese ci proverà in questi giorni durante il suo viaggio nella regione) in uno scenario in cui la coalizione a guida saudita non riesce a ottenere una svolta sul campo militare e dovrà inoltre affrontare le accuse contro Riyad contenute in un report dell’ONU sulla violazione dei diritti umani nel corso della guerra (accuse che interessano anche Stati Uniti, Francia e Regno Unito a causa delle forniture di armamenti ai sauditi). Per queste ragioni, le mosse messe in atto da Abu Dhabi puntano a garantire al piccolo Paese un’ipoteca sul suo punto d’interesse, ossia il controllo del Golfo di Aden.

Si tratta di un azzardo su più fronti. Innanzitutto, questa volta gli emiratini saranno da soli, senza poter contare sull’appoggio degli alleati tradizionali. Un impegno che potrebbe rivelarsi troppo gravoso per un Paese sì ricco e militarmente efficiente, ma pur sempre molto piccolo. L’elemento tuttavia più importante da verificare per capire se Abu Dhabi riuscirà a raggiungere i suoi scopi sarà osservare se riusciranno nell’intento di ostacolare il governo di Hadi pur rimanendo parte della coalizione anti-Houthi e senza perdere il favore dei sauditi e degli alleati arabi e occidentali. Se il governo yemenita ha già formalmente chiesto l’espulsione degli Emirati Arabi Uniti dalla coalizione anti-Houthi, dal canto suo Abu Dhabi in questo momento sa di poter contare sul fatto che l’Arabia Saudita non è disposta a spendersi in un altro braccio di ferro con un vicino del Golfo, come sta già avvenendo ormai da due anni con il Qatar. Inoltre, dal punto di vista saudita, l’obiettivo primario in Yemen è contenere le forze filoiraniane, non necessariamente salvare il governo di Hadi. Resta tuttavia da vedere quanto Abu Dhabi avrà di margine rispetto al suo alleato maggiore nel condurre questa sua guerra parallela.

 

Immagine: Penisola arabica, Golfo di Aden, Arabia Saudita. Crediti: Anton Balazh / Shutterstock.com (Rendering 3D. Elementi di questa immagine forniti dalla NASA)

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