3 agosto 2022

In lotta per la conquista della leadership conservatrice

 

Per riassumere lo stato totalmente imprevedibile e volubile dell’attuale politica britannica basterebbe partire da un fatto incredibile: nella corsa alla leadership conservatrice (e dunque al ruolo di primo ministro), Boris Johnson, l’uomo della Brexit, sostiene una candidata che nel 2016 ha fatto campagna perché il Regno Unito restasse nell’Unione Europea. Mentre cercate di metabolizzare questa informazione facciamo un breve riassunto delle puntate precedenti.

Travolto dalle polemiche e soprattutto dalle dimissioni di quasi tutti i membri del proprio gabinetto, Boris Johnson è stato costretto a rassegnare le proprie dimissioni da leader del Partito conservatore, dando il via alla corsa per la successione.

Il primo a lanciare la propria campagna è stato Rishi Sunak, cancelliere dello Scacchiere di Johnson e a tutti gli effetti il grande favorito della competizione. Sunak è figlio di due emigrati hindu nati nell’Africa dell’Est a loro volta figli di immigrati dal Punjab, la provincia indiana ex colonia britannica. Ha studiato economia a Oxford dove si è laureato con il massimo dei voti per poi andare a Stanford per conseguire un MBA (Master in Business Administration). Proprio a Stanford ha conosciuto sua moglie, Akshata Murty, figlia di uno dei più ricchi uomini dell’India. Dopo gli studi Sunak entra nel mondo della finanza come consulente della Goldman Sachs e successivamente come socio di altri grandi fondi di investimento. I patrimoni combinati della coppia li rendono tra le persone più ricche del Regno Unito. Nel 2015 Sunak viene eletto parlamentare in un collegio del North Yorkshire e nel 2016 appoggia la campagna per il leave nel referendum sulla Brexit. In seguito alla caduta di Cameron, dopo aver appoggiato Theresa May, nel 2018 ottiene la sua prima promozione da frontbencher con un sottosegretariato agli enti locali. Nel 2019 appoggia la candidatura di Boris Johnson che appena arriva al governo lo promuove, nominandolo sottosegretario al tesoro. Nel febbraio del 2020, relativamente sconosciuto al grande pubblico e non in predicato di divenire uno dei grandi segretari di Stato, Sunak viene promosso a cancelliere dello Scacchiere in seguito alle dimissioni di Sajid Javid, il potente ministro conservatore che va in rotta di collisione con Johnson e Dominic Cummings sulla gestione delle finanze: Javid vuole rimanere fedele al principio dell’austerità conservatrice “tasse basse e bassa spesa pubblica”, mentre Cummings e Johnson vogliono finanziare le proprie promesse elettorali anche a costo di creare debito. L’impressione è che Sunak venga scelto perché visto come fedelissimo di Johnson e in quanto figura di secondo livello, ancora inesperto della macchina pubblica e quindi più malleabile a partire dall’accettare all’interno del proprio staff, uomini di fiducia di Cummings, cosa che si era rifiutato di fare Javid. In pochi mesi Sunak si trova a gestire però la pandemia e la creazione di un debito pubblico gigantesco per far fronte al più grosso piano di spesa pubblica dai tempi della Seconda guerra mondiale. Diventa rapidamente una delle figure più conosciute e popolari della politica britannica, anche in virtù del programma di aiuti che sostiene la stragrande maggioranza di lavoratori britannici e che permette alle famiglie di superare il momento peggiore della crisi.

Sicuramente a favore di un approccio più “aperturista” alla pandemia, Sunak si afferma sempre di più come personalità di spicco dei conservatori e, mano a mano che la popolarità di Johnson declina per gli scandali e le polemiche, i commentatori britannici iniziano ad affibbiargli il ruolo, non sempre comodo, di successore naturale dell’ex sindaco di Londra. Quella che era una volta una salda collaborazione tra i due sembra incrinarsi con l’uscita dal periodo più acuto di pandemia: Sunak riprende l’approccio classico dei conservatori britannici ed inizia a stringere i cordoni della borsa per quanto riguarda la spesa pubblica. Non è disposto ad aumentare il debito pubblico in maniera incontrollata e anzi annuncia un impopolarissimo rialzo delle tasse. Johnson, invece, vorrebbe riprendere il suo piano di spesa pubblica e investimenti in infrastrutture e, contemporaneamente, non alzare le tasse. Gli scandali delle feste a Downing Street del dicembre 2020 e della festa di compleanno di Johnson nel 2021 sembrano l’occasione perfetta per il tentativo di defenestrazione, ma, purtroppo per Sunak, il cancelliere dello Scacchiere viene raggiunto lui stesso da una multa proprio perché testimoni lo hanno visto brindare per il genetliaco del primo ministro. Insieme a questo i giornali più fedeli a Johnson e che mal sopportano il tentativo di Sunak, iniziano a indagare nella vita privata del cancelliere e vengono rese note le enormi ricchezze della famiglia, alcuni conflitti di interesse dell’azienda della moglie che fa affari anche tramite il governo britannico e soprattutto che la famiglia non avrebbe la residenza fiscale in Gran Bretagna. Questa campagna ha un effetto pesante sulla popolarità di Sunak, che per qualche mese sembra addirittura intenzionato a lasciare la politica. L’ennesimo scandalo che travolge Johnson però ridà un’occasione a Sunak che guida la rivolta interna al governo con le proprie dimissioni e lancia immediatamente, forse un po’ troppo presto per non sembrare abbondantemente orchestrata, la propria corsa alla premiership. Se dovesse farcela Sunak sarebbe il primo politico di colore a raggiungere Downing Street, una vera rivoluzione nella politica britannica che sarebbe, ancora una volta, portata a compimento dal Partito conservatore, che ha già eletto due prime ministro donne, al contrario del Labour che non è mai stato neanche guidato da una donna.

