27 gennaio 2017

Il trumpismo è già un modello su scala globale

Quanto durerà la stagione politica di Donald Trump? Questa è una delle domande più ricorrenti e in alcuni casi preoccupate che l’opinione pubblica internazionale si pone dall’8 novembre 2016, giorno del successo elettorale del candidato repubblicano.

Le speculazioni sono infinite: c’è chi, come Michael Moore, teorizza che la corsa del tycoon newyorkese si fermerà addirittura prima del termine del primo mandato a causa di “un narcisismo così grande da portarlo, non necessariamente in modo intenzionale, a violare la legge”. Questa tesi non può essere ignorata, non fosse altro per il credito che il regista, premio Oscar per Bowling a Columbine, ha giustamente meritato dopo aver previsto, con largo anticipo e in discreta solitudine, la vittoria di Trump su Hillary Clinton.  Ma se Trump non fosse beffato dal suo narcisismo, e se si dovesse prevedere l’andamento della parabola del neo-presidente basandosi esclusivamente sull’impostazione attuale della sua proposta politica, quale previsione sarebbe più verosimile in questo momento? I dati del Trust Barometer annuale di Edelman, una ricerca globale che misura l’andamento della fiducia nella politica, nei media, nel mondo dell’impresa e nei confronti delle Organizzazioni Non Governative (ONG) restituisce dati piuttosto eclatanti che si potrebbero sintetizzare in un titolo: il trumpismo è un modello già dotato di un significativo consenso, non solo negli Stati Uniti. Per trumpismo si intende un mix di tre spinte: 1) un’impostazione protezionistica in politica economica, 2) la volontà di aprire una vera e propria battaglia quotidiana mirata a delegittimare i giornalisti (soprattutto quelli che provano a mettere in difficoltà Trump incalzandolo sulle sue omissioni e le sue contraddizioni), 3) una retorica pubblica nella quale la ricerca della verità non è considerata una precondizione etica fondamentale. La ricerca Edelman restituisce dati inconfutabili in questo senso. 1) Sul protezionismo economico: il 69% dei rispondenti dichiara che gli interessi nazionali debbano essere considerati “la priorità”. Lo slogan Make America Great Again con cui Trump ha condotto al successo la sua campagna elettorale risponde precisamente a questo tipo di domanda. Ancora più rilevante: il 72% degli intervistati si aspetta che il proprio governo si impegni a tutelare l’economia e i posti di lavoro del proprio paese, anche se questa attenzione protezionistica dovesse comportare l’effetto collaterale di far rallentare l’economia interna. Ancora una volta, Trump mostra grande sintonia con questi bisogni: il piano “Hire american, Buy american” (assumi americano, compra americano) con il quale conta di riportare importanti produzioni industriali all’interno dei confini nazionali sembra essere fatto apposta per soddisfare questa richiesta che, è opportuno ribadirlo, emerge su scala mondiale e non solo statunitense. Una prima ipotesi di risposta alle domande sulla tenuta politica di Trump potrebbe essere ritrovata proprio tra le pieghe di questo dato: se gli americani saranno disposti ad accettare davvero un rallentamento dell’economia in cambio di questa (calcolata) furia autarchica, bisognerà essere pronti ad accettare l’idea che una quota significativa di elettorato perdonerà a Trump dati di crescita peggiori rispetto a quelli della presidenza Obama. 2) Sulla guerra ai media: Donald Trump sa perfettamente che la fiducia nel giornalismo è ai suoi minimi storici un po’ dovunque: la fiducia aggregata nell’informazione (offline, sul web e sui social media), secondo Edelman, è al 43%. Il 55% dei rispondenti all’indagine ci dice di fidarsi più di un’opinione individuale non necessariamente informata che della voce certificata ma di un’istituzione, il 71% si fida più di chi promette un cambiamento (non importa di che tipo) rispetto a chi è percepito come “difensore dello status quo”, il 64% si fida più di informazioni non ufficiali che della comunicazione istituzionale di politici e organizzazioni. Trump attacca i media perché sa che i cittadini si fidano sempre meno di giornali e televisioni e punta così a screditare alla fonte i portatori di notizie per evitare di dover dare risposte circostanziate a domande imbarazzanti. Sulla “sospensione della verità”: un cittadino su due è disposto a sostenere un candidato il cui vocabolario fa esplicito riferimento ai suoi interessi individuali o a quelli della sua famiglia, anche se quel politico fa promesse insostenibili. Il rapporto tra le promesse elettorali e il loro mantenimento, per decenni caposaldo di ogni valutazione sull’accountability delle classi dirigenti, diventa improvvisamente una variabile secondaria insieme alla dimensione collettiva del discorso pubblico: non a caso, il dibattito pubblico sul riscaldamento globale è considerato da Trump un fastidio da mettere presto sotto il tappeto. In sintesi: se c’è una cosa che certamente non bisogna fare nei prossimi mesi è pensare che le scelte di Trump in politica economica siano ingenue, che l’opposizione ai media sia percepita come antidemocratica, o che basti dimostrare che Trump fa un ampio utilizzo di dati falsi per metterlo in difficoltà. Serve, piuttosto, saper rispondere politicamente alle paure moderne: perdere il lavoro a causa della globalizzazione e dell’automazione, perdere le proprie sicurezze a causa di un’immigrazione considerata troppo spesso una minaccia.

 

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