2 dicembre 2020

Il ritorno del Tibet nell’agenda USA

La vittoria di Biden preannuncia un maggior sostegno alla causa tibetana e nuove sanzioni contro chi violi in Tibet i diritti umani dopo gli anni di indifferenza dell’amministrazione Trump, più aggressiva a riguardo. Il perché lo spiega la stampa cinese alludendo al pallino dei Democratici per i «cosiddetti diritti e valori umani». Barack Obama ha incontrato il Dalai Lama alla Casa Bianca ben quattro volte: «la Cina deve rimanere vigile». Confermando i timori cinesi, lo scorso settembre il presidente eletto ha promesso «supporto per il popolo tibetano», nuove sanzioni contro i trasgressori dei diritti umani, e «un’espansione del servizio in lingua tibetana di RFA» (Radio Free Asia).

 

C’è stato un tempo in cui il Dalai Lama veniva invitato alla Casa Bianca, le autoimmolazioni dei monaci tibetani campeggiavano sulla stampa internazionale e le violazioni dei diritti umani sul Tetto del Mondo sfilacciavano le relazioni tra Cina e Stati Uniti. Poi è arrivato Trump. Negli ultimi quattro anni, le controverse politiche etniche dispiegate da Pechino per sinizzare la regione autonoma sono scomparse dai radar dell’amministrazione statunitense. Troppo preso dalla guerra commerciale, il nuovo inquilino dello studio ovale non è parso dare alcun peso alla rapida erosione della libertà religiosa sotto la presidenza Xi Jinping. Secondo quanto racconta in The room where it happened John Bolton, The Donald sarebbe intervenuto personalmente per bloccare un incontro tra Sua Santità Tenzin Gyatso e Nikki Haley, ambasciatrice presso le Nazioni Unite fino al dicembre 2018. «Una volta che Trump si è chiesto come avrebbe reagito la Cina, il viaggio era sostanzialmente morto», scrive l’ex consigliere per la Sicurezza nazionale aggiungendo ulteriori dettagli sull’ammirazione dimostrata dal presidente americano nei confronti della lotta al “terrorismo” nello Xinjiang, la regione del Far West cinese che con il Tibet condivide non solo il confine settentrionale. Chen Quanguo, nominato nel 2016 segretario del partito locale dopo cinque anni in Tibet, pare che abbia replicato quanto affinato nella regione himalayana realizzando un massiccio sistema di sorveglianza per monitorare la minoranza uigura, l’etnia di religione islamica accusata proprio come i tibetani di minacciare la sicurezza nazionale con rivendicazioni separatiste, ma che le organizzazioni per la difesa dei diritti umani considerano vittima di un genocidio culturale.  Nell’ultimo anno, però, un po’ per motivi elettorali, un po’ per indisporre Pechino, un po’ per assecondare le richieste del Congresso, il Tibet e lo Xinjiang sono improvvisamente diventati una priorità dell’amministrazione Trump alla stregua di Hong Kong, dove l’ingerenza cinese mette a repentaglio l’autonomia assicurata con la formula “un paese due sistemi”. A luglio, a distanza di oltre un anno dall’approvazione del Reciprocal Access to Tibet Act, il Dipartimento di Stato ha annunciato le prime restrizioni sul rilascio dei visti americani ai funzionari cinesi «coinvolti nella formulazione o nell’esecuzione di politiche relative all’accesso degli stranieri alle aree tibetane». Mentre le misure chiedono reciprocità, quindi sostanzialmente l’apertura della regione in larga parte blindata ai visitatori internazionali, il comunicato di Mike Pompeo ribadisce l’impegno degli Stati Uniti «a lavorare per promuovere lo sviluppo economico sostenibile, la conservazione ambientale e le condizioni umanitarie delle comunità tibetane nella Repubblica popolare cinese». Non è chiaro a chi siano indirizzate le sanzioni. Il nome di Chen Quanguo rientra già nella lista nera dei funzionari colpiti da analoghe limitazioni di viaggio come punizione per le violazioni dei diritti umani nel Xinjiang. Ma l’annuncio, seppure simbolico, ha sancito una prima importante presa di posizione dopo il prolungato silenzio americano.  