1 marzo 2019

Il profilo internazionale del Brasile di Bolsonaro

Sin dal suo insediamento è stato chiaro che molte cose sarebbero cambiate con Jair Bolsonaro alla guida del Paese. La cerimonia del 1° gennaio scorso è stata la meno partecipata dai tempi di Collor de Mello nel 1990: lì furono presenti 72 delegazioni, per il neoeletto al Planalto se ne sono accreditate 46; il confronto regge ancor meno rispetto alle investiture di Cardoso nel 1995 (120 delegazioni) e di Dilma Rousseff nel 2011 (130). Si è notata l’assenza di tutti i principali leader occidentali; per l’Ungheria c’era Viktor Orbán; per l’Italia il ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio. Presenti Benjamin Netanyahu, primo ministro di Israele, paese con cui il Brasile intende stringere intese economico-politiche (al contrario degli ultimi governi del PT (Partido dos Trabalhadores), più vicini al mondo arabo e alla causa palestinese); c’erano poi i presidenti del Cile Sebastián Piñera e del Paraguay Mario Abdo Benítez, oltre al segretario di Stato americano Mike Pompeo che, nell’occasione, si è accordato col ministro degli Esteri peruviano Néstor Popolizio per aumentare la pressione sul governo Maduro al fine di restaurare “la democrazia e la prosperità” in Venezuela.

 

Il fronte venezuelano

La decisione arriva in un momento in cui gli Stati Uniti stanno riprendendo e in alcuni casi rafforzando i contatti coi Paesi dell’area, in particolare col Brasile, che assume un ruolo fondamentale nel nuovo scacchiere geopolitico disegnato dagli USA per l’America Latina; allo stesso modo gli Stati Uniti sono considerati dal Brasile un potenziale alleato nella scena globale, cui potersi appoggiare per sostenere, ad esempio, l’ambizione di ottenere un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il Brasile di Bolsonaro ci entrerebbe però come sodale di Washington, come sarà per la Colombia di Duque, che da alcuni giorni è membro non permanente. Non è un caso che Brasile e Colombia, sotto la regia statunitense, stiano tessendo la tela che potrà consentire l’invasione del Venezuela di Maduro.

Il 4 gennaio 2019 i ministri degli Esteri dei 14 Paesi membri del Gruppo di Lima, accogliendo l’invito di Mike Pompeo, hanno stabilito di non riconoscere «la legittimità del nuovo mandato del presidente venezuelano Nicolás Maduro» perché il processo elettorale «non si è basato sulle garanzie e gli standard internazionali necessari per un processo libero, giusto e trasparente». Hanno sollecitato Maduro a trasferire il potere esecutivo all’Assemblea nazionale fino a nuove elezioni democratiche. Solo il Messico non ha firmato la dichiarazione, in linea con la politica di non ingerenza del presidente Andrés Manuel López Obrador. Alla riunione per definire azioni contro il nuovo mandato di Maduro era presente anche Ernesto Araújo, ministro degli Esteri brasiliano alla sua prima uscita ufficiale, che ha sottoscritto la dichiarazione finale. Al momento del suo insediamento in Itamaraty aveva dichiarato che «Ammiriamo coloro che lottano contro la tirannia in Venezuela e in altre parti del mondo», facendo già intendere quale fosse la posizione del Paese sulla vicenda. Bolsonaro e il suo vice Hamilton Mourão, poi, già prima che Maduro s’insediasse per il suo secondo mandato (il 10 gennaio), avevano dissipato ogni dubbio sugli intendimenti del nuovo governo definendo dittatoriale quello del Venezuela. Nell’attuale disputa tra Maduro e Guaidó il Brasile, sollecitato da Trump, si è già attivato per far arrivare aiuti umanitari in Venezuela: Bolsonaro ha dichiarato qualche giorno fa che 200 tonnellate di alimenti e medicinali sono stati fatti arrivare nella città di Boa Vista, nello Stato confinante di Roraima, il cui governatore Antonio Denarium è in quota al PSL (Partido Social Liberal), il partito del presidente. Al momento il transito è bloccato in quanto Maduro ha chiuso le frontiere sia col Brasile che con la Colombia, sostenendo che l’invio di aiuti umanitari sia un pretesto per aprire un varco fisico all’invasione militare del Paese. Il Brasile non era coinvolto in un conflitto con gli Stati confinanti dai tempi della guerra paraguaiana (1864-70) e col Venezuela ha tenuto rapporti politici e commerciali distesi e proficui per tutto il periodo dei governi a guida PT.

