13 maggio 2021

In Mali continua la lotta contro lo schiavismo per discendenza

Un centinaio di persone sono state cacciate nelle prime settimane di maggio da Biramabougou, nella regione di Kayes, nella parte occidentale del Mali; si erano ribellate alle consuetudini che le vorrebbero far vivere in una condizione di schiavitù, in quanto discendenti di schiavi. Il gruppo, che comprende molti minori, si è rifugiato nella capitale del Paese, Bamako, in un’area chiamata Città dei bambini. Episodi violenti si erano già verificati per motivi analoghi nell’aprile del 2020 nella località di Lany Tounka, nella stessa area, in conseguenza del rifiuto da parte dei discendenti degli ex schiavi di accettare il sistema delle caste, che li emargina e li riduce in una situazione di subordinazione rispetto agli altri gruppi. Ad esempio, viene loro impedito di pregare nelle moschee e di fare acquisti al mercato, nel nome di consuetudini discriminatorie, che permangono in alcune aree del Paese, nonostante non abbiano alcun fondamento legale. Sollecitato dall’Ufficio dell’ONU per i Diritti umani, il governo di transizione, che si è insediato in Mali, dopo il colpo di Stato incruento del 18 agosto 2020, ha mandato nella regione una serie di assistenti legali con l’incarico di contrastare lo schiavismo per discendenza. Una missione che per ora non ha raggiunto i suoi scopi; in questa situazione non si può escludere un intervento più diretto da parte dell’ONU. Su un piano interno è molto attiva su questo fronte l’associazione Gambana, fondata nel 2017, che porta avanti ideali di uguaglianza e di contrasto alla schiavitù.

Il Mali si trova in una difficile situazione, in cui istituzioni strutturalmente fragili si trovano ad affrontare, oltre ai contrasti di natura etnica che comportano il permanere di situazioni semischiavistiche, la guerriglia islamista e le istanze separatiste, molto radicate nel Nord del Paese. Il controllo sul territorio da parte dello Stato è parziale. Attiva in Mali e negli altri Paesi confinanti è al-Qaida nel Maghreb islamico (AQIM, Al-Qaida in the Islamic Maghreb), a cui fanno riferimento diversi gruppi armati islamisti, tra cui JNIM (Jama’at Nasr al-Islam wal Muslimin), responsabile del rapimento del giornalista francese Olivier Dubois, avvenuto l’8 aprile a Gao, e ancora in corso. Il clima generale di incertezza è incrementato dalle accuse rivolte alle forze internazionali che operano nel Paese per contrastare il terrorismo, in particolare francesi e ciadiane, e alle forze governative di violazione dei diritti umani e di uccisione di civili nel corso di bombardamenti: su questi errori e questi abusi è in corso un’indagine dell’ONU.

L’instabilità del Mali ha una serie di conseguenze geopolitiche importanti, sia nel contrasto globale al terrorismo sia nella gestione dei flussi migratori. Anche l’Italia si sta attivando, per favorire un processo di pace fra le diverse componenti della società maliana. Il 6 maggio è stato firmato a Roma un accordo tra le comunità del Nord del Mali, alla presenza del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che si era recato nel Paese africano in aprile. Tra Italia e Mali sono stati inoltre conclusi accordi in materia di sicurezza e contrasto alla tratta di esseri umani. I problemi da risolvere sono molti e interconnessi fra loro; i contrasti tra le diverse componenti della popolazione alimentano l’insorgenza fondamentalista e scontri e violenze rendono difficile un rilancio economico dell’area. La vicenda dello schiavismo per discendenza chiarisce come i percorsi che mirano alla sicurezza dei cittadini e al controllo del territorio da parte delle istituzioni possono difficilmente prevalere senza un contemporaneo percorso di crescita civile e di superamento di barriere anacronistiche.   

 

Crediti immagine: Redleaf_Lodi from Pixabay

0