Dall’inizio dell’anno il Congresso ha introdotto altre due bozze di legge sul Tibet ‒ il Tibet Policy and Support Act e il Free Tibet Act ‒, mentre il 14 ottobre l’ex assistente segretario di Stato per la Democrazia, i Diritti umani e il Lavoro, Robert Destro, è stato nominato coordinatore speciale per gli affari del Tibet, un incarico rimasto vacante dal 2017. Ma la vera svolta è arrivata il 20 novembre con la storica visita alla Casa Bianca di Lobsang Sangay, la prima in sessant’anni da parte di un leader dell’Amministrazione centrale tibetana, il governo tibetano in esilio. Nientemeno che «un’organizzazione separatista» secondo Pechino, che ha assunto militarmente il controllo del Tibet nel 1950, costringendo il Dalai Lama all’esilio. Da allora il centro politico tibetano si è spostato a Dharamsala, in India. La nomina di Sangay a primo ministro (Kalon Tripa), nel 2011, ha coinciso con la rinuncia di Tenzin Gyatso a ogni incarico politico per mantenere unicamente il ruolo di guida spirituale. Mentre Sangay ‒ che per anni ha intrattenuto solo segretamente gli scambi con gli esponenti dell’establishment a stelle e strisce ‒ era già stato ricevuto da Destro lo scorso mese, il suo arrivo alla Casa Bianca ufficializza implicitamente il riconoscimento americano dell’indipendenza del Tibet. Una vera bomba a orologeria per le relazioni bilaterali considerata l’irremovibilità del regime comunista davanti alle ingerenze esterne nelle questioni che concernono la sovranità nazionale. Specie in zone di interesse strategico come le regioni occidentali, ricche di risorse naturali, che separano la Repubblica Popolare da Paesi instabili come Pakistan e Afghanistan. Stando a Radio Free Asia, società di radiodiffusione finanziata dal governo statunitense, un primo inedito riferimento all’occupazione cinese manu militari del Tibet è comparso recentemente negli Elements of China Challange, il documento programmatico con cui l’ufficio del segretario di Stato ha spiegato in dieci punti come contenere l’ascesa cinese sullo scacchiere internazionale.  La vittoria di Joe Biden preannuncia una linea anche più aggressiva a riguardo. Il perché lo spiega la stampa cinese alludendo al pallino dei Democratici per i “cosiddetti diritti e valori umani”. Barack Obama ha incontrato il Dalai Lama alla Casa Bianca ben quattro volte: “la Cina deve rimanere vigile”. Confermando i timori cinesi, lo scorso settembre il presidente eletto ha promesso «supporto per il popolo tibetano», nuove sanzioni contro i trasgressori dei diritti umani, e «un’espansione del servizio in lingua tibetana di RFA». Ma il ritorno del Tibet nell’agenda presidenziale trascende le dinamiche del bipartitismo statunitense. Secondo Bloomberg Economics, nel 2050 la Cina potrebbe superare gli Stati Uniti diventando la prima potenza mondiale non solo in termini di PIL ma persino per influenza politica. Perché questo non accada, davanti all’incontestabile peso economico del gigante asiatico, occorre puntare sulle specificità americane: ovvero, quei valori democratici che hanno contraddistinto il protagonismo internazionale di Washington dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il braccio di ferro tra American Dream e “Sogno Cinese” si disputa anche sul Tetto del Mondo.

 

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Immagine: Ogni anno migliaia di tibetani in tutto il mondo scendono in piazza per celebrare l’anniversario della Giornata nazionale della rivolta tibetana contro la Cina, New York, Stati Uniti (10 marzo 2020). Crediti: Steve Sanchez Photos / Shutterstock.com

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