02 gennaio 2017

Il tragico Capodanno di Istanbul

Un’altra notte di terrore, 75 minuti dopo l’inizio di un nuovo anno. La festa interrotta dagli spari, le tante vite spezzate da una furia senza senso, le acque del Bosforo come via di fuga per sottrarsi a un terribile destino. Il teatro del massacro è il night club Reina di Istanbul – nella parte europea della metropoli turca –, luogo che nel suo tragico simbolismo finisce oggi per rievocare il Bataclan parigino, espressione di una ‘gioia di vivere’ brutalmente lacerata dal terrore.

È l’1:15 del primo gennaio 2017 quando comincia l’inferno: un uomo armato di kalashnikov uccide due persone – tra cui un poliziotto – all’ingresso del Reina, poi apre il fuoco all’interno del night club dove in centinaia stavano festeggiando il Capodanno. Le prime ricostruzioni sono frammentarie, e alcuni particolari saranno successivamente smentiti dalle autorità: c’è chi parla di più assalitori, ma le forze di polizia cercano un solo uomo – di cui sono anche state diffuse le immagini -; si afferma che l’attentatore si sarebbe travestito da Babbo Natale, ma la circostanza è stata negata alcune ore dopo l’attacco. Le uniche certezze sono la fuga del killer e i 39 corpi senza vita di 25 uomini e 14 donne, tra cui anche 24 stranieri, mentre la Turchia ferita dichiara orgogliosa che non si lascerà intimorire. «L’attentatore, in modo brutale e senza alcuna pietà, ha colpito persone innocenti che volevano soltanto celebrare l’arrivo del nuovo anno e divertirsi»: con queste parole il governatore di Istanbul Vasip Şahin ha commentato l’attacco terroristico, mentre almeno 17.000 uomini delle forze di polizia sono stati dispiegati in città per catturare il responsabile della strage. Manca l’immediata rivendicazione, anche se tutti gli indizi – e le contingenze geopolitiche – fanno pensare a un collegamento con il sedicente Stato islamico. Peraltro, soprattutto dopo i tragici fatti di Berlino, le forze d’intelligence avevano sollecitato la massima attenzione per possibili nuovi attentati durante le feste natalizie, e dalla Nashir Media Foundation – gruppo a sostegno dell’autoproclamato califfato – era anche arrivato un esplicito richiamo ai ‘lupi solitari’ in Europa perché colpissero gli obiettivi sensibili, dai mercati, ai teatri, ai centri commerciali, ai tradizionali luoghi di assembramento. Poi, la mattina del 2 gennaio, la più classica delle conferme: l’IS si assume la paternità dell’attacco, perpetrato in un famoso night club «dove i cristiani celebrano la loro festa apostatica».

Dopo l’attentato sono arrivate immediate le manifestazioni di solidarietà da tutto il mondo, dagli Stati Uniti, all’Unione Europea, alla Russia, e un pensiero alle vittime è stato rivolto anche da Papa Francesco. «Vogliono distruggere il morale del nostro Paese e creare il caos, colpendo deliberatamente con attacchi odiosi la pace della nostra nazione e i nostri civili»: queste le parole del presidente turco Recep Tayyip Erdoğan, che ha comunque voluto ribadire che Ankara continuerà la sua battaglia contro il terrorismo con tutta la determinazione necessaria a garantire «la pace e la sicurezza dei suoi cittadini».

La Turchia sta però vivendo una fase storica assai delicata, nella quale le dinamiche interne e le ambizioni geopolitiche finiscono per intersecarsi e accentuare la già pronunciata instabilità del Paese. Tra ambiguità e parziali variazioni di rotta, il ruolo di Ankara nella guerra civile siriana è stato mutevole, passando dall’aperto sostegno ai ribelli anti-Assad – peraltro con una certa elasticità nel consentire il transito dei foreign fighters verso il territorio siriano – a un rapprochement con la Russia di Putin, aperto sostenitore del governo insediato a Damasco. Per la Turchia, poi, il conflitto siriano s’intreccia con la spinosa questione curda, ferita ancora sanguinante che nel corso del 2015 si è violentemente riaperta. Nell’ultimo anno e mezzo il Paese, ‘ponte’ tra Oriente e Occidente, è stato segnato da terribili attentati che hanno causato la morte di centinaia di persone, e a complicare ulteriormente la situazione si è aggiunto un fallito golpe cui hanno fatto seguito pesantissime epurazioni nei circuiti che si presumono collegati al predicatore Fethullah Gülen, un tempo alleato e oggi grande nemico di Erdoğan.

I problemi per la Turchia sono dunque tutti sul tavolo, e il 2017 si è presentato ai turchi nel peggiore dei modi.

 

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