 

L’atteggiamento verso Davos

Rispetto al Forum mondiale dell’economia di Davos l’approccio brasiliano è oggi diverso: mentre i governi a guida PT l’avevano ignorato preferendo il Forum sociale, già col governo di Michel Temer (PMDB, Partido do Movimento Democrático Brasileiro) il Brasile ha ripreso a considerarlo un’importante occasione di divulgazione delle iniziative economiche e delle opportunità d’investimento nel Paese. Temer vi partecipò personalmente nel 2018 e presentò il progetto Avançar, Parcerias, un programma di concessioni e privatizzazioni del governo federale. Aveva anche sostenuto che «Siamo un paese continentale, distante dalle tensioni geopolitiche. Queste sono le ragioni che hanno sempre reso il Brasile una destinazione attraente per gli investitori». Anche Bolsonaro ha partecipato personalmente al Forum di Davos il 22 gennaio scorso, scegliendolo come platea per la sua prima uscita pubblica: nel suo breve discorso ha chiarito alcuni passaggi nodali del suo governo. Ha elogiato il ministro della Giustizia Sérgio Moro, sostenendo che è «l’uomo giusto per la lotta alla corruzione», e invitato ad investire nel Paese perché «Ci impegneremo fortemente sul fronte della sicurezza affinché possiate viaggiare in Brasile con le vostre famiglie visto che siamo tra i Paesi con più bellezze naturali al mondo». Riguardo all’economia ha aggiunto che: «Il Brasile è ancora un’economia relativamente chiusa al commercio internazionale. Uno dei principali impegni di questo governo è cambiare tale condizione. Sono sicuro che entro la fine del mio mandato il nostro ministero dell’Economia, guidato da Paulo Guedes, ci farà entrare nel ranking dei migliori 50 Paesi per fare affari». Bolsonaro ha poi garantito che «smetterà di esistere il pregiudizio ideologico» riguardo alle relazioni del Brasile che sono state rafforzate durante i governi petisti con alcuni Paesi dell’America Latina. Aggiungendo che «Difenderemo la nostra economia, la famiglia, i veri diritti umani, il diritto alla vita e alla proprietà privata». L’impostazione liberista del discorso di Bolsonaro è stata evidente.

 

La cooperazione regionale

Sul piano delle politiche regionali, poi, il Brasile di Bolsonaro si sta facendo parte attiva per il superamento dell’UNASUR, organizzazione internazionale voluta fortemente da Lula e Chavez per promuovere e realizzare una vera integrazione tra i Paesi dell’area (il Venezuela, a Caracas, ospita la sede del Banco del Sud). L’intenzione è di aderire alla proposta del presidente cileno Sebastián Piñera che, nel maggio scorso, ha ipotizzato il superamento dell’UNASUR con la creazione di un nuovo meccanismo regionale, il PROSUR, che avrebbe scopi di «difesa dell’integrazione e della democrazia del mercato». I principali requisiti per aderirvi dovrebbero essere la sussistenza di uno Stato di diritto e della democrazia nei Paesi membri. PROSUR, in continuità con l’agenda del Gruppo di Lima, proseguirebbe l’ostracismo politico al Venezuela chavista, che non vi avrebbe accesso. La proposta è già al vaglio dell’Itamaraty e Bolsonaro ne discuterà col presidente del Paraguay Mario Abdo Benítez in visita ufficiale nel Paese il 12 marzo prossimo.

 

