2 aprile 2020

Il terrore dell’infezione tra gli esuli forzati

 

Abrar H., finito dal Pakistan nel campo profughi di Corinto, in Grecia, dichiara a InfoMigrants che 20.000 individui, se arrivasse il Coronavirus, sarebbero contagiati in un giorno solo: «Siamo 15 persone in una stanza e ce ne sono almeno altre 40 con lo stesso numero di persone. Nessuno si preoccupa di pulire o igienizzare». Nel centro di detenzione di Zintan, in Libia, dove comincia a diffondersi il virus, i migranti, già colpiti da violenze estreme, torture, esecuzioni, devono fare i conti con un problema che può essere addirittura più letale, la mancanza di spazio: «Siamo chiusi in luoghi stretti e usiamo in tantissimi lo stesso bagno, il virus ci metterebbe un attimo a diffondersi».

«Viviamo in capanne di fortuna affollatissime – dice alla Reuters un uomo della comunità Rohingya che vive con la famiglia a Kutupalong (Bangladesh), nel campo profughi più grande del mondo, oltre 500.000 persone concentrate in un solo perimetro ‒ usiamo gli stessi bagni, non riusciamo neanche a respirare come dovremmo, è impossibile proteggersi». «Già vivevamo in pessime condizioni – spiega una donna somala che ha trovato riparo con i suoi alla guerra e i disastri naturali nel campo di Alafuuto a Mogadiscio –, se il Coronavirus arrivasse qui non avremmo speranza. Per lavarci usiamo sabbia e cenere».

 

Sono voci che raccontano il terrore dell’infezione da Coronavirus dal mondo parallelo degli esuli forzati. Confinati nel limbo delle società mondiali, ammassati in condizioni da Medioevo, costretti a promiscuità impossibili, senza prospettive nel medio così come nel lungo termine, si trovano ora a essere una delle popolazioni più vulnerabili al contagio.

I 72 milioni di migranti forzati (un numero arrotondato per difetto che negli ultimi anni si aggiorna verso l’alto costantemente) aggiungono questo nuovo fattore alla lunga lista delle loro incertezze. Il social distancing, in qualsiasi luogo si trovino ‒ i siriani nei campi profughi della Valle della Bekaa in Libano o in Giordania, gli eritrei e i sudanesi in Etiopia, i 4 milioni e mezzo di venezuelani sparsi nel Centro e Sud America, gli afghani in Iran, i tanti da ogni parte del mondo nelle isole greche o in altre nazioni europee, i subsahariani nei lager libici o i Rohingya in fuga dal Myanmar ammassati a centinaia di migliaia in Bangladesh ‒  è pura utopia, mentre il semplice lavaggio frequente delle mani, un privilegio per pochi. «Che senso può avere per questa gente l’hashtag #StayHome – ha dichiarato Sahar Tawfeeq, il rappresentante del Comitato internazionale della Croce Rossa in Iraq – il concetto di casa in queste situazioni è molto relativo».

 

I resettlement, nel frattempo, le redistribuzioni legali per quote dei richiedenti asilo tra Stati ospitanti, già ridotti a numeri ridicoli, sono ora sostanzialmente azzerati a causa delle chiusure dei confini o delle limitazioni negli spostamenti. In alcuni casi, poi, le ONG così come lo stesso UNHCR hanno dovuto ridurre o sospendere del tutto i loro interventi a favore dei migranti nei campi profughi o nei centri di detenzione o accoglienza per timore di contrarre il contagio. E così, quelli che il segretario generale dell’ONU António Guterres ha definito «gli ultra-vulnerabili», i «meno capaci di proteggersi dal virus» si ritrovano ancora più soli del solito in mezzo a crisi epocali. I campi, già normalmente isolati, ora sono totalmente tagliati fuori dal mondo. Quelli nel Kurdistan del Nord o in Giordania, come riporta Foreign Policy, tanto per citare un esempio, sono stati ‘sealed off’ per decreto e gli stessi abitanti non vogliono che estranei entrino anche se portano aiuti, nel terrore che veicolino il contagio. Ancora peggio va ai migranti ingabbiati in Libia. Il virus non ammette spostamenti e gli imbarchi sono quasi azzerati (anche se i trafficanti continuano imperterriti il loro ‘lavoro’: sono 2.800 circa i migranti giunti nelle coste italiane da inizio anno), ma allo stesso tempo le condizioni nei campi di detenzione peggiorano e il conflitto, proprio mentre Guterres chiede a tutte le parti in guerra del pianeta di cogliere l’occasione del Coronavirus per attivare tregue e trovare accordi, si inasprisce.

