01 marzo 2017

Il protezionismo di Trump. Una sciagura, ma per chi?

Il rischio di un neoprotezionismo americano spaventa, giustamente. Gli Stati Uniti sono infatti uno dei principali motori della domanda globale e alimentano con i propri disavanzi commerciali la fortuna di diversi sistemi-Paese fortemente orientati all’export.

I dati diffusi dal Dipartimento del Commercio americano, il 7 febbraio scorso, certificano infatti un deficit commerciale a stelle e strisce in beni e servizi di oltre 500 miliardi di dollari per il 2016. A prima vista sembra una cifra monstre, ma se si guarda all’evoluzione del disavanzo commerciale nel corso del tempo, 500 miliardi rappresentano praticamente il valore medio dei disavanzi che si sono realizzati negli ultimi 7 anni. Inoltre, andando a ritroso, se si esclude il 2009 in cui la grande crisi economica e il crollo del commercio mondiale hanno portato il deficit commerciale statunitense sotto la soglia dei 400 miliardi di dollari, ci si rende conto che per diversi anni - in particolare tra il 2004 e il 2008 - tali deficit hanno superato la cifra, questa sì record, di 700 miliardi di dollari.

Questi numeri assumono una rilevanza ancor più significativa se si riflette sul fatto che questi disavanzi sono stati determinati esclusivamente dal saldo netto import/export legato al commercio di beni, in quanto sul lato dei servizi gli Stati Uniti sono un esportatore netto.

Gli USA costituiscono quindi una sorta di grande idrovora mondiale di beni di consumo, di investimento, di materie prime dall’estero, per un controvalore in dollari delle importazioni pari a circa 2.200 miliardi l’anno a partire dal 2011, poco meno di una volta e mezzo il prodotto interno lordo italiano per avere un riferimento.

È però interessante notare come le importazioni americane pesino relativamente poco sull’insieme dell’economia USA, essendo pari al 13% del PIL degli Stati Uniti, mentre rappresentano circa un sesto di tutte quelle dei Paesi industrializzati aderenti all’OCSE, interessando in maniera significativa in particolare alcuni partner commerciali specifici degli USA.

L’elenco dei cinque principali Paesi esportatori di beni negli Stati Uniti nel 2016 è, non a caso, una sorta di cartina di tornasole del recente dibattito americano e globale sulle politiche commerciali: guida la Cina con 460 miliardi di dollari, poi il Messico con 294 miliardi, il Canada con 278, il Giappone con 132, la Germania con 114.

Se invece che al volume delle importazioni di beni negli Stati Uniti, guardiamo al saldo commerciale, la cinquina di testa non cambia - ad esclusione del Canada rispetto al quale le partite di importazioni/esportazioni con gli USA in larga parte si compensano - ma cambia l’ordine di rilevanza: la Cina primeggia, determinando negli USA un deficit commerciale di 367 miliardi di dollari nel 2016; seguono, sostanzialmente allineati, Giappone con 68 miliardi, Germania con 64, Messico con 63. A questi Paesi si aggiungono, oltre all’Irlanda, che vede tra l’altro la presenza significativa di imprese americane che hanno installato alcune importanti basi operative nell’Isola di San Patrizio, l’Italia come esportatore netto per 28 miliardi di dollari su 45 di interscambio di beni e la Corea del Sud con 27 miliardi su 69.

Questo significa, giusto per dare un ordine di grandezza per quanto spurio e non rigoroso, ad esempio che il surplus nel commercio di beni con gli Stati Uniti per la Cina ha rappresentato più di 2/3 del suo avanzo globale, per l’Italia circa la metà, per la Germania circa 1/5 dell’enorme surplus commerciale tedesco (250 miliardi di dollari, pari a circa il 6% del PIL).

Quest’insieme di dati ci dà il segno tangibile dei Paesi che dovrebbero essere particolarmente preoccupati, oltre al Messico, per possibili manovre dell’amministrazione Trump su tariffe e dazi volte a limitare le importazioni sul suolo americano - come ad esempio le minacciate border tax del 35% sull’importazione di auto dal Messico o del 45% sulle importazioni manifatturiere dalla Cina -, e si comprendono meglio le posizioni talvolta minacciose, talvolta preoccupate degli altri leader globali.