 

Ambisce invece ad essere la terza donna conservatrice a raggiungere Downing Street Liz Truss, la seconda contendente del ballottaggio all’interno degli iscritti del partito dei Tories di cui sapremo il risultato il 5 settembre. Anche lei laureata ad Oxford (nel prestigiosissimo Merton College) ha una esperienza politica più consolidata rispetto a Sunak: è in Parlamento dal 2010 e sin dal 2012 è una frontbencher conservatrice con tutti i primi ministri. Campionessa del credo del libero mercato di rito thatcheriano ha però, come dicevamo all’inizio, fatto campagna per la permanenza del Regno Unito nell’Unione Europea, salvo poi riallinearsi con la posizione del partito diventando una delle più fedeli alleate di Boris Johnson, che appena arriva al governo infatti la promuove al ruolo di ministra per il Commercio internazionale e a settembre nel 2021, con un’altra grande promozione, le affida il ministero degli Esteri. In questo anno difficile ha sempre giurato lealtà a Johnson e, infatti, è stata uno dei pochissimi membri del governo a non aver appoggiato il colpo di mano e a non dimettersi dal suo incarico. Ed è stata anche l’unica candidata alla successione di Johnson ad essere presente nel frontbench in occasione dell’addio di Johnson alla House of Commons da primo ministro.

Se Sunak è entrato nella competizione come l’uomo da battere, inizialmente Liz Truss appariva come una candidata destinata a non arrivare fino in fondo. All’interno del gruppo conservatore che non si era già schierato con Sunak sembrava esserci voglia di un volto nuovo, non legato ai governi Johnson e alle sue gaffe. Infatti, per lungo tempo Penny Mordaunt sembrava essere destinata ad arrivare “in finale” con Sunak, forte del suo volto poco legato alla vecchia gestione, il grande eloquio nei dibattiti e posizioni molto nette e controverse in particolare sul tema dei diritti delle persone trans. Tuttavia, man mano che si svolgevano le votazioni e venivano esclusi concorrenti, Liz Truss continuava a guadagnare terreno, fino ad arrivare all’ultima decisiva votazione, a scavalcare la Mordaunt e guadagnarsi il diritto a sfidare Sunak, saldamente in testa dalla prima all’ultima votazione tra gli MP (Member of Parliament) tories. Attorno a Truss, sicuramente con l’aiuto dello stesso quasi ex primo ministro, si sono radunati tutti coloro che hanno visto con fastidio il golpe attuato nei confronti del leader e soprattutto verso chi è considerato l’organizzatore del “golpe”: Rishi Sunak. Proprio questo sembra essere l’asso nella manica di Truss, che è divenuta ora la favorita della competizione perché quest’ultima si svolge all’interno di quella base conservatrice in cui Johnson nutre ancora di una grande popolarità. Se infatti Sunak ha impostato la propria campagna sul parlare alla nazione e sul presentarsi come il candidato competente, in grado di poter immediatamente prendere le redini del governo e indirizzarlo verso una politica di contenimento del debito pubblico con un approccio prudente, Liz Truss invece ha ripreso l’impostazione johnsoniana di spesa pubblica finanziata con il debito proponendo svariati miliardi di sterline in tagli di tasse e investimenti.

 

La campagna ha preso dalle prime battute toni molto accessi in particolare proprio tra Sunak e Truss. Il primo ha sottolineato come la ministra degli Esteri abbia un approccio socialista all’economia (uno dei massimi insulti che si possa fare all’interno del partito della Thatcher), spingendosi dove neppure Jeremy Corbyn aveva osato spingersi: proponendo cioè di finanziare anche la spesa corrente con il debito. Truss invece ha accusato Sunak di aver causato la recessione con il proprio approccio troppo prudente nella gestione del ministero dell’Economia, in particolare con i forti aumenti delle tasse effettuati nell’ultima legge finanziaria. Insomma una battaglia senza esclusione di colpi all’interno di un partito fortemente diviso e che sa che deve riprendersi dagli attuali disastrosi sondaggi se vuole avere un’occasione alle prossime elezioni politiche che si terranno – teoricamente – nel 2024. Per il momento l’unica certezza è che Sunak è entrato papa in questa competizione e potrebbe uscirne senza neanche più il ruolo di cardinale.

 

Immagine: Liz Truss (9 giugno 2021). Crediti: ITS / Shutterstock.com

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