 

L’UNHCR raccomanda una serie di azioni da adottare al più presto. Tra queste, oltre agli aiuti da distribuire direttamente ai migranti, ai servizi di orientamento e assistenza, ci sono le misure che l’ente delle Nazioni Unite raccomanda per sostenere i governi nell’implementazione della prevenzione del contagio e di intervento sanitario, anche mediante la consegna di forniture e attrezzature mediche. Esattamente all’opposto di come si comportano alcuni Paesi. I casi sono diversi, forse uno dei più preoccupanti perché riguarda l’Unione Europea (UE), è quello della Grecia dai cui confini, peraltro, proviene la notizia del primo caso di rifugiato positivo al tampone (una donna residente nel campo di Ritsona, a nord di Atene). Come denuncia Human Rights Watch le autorità greche «stanno detenendo almeno 2.000 migranti in condizioni inaccettabili». Le forze dell’ordine si difendono sostenendo di fare così per garantire la quarantena ed evitare il contagio di massa, «ma l’assenza delle più minimali norme igieniche e sanitarie e la costrizione a vivere in mezzo a sporcizia, ammassati in pochi metri quadri, non farà che aumentare le possibilità di diffusione. Se le intenzioni fossero serie il governo dovrebbe favorire test e soprattutto la possibilità di accedere a bagni puliti, sapone, acqua e interventi di prevenzione».

 

La crisi globale innescata dalla pandemia sta mettendo a dura prova i sistemi di tutti gli Stati, chi più chi meno, costringendoli a ripensare modelli politici, economici, sanitari, di governance e di welfare. Sta forzando gli individui e le comunità a rivedere parametri sociali fin qui pensati come inossidabili. Allo stesso tempo, ha suscitato ondate di solidarietà globali, ha portato popolazioni – forzatamente o meno – a interessarsi e venire in soccorso di altre. Potrebbe fornire una storica occasione per ripensare globalmente anche il sistema di accoglienza – o non accoglienza – di milioni di individui, la metà dei quali, bambini. Gente che fugge dalle tantissime guerre in atto nel mondo – la maggior parte delle quali continuano, impermeabili alla diffusione del virus ‒, dalle dittature, dai sempre più frequenti disastri ambientali, da carestie o povertà endemiche e che finisce a vivere, o a morire, in fatiscenti angoli di mondo in condizioni indignitose. Dopo viaggi drammatici, si ritrova parcheggiata nelle società più avanzate del pianeta in attesa di ottenere uno status che le consenta di integrarsi e iniziare da zero, a volte per anni. Come a Moria, nell’isola di Lesbo, dove sorge il campo profughi più grande d’Europa, adatto ad alloggiare 3.000 persone, ne ‘ospita’ al momento oltre 20.000 – in gran parte minori ‒ oggetto di continui abusi, in mezzo al fango, alla sporcizia, in condizioni atmosferiche drammatiche. Senza scuole, presidi sanitari e sociali, e, soprattutto, senza futuro.

 

Il buon esempio arriva dal Portogallo. Il governo di António Costa con una mossa intelligente, prima che umana, ha annunciato che concederà automaticamente a tutti i migranti e richiedenti asilo che hanno fatto domanda, la residenza legale. In questo modo tutti i cittadini stranieri avranno accesso alle cure sanitarie, al welfare, potranno aprire conti bancari e lavorare. E limiteranno, fino ad azzerarla, la possibilità di contrarre il virus ed essere veicoli di contagio.

 

                             TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Donne Rohingya nel campo profughi di Kutupalong, Cox’s Bazar, Bangladesh (8 ottobre 2017). Crediti: Djohan Shahrin / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0