27 ottobre 2021

India, Bangalore e la mafia dell’acqua

L’acqua sta diventando una risorsa rara in tutto il mondo. Nella Silicon Valley indiana, Bangalore, situata a 920 metri di altitudine, trae ogni singola goccia d’acqua dal fiume Cauvery a circa 95 km di distanza. In questo modo la città riceve approssimativamente 1,9 miliardi di litri d’acqua, una cifra considerevole ma non sufficiente, in quanto l’amministrazione locale deve farla bastare a una popolazione di 13 milioni di persone.

Bangalore sta vivendo un boom urbanistico alimentato dalla crescita dell’industria informatica: dal 2011 la sua popolazione è quasi raddoppiata, passando da 6,5 a oltre 12 milioni di persone. Secondo le previsioni ufficiali, nel 2031 arriverà a 20 milioni di persone. Uffici e complessi residenziali sono molto cresciuti rispetto alla rete idrica, cosicché le condotte riescono a trasportare ogni giorno solo poco più della metà dell’acqua necessaria.

Il Consiglio per la fornitura idrica e la rete fognaria (BWSSB, Bangalore Water Supply and Sewerage Board), il principale ente per la gestione dell’acqua potabile, raggiunge appena il 60% delle abitazioni. Questo significa che, all’interno dei confini cittadini, più di 3 milioni di persone non hanno un accesso regolare all’acqua. Inoltre, le scarse fonti idriche sono interessate da crescenti livelli d’inquinamento e scarsa depurazione e, come se non bastasse, più del 20% si perde per strada a causa di tubi vecchi e corrosi, con conseguenze rilevanti sulla salute delle fasce più deboli della popolazione e sulla stessa economia della città.

Ormai da vari anni Bangalore, al pari di altre città indiane “assetate”, sta sperimentando nuove soluzioni, come l’uso di autocisterne per rifornire in particolare le zone periferiche della città (come Sarjapura e Whitefield), dove la rete idrica non arriva. Queste aree si affidano unicamente alle autobotti (pubbliche e private), che prelevano l’acqua da pozzi scavati a ritmo frenetico e sempre più in profondità a causa della riduzione delle falde che, secondo le previsioni, potrebbero esaurirsi completamente entro il 2025. Nel corso degli anni, il sistema di distribuzione pubblico è diventato il simbolo dell’incapacità e della corruzione del governo; infatti, progressivamente il controllo idrico è passato nelle mani di organizzazioni private. Questo processo ha comportato la nascita della cosiddetta “mafia dell’acqua”, costituita da aziende private che gestiscono le autobotti e che ormai detengono il monopolio del comparto. A tal riguardo le autorità locali danno un consenso aperto o tacito, delegando in modo informale la gestione dei servizi e delle iniziative pubbliche. Il risultato? L’acqua, e soprattutto l’acqua pulita, diviene un bene di lusso riservato a chi può permettersi questo servizio.

La continua espansione della città costituisce la base per un parallelo processo autodistruttivo, in quanto i pozzi cittadini si stanno progressivamente esaurendo e gli stessi proprietari delle autobotti sono costretti a scavare sempre più in profondità o a spostarsi nelle zone rurali “prosciugandole completamente”. Una reazione a catena che anno dopo anno diventa sempre meno reversibile.

Bangalore è stata costruita intorno a una serie di laghi che funzionavano da bacini idrici e ricaricavano le falde, garantendo una fonte rinnovabile. Tuttavia, i laghi hanno subito gli effetti dell’urbanizzazione: sono finiti dentro progetti edilizi che non ne tengono conto o sono stati riempiti di prodotti tossici, scarichi e spazzatura prodotti dalle industrie e dalle abitazioni. A volte il lago Bellandur, il più grande della città, prende letteralmente fuoco. Dei 260 laghi presenti a Bangalore, oggi ne sono rimasti circa 80, di cui la metà sono ecologicamente morti. Oltre a fiumi e laghi, i monsoni ‒ tra luglio e settembre ‒ costituiscono per la città una delle principali fonti di approvvigionamento idrico. Tuttavia, numerosi ricercatori evidenziano che le precipitazioni, divenute sempre più instabili a causa del cambiamento climatico, stanno stravolgendo la loro regolarità. Per di più quando arriva un monsone, il sistema idrico cittadino, essendo vecchio e corroso, non riesce a reggere la portata dell’acqua che finisce per riversarsi per le strade.

Come imbrigliare le acque piovane  per ridistribuirle lungo tutto l’arco dell’anno e nei periodi necessari è il problema da risolvere. Sono distanze enormi quelle da superare per eventuali canalizzazioni. Creare invasi e bacini per raccogliere le acque piovane è una sfida ingegneristica enorme. Solo una minima parte delle piogge o delle acque provenienti dallo scioglimento annuale dei ghiacciai viene raccolta correttamente: la stragrande maggioranza finisce nell’Oceano. Non esiste una soluzione semplice. I finanziamenti necessari per grandi infrastrutture e per le riconversioni che sarebbero necessarie sono pochi.

Il sistema che potrebbe avere il maggiore successo è quello che prevede una raccolta e redistribuzione generalizzata. Vasche e bacini sui tetti per trattenere l’acqua piovana, impianti agricoli a goccia, pozzi irregolari posti sotto controllo delle autorità. Per realizzare tutto ciò c’è però bisogno anche di un cambio di atteggiamento, di una visione molto più green. Un’educazione al benessere comune che sembra ancora assente nella società indiana.

 

Immagine: Alcune donne aspettano di fare scorta d’acqua con i loro vasi di plastica a una fontana pubblica, Bangalore, India (18 aprile 2013). CamBuff / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0