30 novembre 2018

Il quadro geopolitico della crisi russo-ucraina

Un conflitto ‘congelato’ sempre pronto a riaccendersi, tensioni a intensità variabile che montano fino al punto di deflagrare, e intorno attori geopolitici che cercano di decifrare i comportamenti dei protagonisti della disputa ed elaborare le loro strategie. Nel corso dell’ultima settimana, il fronte di crisi ucraino è tornato ad animarsi, richiamando l’attenzione delle cancellerie e sollecitando gli analisti a soffermarsi su un teatro di scontro geopolitico ancora incandescente e lontano dalla stabilizzazione. I fatti che hanno nuovamente orientato i riflettori su Kiev risalgono a domenica 25 novembre, quando le cannoniere ucraine Berdyansk e Nikopol e il rimorchiatore Yani Kapu – salpati dal porto di Odessa – sono stati colpiti e abbordati da unità russe mentre cercavano di entrare nel Mar d’Azov per raggiungere il porto di Mariupol, passando attraverso lo stretto di Kerch che separa la Russia dalla penisola di Crimea contesa. Lo scontro – che dopo mesi di tensioni nella zona non è arrivato del tutto inatteso – ha portato al sequestro delle imbarcazioni ucraine, alla cattura di 24 marinai e al ferimento di 6 di loro. La presa di posizione di Kiev è stata immediata: il presidente della Repubblica Petro Porošenko ha subito convocato il gabinetto di guerra per valutare la situazione, mentre il ministero degli Esteri ha condannato le «provocazioni russe nel Mar Nero e nel Mar d’Azov», denunciando una violazione delle norme della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS) e accusando Mosca di aver «superato la linea rossa usando illegalmente la forza contro navi della marina». Nella giornata successiva, il capo dello Stato ha poi richiesto la convocazione di un incontro della Commissione NATO-Ucraina: al termine del vertice, il segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha voluto sottolineare il pieno supporto di tutti i membri dell’Alleanza atlantica all’integrità territoriale e alla sovranità dell’Ucraina, sollecitando Mosca a restituire le imbarcazioni catturate, rilasciare l’equipaggio e assicurare piena libertà di navigazione all’Ucraina nel Mar d’Azov e attraverso lo stretto di Kerch. Davanti alla stampa, Stoltenberg ha poi evidenziato come l’incidente ricordi a tutti che nel Paese è in corso una guerra, e che sul conflitto la posizione della NATO è chiara: l’Alleanza condanna l’attivismo di Mosca sul fronte dell’Ucraina orientale e considera illegale e illegittima l’annessione della Crimea alla Russia.

Appare dunque questa la vera questione geopolitica attorno a cui ruotano le vicende contingenti relative al Mar d’Azov, ed è questo lo scenario all’interno del quale occorre contestualizzare la crisi: come hanno osservato Carl Bildt e Nicu Popescu in un articolo pubblicato su Foreign Policy, l’annessione della Crimea nel 2014 ha infatti consentito a Mosca di assumere il controllo di entrambe le sponde dello stretto di Kerch, dall’omonima penisola a quella di Taman´ situata nel territorio di Krasnodar. Da questa posizione di forza, la Russia è dunque in grado di esercitare pressioni rilevanti sull’economia dell’Ucraina orientale, che è legata a doppio filo ai commerci che si sviluppano nei porti ucraini del Mar d’Azov. A tal proposito, Bildt e Popescu hanno rimarcato come le autorità russe abbiano notevolmente rafforzato negli ultimi mesi i loro controlli sulle navi commerciali destinate a tali porti, ingessando gli scambi e provocando così ingenti danni economici alle regioni ucraine interessate. Per parte sua la Russia non nega le ispezioni, ma sottolinea come queste siano pienamente in linea con l’esercizio della sua sovranità e della sua giurisdizione nelle acque circostanti la penisola di Crimea. Inoltre, i controlli sarebbero stati potenziati per questioni di sicurezza legate alla prima fase di apertura del ponte sullo stretto di Kerch, e avverrebbero comunque in modo non discriminatorio, interessando anche imbarcazioni battenti bandiera russa. Pertanto – ha evidenziato il ministero degli Esteri russo in una nota – Mosca non avrebbe predisposto alcuna strategia per mettere in ginocchio l’economia delle regioni orientali ucraine, contrariamente a quanto asserito da Kiev, Washington e Bruxelles. 

