3 luglio 2019

Il rischio di balcanizzazione dell’Etiopia

Il 22 giugno scorso, milizie nazionaliste dell’Amhara, nel Nord dell’Etiopia, hanno messo in atto un tentativo di colpo di Stato nell’omonimo Stato regionale, uccidendone il governatore e il procuratore capo, mentre in un’azione congiunta ad Addis Abeba veniva freddato il capo di Stato Maggiore etiope. Nel giro di poche ore il governo federale ha poi ripreso il controllo della zona e ha confermato l’arresto di oltre 250 persone e l’uccisione del generale Asaminew Tsige, considerato a capo del piano. Ma l’episodio ha messo al centro dell’attenzione internazionale le crescenti tensioni etniche all’interno del secondo più grande Paese del continente africano. E c’è chi si chiede se le coraggiose riforme messe in atto negli ultimi sedici mesi dal nuovo primo ministro, Abiy Ahmed, stiano aumentando il rischio che esplodano conflitti settari aperti, con una conseguente frammentazione simile a quella vissuta dalla Iugoslavia negli anni Novanta. Ma su scala assai superiore.

Al governo dall’aprile del 2018, Abiy Ahmed ha elettrizzato il Paese e la comunità internazionale con annunci e decisioni che gli hanno fatto guadagnare paragoni con Mandela e Gorbačëv. Innanzitutto in politica estera, con la sorprendente pacificazione ottenuta nel decennale conflitto con l’Eritrea. Ma è forse nelle scelte di politica interna che la sua volontà di apertura e cambiamento è ancora più evidente. Il primo ministro ha rilasciato decine di migliaia di prigionieri politici, ha decriminalizzato gruppi armati di oppositori e rimosso lo stato di emergenza che teneva sotto scacco il Paese. Lo stesso Asaminew Tsige era stato rilasciato l’anno scorso dal carcere dove scontava l’ergastolo, ricevuto per un precedente tentativo di cospirazione.

Ma la notte del golpe, il governo regionale era stato riunito dal governatore, poi ucciso nell’attacco, proprio per discutere il reclutamento che il generale ribelle aveva ripreso a portare avanti apertamente tra le milizie della comunità Amhara, la seconda più numerosa del Paese. E il crescente aumento di queste tensioni mette ora a rischio una delle riforme più attese tra quelle promesse dal primo ministro Ahmed: quella di tenere libere elezioni democratiche nel maggio del 2020. Già per due volte, infatti, è stato rinviato il censimento necessario a stabilire il corpo elettorale. Mentre al contempo sono ripresi gli arresti e da giorni è stato bloccato l’accesso a Internet.

L’Etiopia è una Repubblica federale di oltre 100 milioni di abitanti, in gran parte giovanissimi, composta di nove Stati regionali, i quali ospitano a loro volta oltre 70 gruppi etnici riconosciuti. Per tenerli uniti, per decenni sono state portate avanti due strategie parallele. Da un lato quella di alimentare la cosiddetta identità culturale ‘habesha’: un termine di origine dibattuta, che fa comunque riferimento con orgoglio alla mescolanza degli abitanti di Etiopia ed Eritrea, superando le differenze di cittadinanza, etnia, tribù, lingua, o religione. Dall’altro il pugno di ferro di un governo centralizzato autoritario, in grado di soffocare ogni tentativo di ribellione locale. Ovviamente a costo di libertà individuali e politiche.

Lo stesso partito che ha eletto Abiy Ahmed a capo del governo, il Fronte Democratico Rivoluzionario del Popolo Etiopico (FDRPE) è in realtà un’alleanza formata da quattro partiti regionali, con forti legami con le formazioni politiche che amministrano gli altri cinque Stati regionali. Giunto al potere nel 1991, con una rivoluzione che ha ribaltato il regime Derg, l’FDRPE ha ottenuto nei due decenni successivi grandi risultati, trasformando l’Etiopia delle carestie in una potenza economica regionale, ma sempre mantenendo l’approccio autoritario dei predecessori, almeno fino allo scorso aprile.

La scelta del giovane Abiy Ahmed come nuovo primo ministro aveva un forte significato simbolico anche dal punto di vista etnico. Fino ad allora, infatti, l’FDRPE era stato gestito dalla minoranza tigrina, che pur rappresentando solo il 6% della popolazione deteneva gran parte del potere politico ed economico, avendo, a loro volta, preso il posto degli Amhara, che non sono propriamente un’etnia, ma costituivano tradizionalmente l’élite alla guida del Paese fino alla deposizione di Hailè Selassiè nel 1974. Ahmed è invece il primo leader proveniente dall’etnia Oromo, la principale in Etiopia, ma storicamente marginalizzata. Inoltre ha origini familiari miste cristiane e musulmane e parla fluentemente le tre principali lingue del Paese.

Se l’elezione di Ahmed ha effettivamente funzionato come valvola di sfogo per la frustrazione degli Oromo, evitando temporaneamente la loro alleanza con gli Amhara in opposizione alle comunità minori, la sua biografia personale non sembra un collante sufficiente a tenere uniti tutti i risentimenti incrociati delle varie tribù, etnie e comunità. In maggio, oltre 200 persone sono morte in scontri tra gruppi Gumuz e Amhara, mentre risultano centinaia di vittime negli scontri tra Oromo e altre minoranze che vivono nelle stesse aree. Lo stesso primo ministro ha confermato che, da quando è salito al potere, oltre un milione di persone sarebbero state costrette a lasciare le proprie case per fuggire a conflitti tra le diverse comunità. Ma secondo alcuni analisti il numero di profughi interni supererebbe i tre milioni, cioè più di quanti ne siano fuggiti nello stesso periodo da Iraq, Siria e Yemen messi insieme.

Negli interventi pubblici degli ultimi giorni, Abiy Ahmed ha confermato l’intenzione di continuare le riforme e la democratizzazione dell’Etiopia, nominando anche a capo della Commissione per i diritti civili un noto esponente di Amnesty International ed ex direttore di Humans right watch in Africa. Ma al tempo stesso ha tolto i panni informali e le magliette con cui, a partire dall’anno scorso, aveva rivoluzionato lo stile di governo. Invece ha ripreso a mostrarsi nella divisa dell’esercito, dalle cui fila proviene, aggiungendo che le minacce alla sovranità dell’Etiopia saranno combattute «con un Kalashnikov, non con una penna». Un messaggio specifico a chi aveva interpretato le aperture conciliatrici di Ahmed come segnali di debolezza o il primo passo verso l’archiviazione di una vera democratizzazione? E sarà sufficiente questa nuova strategia del doppio binario a evitare la balcanizzazione dell’immenso Paese africano? Le elezioni previste tra dieci mesi potrebbero essere il banco di prova decisivo per capirlo, ammesso che il Paese resista fino ad allora.

 

Immagine: Abiy Ahmed (24 gennaio 2019). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com 

 


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