Ovviamente questa è una rappresentazione semplificata del problema, soprattutto in una fase storica in cui le catene del valore, molte delle quali di origine o gestione statunitense, si estendono per tutto il globo e attraverso i meccanismi di delocalizzazione produttiva cercano contemporaneamente di sfruttare i vantaggi di costo offerti dai paesi dislocati in ogni angolo del mondo e di sviluppare una incisiva penetrazione dei mercati locali. Non per niente sembra che il nuovo presidente degli Stati Uniti abbia avviato un dialogo, talvolta muscolare, con le imprese battenti bandiera a stelle strisce per valorizzare il ruolo degli impianti e dei lavoratori sul territorio nazionale.

D’altra parte, per intendere perché le promesse elettorali di Trump di un nuovo protezionismo hanno attecchito nel corpo sociale americano, nonostante quello che a un primo superficiale sguardo sembra essere un tema di peso relativo per l’economia americana, è necessario leggere i dati economici, come già evidenziato in precedenza, alla luce della riflessione in corso negli Stati Uniti su questi temi. Diversi think tank democratici, nonché una crescente schiera di accademici , e quindi non solo l’entourage della Casa Bianca o pensatoi repubblicani, vedono infatti negli squilibri commerciali uno dei principali fattori dell’indebolimento dei settori manifatturieri americani e di conseguenza dell’occupazione e dei salari nei confini nazionali, in particolare a causa dell’emergere della Cina come nuovo player globale dal 2001 in poi.

Quello che anima questo dibattito non è solo una nuova considerazione degli sconfitti della globalizzazione all’interno delle economie avanzate, che parte della teoria economica cerca peraltro di prendere sempre più in considerazione anche alla luce del fatto che sembrano ormai pesare significativamente sulle dinamiche politiche e sociali, ma anche l’importanza di salvaguardare il motore manifatturiero del Paese, almeno a fronte della capacità storica che questo ha avuto di essere uno degli elementi traino per la crescita della middle class americana; in questo in qualche modo risuona il famoso “make America great again”, che ha costituito il mantra della campagna delle presidenziali.

Come in ogni buon dibattito pubblico che si rispetti, le posizioni, anche all’interno dello stesso campo culturale, sono variegate, sia in relazione alle analisi delle motivazioni della deindustrializzazione americana, sia rispetto alle prospettive della manifattura e del lavoro manifatturiero , sia all’analisi delle politiche adottate o eventualmente da adottare, ad esempio rispetto al ruolo del dollaro o delle politiche tariffarie e doganali.

Ad ogni modo sembra che la nuova presidenza americana voglia rimettere in discussione il ruolo che gli Stati Uniti hanno avuto in questa fase di globalizzazione, ovvero di “acquirenti” di ultima istanza, in realtà insieme all’Europa almeno fino a prima della stretta dell’austerity, in una sorta di divisione globale dei compiti con l’Oriente a trazione cinese in veste di manifattura del mondo. Non per niente nel suo discorso inaugurale, Trump ha infatti evidenziato le sue due semplici regole auree: compra americano e assumi americani.

In realtà questa tendenza era già emersa sin dalla prima amministrazione Obama, che le politiche di buy american le aveva inserite tra le prime misure adottate in risposta alla crisi del 2008 e le aveva fatte seguire da politiche di sostegno al reshoring delle imprese americane. La grande differenza di Trump sembra risiedere, almeno in queste battute iniziali, in un approccio più orientato al confronto e alla negoziazione con singoli partner commerciali, piuttosto che al ricorso ad accordi commerciali di vasta portata, che il nuovo presidente ha già provveduto ad abbandonare .

Le politiche protezionistiche sembrano essere un tassello di questa strategia, sebbene al contempo trovino fondamento in una tradizione secolare di strumenti di politica economica utilizzati dagli Stati Uniti. Per assurdo, l’utilizzo di queste leve sotto il profilo economico secondo alcuni commentatori potrebbe non essere negativo per l’economia americana in questo momento, ma rischia di destabilizzare i rapporti tra Paesi, scatenando guerre commerciali estremamente rischiose per la stabilità del mondo, come ha voluto sottolineare proprio dalla Cina il presidente Mattarella.

 


© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0