24 marzo 2020

Il virus della crisi

 

Il Coronavirus sta contagiando rapidamente l’economia globale a seguito delle misure draconiane di contenimento della diffusione del virus che i Paesi stanno via via adottando, per uno di quei paradossi che la storia ogni tanto ci consegna.

Quando è scoppiata l’epidemia a Wuhan, epicentro del contagio della provincia cinese di Hubei, in Europa e negli USA le preoccupazioni per l’economia si sono concentrate in particolare sull’interruzione di quelle catene di fornitura globale e sull’impatto sulla delocalizzazione produttiva che fanno della Repubblica Popolare cinese la fabbrica del mondo. La chiusura delle attività di  Wuhan, la Detroit cinese per la presenza delle case automobilistiche mondiali, e di tutta la provincia di Hubei, si è estesa infatti a gran parte del sistema produttivo dell’Impero di mezzo con l’arresto di oltre il 40% dei siti della fremente produzione cinese. Nonostante gli sforzi per evitare un crollo dell’economia, anche con misure straordinarie per far ripartire le fabbriche come l’invio di 80.000 operai attraverso treni speciali, l’impatto del virus in Cina si è rivelato estremamente significativo: secondo l’istituto nazionale di statistica cinese, nei primi due mesi, oltre a una caduta della produzione industriale del 13,5%, degli investimenti non finanziari del 25% e di circa il 16% delle esportazioni, si è registrato anche con un crollo dei consumi dell’ordine del 20%.

 

La crisi da Covid-19 infatti, in un macabro parallelo con la polmonite bilaterale che induce nelle persone, colpisce l’economia contemporaneamente sia sul lato dell’offerta sia sul lato della domanda. Le autorità pubbliche sono costrette alla chiusura di una parte significativa delle attività commerciali e dei servizi non essenziali soprattutto di piccole e medie dimensioni, al contingentamento dei trasporti con la parziale chiusura delle frontiere, all’azzeramento delle attività turistiche e a un ridimensionamento o riorganizzazione dell’attività produttiva per garantire la salute dei lavoratori. Queste scelte si accompagnano a una significativa contrazione della domanda dovuta sia alla riduzione forzosa delle attività di consumo, a seguito del necessario “invito” a stare a casa, sia alle aspettative incerte relative alla durata del contagio e di conseguenza all’andamento dell’economia e quindi al futuro del proprio reddito, del proprio posto di lavoro o della propria attività.

 

L’effetto è quello di una crisi sistemica in cui la riduzione dei fatturati per le imprese, sia per la sospensione delle attività che per la contrazione della domanda, e la conseguente sospensione e rinvio degli investimenti ‒ sempre a patto di avere sufficiente solidità e liquidità per non fallire al prolungarsi della crisi ‒ in parte si scarica sulla diminuzione del reddito disponibile per i cittadini a causa della riduzione delle proprie attività di lavoro o di impresa. La contrazione dei consumi – alimentata anche dal minor reddito o dal solo rischio di riduzione dei redditi e di disoccupazione, che spinge le persone a un maggior risparmio precauzionale per affrontare tempi ancor più bui – inaridisce ancora di più il sistema, in un perverso gioco di autorinforzo reciproco. Con le ovvie conseguenze di crescenti tensioni finanziarie per i sempre maggiori rischi sostenuti dal sistema del credito e il deteriorarsi dei conti pubblici, esposti entrambi alla necessità di far fronte alla situazione emergenziale sulla base delle diverse possibili scelte governative di risposta alla crisi: dalla semplice sospensione del rimborso dei mutui delle famiglie e dei prestiti per le imprese all’attivazione di politiche pubbliche straordinarie per caratteristiche e dimensioni.

 

Interi settori e imprese di grandi e piccole dimensioni rischiano una ristrutturazione feroce e un numero elevato di fallimenti e nuova disoccupazione, a partire ad esempio dal trasporto, in particolare aereo, e dalle attività collegate al turismo, che risultano al momento di fatto azzerati in gran parte del globo e tali rimarranno finché questa situazione non sarà superata anzitutto da un punto di vista epidemiologico. Il tutto poi è amplificato dal contagio multiplo di più Paesi, che determina di conseguenza un ridimensionamento dell’export e dell’import che contribuisce a propagare la diffusione del virus economico. Il circolo vizioso attivato dal Coronavirus, infatti, si sta progressivamente trasformando, all’aumentare dei Paesi colpiti dal Covid-19, in una pandemia economica.

 

In una prima fase questo contagio dell’economia è sembrato più lento della diffusione del virus in quanto ritenuto confinato in Cina, ma adesso, con la Cina apparentemente avviata verso una normalizzazione e con il Giappone che sembra per ora essere riuscito in qualche modo a contenere il Coronavirus, accelera significativamente in Occidente, colpendo quasi in simultanea le principali economie dell’area. È un virus che, del resto, si diffonde purtroppo su un sistema economico già debilitato, almeno in alcune sue parti rilevanti, per via del preesistente rallentamento cinese, delle tensioni sul commercio internazionale, della frenata della macchina produttiva tedesca nel corso del 2019 e delle montanti criticità del sistema finanziario.

 

I mercati finanziari hanno già mostrato momenti di tensione altissima, con crolli ripetuti e straordinari e una fortissima volatilità, che le banche centrali e i governi in particolare stanno cercando di curare insieme al resto dell’economia, cui si somma l’andamento del prezzo del petrolio, che risente dello scontro in atto tra Arabia Saudita e Russia, e quello dei beni rifugio e dei titoli di Stato. Le aspettative che stanno emergendo sono insomma quelle di un’economia di guerra, con tutto il corollario di limitazioni personali, file ai supermercati, riconversione delle attività produttive per le necessità “belliche” nella guerra al virus.

 

Si tratta di una crisi allo stato di proporzioni imprevedibili, con scenari che mutano rapidamente, purtroppo in peggio, sia a livello nazionale sia internazionale, anche con proiezioni in alcuni casi catastrofiche, che almeno nell’immediato sembrano superare le analisi della letteratura economica in materia, come ad esempio le stime di Deutsche Bank, che si attende per i prossimi mesi il più grande crollo del prodotto interno lordo dal secondo dopoguerra. Una crisi che, come sempre, rischia purtroppo di essere accompagnata da un forte incremento della disoccupazione su larga scala. Ma l’entità e soprattutto gli effetti strutturali di questa crisi dipenderanno tanto dalla durata dell’epidemia virale quanto dalle risposte economiche straordinarie messe in campo, e quindi, in ultima analisi, dalla capacità di governi, sistemi paese e singoli cittadini di combattere il virus su entrambi i fronti.

 

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