Il nuovo corso con la Chiesa cattolica

Anche nei rapporti con la Chiesa cattolica Bolsonaro inaugura un nuovo corso: se Frei Betto e Leonardo Boff, esimi esponenti della teologia della liberazione, sono stati e sono ancora oggi tra i consiglieri più ascoltati e ispiratori delle politiche sociali del presidente Lula, l’iniziativa di papa Francesco di convocare un Sinodo straordinario sull’Amazzonia ad ottobre prossimo preoccupa Bolsonaro. Il Sinodo, dal titolo Amazzonia: nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale, nelle intenzioni del pontefice dovrà essere un’occasione in cui confrontarsi sull’attuale situazione dell’Amazzonia e dei suoi abitanti originari, che sembrano costituire un problema per quelle categorie economiche che nel polmone verde del mondo realizzano i loro profitti in modo legale e illegale e che nel governo brasiliano stanno trovando forte appoggio. Bolsonaro in campagna elettorale aveva dichiarato «Neanche un centimetro in più di terra assegnata agli indios», allo scopo, evidentemente, di favorire lo sfruttamento privato di quelle terre. Il suo governo ha poi indebolito il ministero dell’Ambiente traferendone le competenze a quello dell’Agricoltura, diretta espressione della bancada ruralista, cioè anche delle aziende agricole che in Amazzonia chiedono di espandersi erodendo suolo alla foresta pluviale. Ha poi inserito all’interno del ministero dell’Agricoltura la FUNAI (Fundação Nacional do Índio), il dipartimento brasiliano degli Affari indigeni, finora vincolato al ministero della Giustizia, col compito principale di mappare, demarcare e proteggere le terre indigene abitate da popoli nativi sopravvissuti alla colonizzazione del Brasile più profondo, soprattutto in Amazzonia. Questo compito è stato del tutto depotenziato con la misura provvisoria n° 870/2019 del 1° gennaio 2019, il primo atto governativo di Bolsonaro, con cui la responsabilità della realizzazione della riforma agraria e della demarcazione e regolarizzazione delle terre indigene e quilombolas passa al ministero dell’Agricoltura, controllato dai grandi proprietari terrieri. Alla guida di ciò che resta della FUNAI c’è Damares Alves, fondatrice della ONG Atini, organizzazione accusata di coinvolgimento nel traffico e nello sfruttamento degli indigeni. Sembra che tutto vada nella direzione di demolire una legislazione ambientale costruita faticosamente a partire dagli anni della dittatura militare e fino al 2013 quando è stato approvato un Novo Codigo Florestal durante il governo Rousseff. Legislazione volta a garantire un minimo di legalità nello sfruttamento del territorio stabilendo regole certe e mappature degli insediamenti. Il Consiglio indigenista missionario, organo della Confederazione nazionale dei vescovi brasiliani, denuncia che i propositi del governo Bolsonaro dequalificano i diritti individuali e collettivi delle comunità e dei popoli tradizionali, attaccano i leader che lottano per i diritti, minacciano e criminalizzano chi difende l’ambiente e i popoli indigeni, così come le organizzazioni della società civile. In questo contesto non stupisce l’allarme del governo generato dai rapporti dell’Agenzia di intelligence brasiliana (ABIN) e dai comandi militari che riferiscono delle recenti riunioni di cardinali brasiliani con papa Francesco in Vaticano per discutere del Sinodo sull’Amazzonia. Nel documento preparatorio si legge: «Ascoltare i popoli indigeni e tutte le comunità che vivono in Amazzonia, come primi interlocutori di questo Sinodo, è di vitale importanza anche per la Chiesa universale. Per fare questo abbiamo bisogno di avvicinarci di più ad essi». La discussione non potrà prescindere dalla condizione dei popoli che abitano l’Amazzonia e che lottano per preservarla e dal cambiamento climatico causato dalla deforestazione. La Chiesa cattolica di Francesco ha una particolare attenzione pastorale e umana nei confronti dei temi delle minoranze e dell’ecologia. Il capo dell’Ufficio della sicurezza nazionale (GSI) brasiliana Augusto Heleno ha dichiarato: «Siamo preoccupati e vogliamo neutralizzare l’evento. Sulla base di documenti diffusi nella Presidenza della Repubblica, militari del GSI hanno valutato che settori della Chiesa d’intesa con i movimenti sociali e i partiti di sinistra – i membri del cosiddetto “clero progressista” – avrebbero cercato di approfittare del Sinodo per criticare il governo, assicurandosi un’attenzione internazionale. Pensiamo che questa sia un’interferenza negli affari interni del Brasile». Alcune fonti riferiscono che sarebbe stata avviata un’attività capillare di controllo tramite le sezioni dell’agenzia di intelligence che operano a Manaus, Belem, nel Sud-Ovest del Pará, a Boa Vista che dovranno assistere alle riunioni preparatorie per il Sinodo tenute nelle parrocchie e nelle diocesi. Il ministero degli Esteri dovrebbe monitorare le discussioni che avvengono fuori del Paese; il ministero dell’Ambiente rilevare l’eventuale partecipazione di ONG e ambientalisti. In una nota ufficiale diffusa dopo la pubblicazione delle notizie delle attività dell’ABIN, il governo non le ha smentite e ha reso noto che «la Chiesa cattolica non è soggetta ad alcuna azione da parte dell’Agenzia di intelligence brasiliana che segue tutti gli scenari che potrebbero compromettere la sicurezza della società e dello Stato brasiliano». Ha evidenziato che «Non esiste una critica generale alla Chiesa cattolica, ma c’è una preoccupazione del sottosegretario alla sicurezza istituzionale rispetto ad alcuni punti all’ordine del giorno del Sinodo sul Rio delle Amazzoni. Alcuni temi di questo evento riguardano aspetti che incidono, in una certa misura, sulla sovranità nazionale».

 

Immagine: Jair Bolsonaro (18 giugno 2018). Crediti: Marcelo Chello / Shutterstock.com  

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