A più di cinque anni dalle proteste di piazza Maidan a Kiev per la decisione dell’allora presidente Janukovič di sospendere la preparazione dell’accordo di associazione tra l’Unione Europea e l’Ucraina, la situazione continua dunque a essere estremamente complessa: alle manifestazioni e agli scontri, seguì nel febbraio del 2014 la destituzione del capo dello Stato, mentre in Crimea si apriva quel fronte di crisi che avrebbe portato all’occupazione russa e al successivo, plebiscitario referendum di marzo per sancire l’annessione della penisola a Mosca. Finora le reazioni dell’Occidente – dalle sanzioni comminate da Stati Uniti e Unione Europea fino all’esclusione della Russia dal consesso del G8 – non hanno sortito gli effetti sperati sul Cremlino, che continua a difendere quelli che ritiene interessi vitali per la propria strategia geopolitica. Al fronte crimeano si è poi ben presto aggiunto anche quello aperto dai separatisti filorussi del Donbass, con due consultazioni referendarie svoltesi l’11 maggio del 2014 nelle autoproclamatesi repubbliche popolari di Luhansk e Donetsk, a marcare ulteriormente le tensioni e le fratture all’interno del Paese. I tentativi di mediazione e gli sforzi diplomatici per il superamento della crisi e la conclusione del conflitto non sono mancati, ma all’effettiva implementazione di quanto concordato negli Accordi di Minsk non si è di fatto mai giunti. Ora, nel Mar d’Azov, rischia di aprirsi un terzo, pericoloso fronte di crisi, questa volta in campo marittimo, un fronte che potrebbe fiaccare ulteriormente regioni già segnate da pesanti carenze infrastrutturali e con importanti difficoltà economiche.

Il 26 novembre il Parlamento ucraino ha approvato l’introduzione della legge marziale voluta dal presidente Porošenko, limitandola però a una durata di 30 giorni ed applicandola esclusivamente in dieci regioni confinanti con la Russia, la Bielorussia e la Transnistria moldava. Dunque, un intervento più circoscritto rispetto a quello inizialmente proposto dal capo dello Stato, che aveva chiesto l’imposizione della legge marziale per 60 giorni in tutto il territorio del Paese: di qui, i sospetti avanzati da commentatori e analisti circa l’intenzione di Porošenko di utilizzare a proprio vantaggio la situazione e cercare di incrementare il suo debole consenso, in vista delle elezioni presidenziali programmate per il mese di marzo del 2019. E magari, provare a posporre la tornata elettorale. Una tesi, questa, che trova pienamente d’accordo Mosca, convinta che Kiev si sia lanciata in un atto deliberatamente provocatorio con l’obiettivo di ottenere il pieno sostegno dei suoi alleati occidentali, che dovrebbero così rafforzare le loro sanzioni nei confronti della Russia.

Le tensioni intanto proseguono: Porošenko ha esplicitamente invitato gli alleati della NATO a collocare le loro navi nel Mar d’Azov per rafforzare la sicurezza, sollecitando un’iniziativa che renderebbe lo scenario ancora più incandescente, mentre la Russia ha annunciato il dispiegamento in Crimea di una nuova unità del sistema missilistico S-400. La questione aleggia sul tavolo dei ‘grandi della Terra’ riuniti a Buenos Aires per il G20: la cancelliera tedesca Angela Merkel ha assicurato che affronterà il tema con Putin, ribadendo comunque che la soluzione non potrà essere militare. Per gli Stati Uniti, la prima a prendere posizione è stata la dimissionaria ambasciatrice presso le Nazioni Unite Nikki Haley, che ha definito l’intervento di Mosca nello stretto di Kerch pericoloso e arrogante. Intanto, a seguito del mancato rilascio dell’equipaggio e della mancata restituzione delle navi, Donald Trump ha annunciato nella giornata di giovedì attraverso il suo account Twitter di aver cancellato l’incontro con Putin a margine del G20.

 

Crediti immagine: paparazzza / Shutterstock.com  

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