19 maggio 2022

Il quadro ampio del veto turco a Svezia e Finlandia nella NATO

Il veto posto dalla Turchia rispetto all’ingresso della Svezia e della Finlandia nella NATO può essere superato a determinate condizioni; il fatto stesso che sia stato posto apre però uno spazio di manovra anche alla Russia e dimostra come all’interno dell’Alleanza atlantica esistano notevoli contraddizioni. Ankara non vuole arrivare a una clamorosa rottura ma ha aperto questa partita nella convinzione di poter perseguire suoi specifici obiettivi e non è detto che riguardino esclusivamente la questione curda e la mancata estradizione di esponenti del PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan, Partito dei lavoratori del Kurdistan) da parte dei due Paesi, che è la principale motivazione apertamente espressa. Nella sua scacchiera ci sono molte caselle dove nutre ambizioni di migliorare la sua posizione.

Alcuni fattori giocano a favore della Turchia: in primo luogo perché un candidato possa entrare nella NATO serve il parere unanime dei trenta Paesi attualmente membri e quindi l’ingresso di Stoccolma ed Helsinki non può prescindere dal consenso di Ankara. D’altra parte, un lungo processo di transizione, dopo che Svezia e Finlandia sono uscite allo scoperto con la loro richiesta, espone a possibili ritorsioni di Mosca senza che sia in atto quel tipo di protezione di cui i due Paesi sentono di aver bisogno.

Nella giornata di mercoledì 18 maggio alcuni segnali hanno fatto intuire che il consenso turco è possibile, ma anche che Ankara si aspetta delle contropartite rilevanti. La richiesta di adesione è stata depositata ufficialmente al quartier generale della NATO nelle prime ore di mercoledì, ma in una riunione riservata dei rappresentanti dei Paesi NATO a Bruxelles, la Turchia ha espresso la sua contrarietà, di fatto bloccando l’avvio del processo. İbrahim Kalın, consigliere per la politica estera del presidente turco, Recep Tayyip Erdoǧan, si è confrontato con diversi interlocutori interessati, tra cui Svezia e Finlandia, confermando l’opposizione di Ankara. Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, in missione a New York nelle stesse ore, per incontrare il segretario di Stato USA, Antony Blinken, ha dichiarato: «La Turchia ha sostenuto la politica delle porte aperte della NATO anche prima di questa guerra, ma per quanto riguarda questi Paesi candidati abbiamo anche legittime preoccupazioni in materia di sicurezza per il fatto che hanno sostenuto le organizzazioni terroristiche […]. Comprendiamo le loro preoccupazioni per la sicurezza, ma anche le preoccupazioni per la sicurezza della Turchia dovrebbero essere soddisfatte». Durante i colloqui con Blinken, oltre ai contenziosi legati alle organizzazioni curde, sembra che sia stata posta anche la questione dello sblocco della fornitura degli F-35, che era stata sospesa da Washington come risposta all’acquisto da parte turca del sistema di difesa aerea russo S-400. Sul tappeto, anche l’acquisto di circa quaranta F-16 che, anche se meno evoluti degli F-35, rientrano nei programmi di Ankara per il rafforzamento delle forze armate. Si tratta dunque, e lo stesso Joe Biden ha espresso ottimismo rispetto al superamento delle difficoltà poste dalla Turchia. Non si può escludere che in questo confronto entrino altre aree di interesse della Turchia (Libia e Siria in primo luogo), ma anche quel ruolo di mediazione rispetto al conflitto in Ucraina a cui Erdoǧan potrebbe ambire, alla luce dei rapporti comunque piuttosto solidi che ha mantenuto con Vladimir Putin. Il presidente russo conosce la spregiudicata abilità negoziale di Erdoǧan e sa che i loro interessi non sono nel lungo periodo convergenti; la posizione attuale di Ankara, che mostra come il fronte atlantico non sia in questo momento monolitico, gli concede comunque uno spazio di manovra in un momento sicuramente non facile.

 

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Immagine: Al centro, Recep Tayyip Erdoǧan (22 November 2017). Crediti: Kremlin.ru [CC BY 4.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/4.0)], attraverso Wikimedia Commons