13 maggio 2021

Intanto in Medio Oriente il dialogo riprende

Negli ultimi mesi il Medio Oriente sembra esser stato investito da una sorta di “febbre del dialogo”, per effetto della quale attori regionali finora ostili gli uni agli altri sono tornati a interloquire e a parlarsi. In gioco, però, non c’è solo quella che alcuni analisti considerano la ricomposizione interna all’Islam politico sunnita, dove il fronte Turchia-Qatar si contrappone ad Arabia Saudita e alleati. Nelle ultime settimane si sono visti tentativi di dialogo e apertura anche tra nemici giurati come Iran e Arabia Saudita e persino abboccamenti di Riyad con la Siria di Bashar al-Assad, con il probabile intento di riammettere Damasco nella Lega Araba e nei giochi diplomatici regionali. C’è da chiedersi se e quanto questa rinnovata spinta al dialogo in Medio Oriente abbia a che fare con la politica statunitense nell’area ai tempi dell’amministrazione di Joe Biden.

Procediamo con ordine. Per la prima volta dal 2013, si sono svolti mercoledì 5 e giovedì 6 maggio al Cairo colloqui ufficiali tra Turchia ed Egitto. Le discussioni esplorative si sono concentrate sui passi necessari alla normalizzazione delle relazioni tra i due Paesi, in rotta di collisione da quado un colpo di Stato ha estromesso otto anni fa il presidente egiziano Mohammed Morsi, esponente della Fratellanza musulmana considerato vicino ad Ankara. Le parti coinvolte hanno parlato di colloqui “franchi e approfonditi”, preparati peraltro da una serie di reciproche aperture e dichiarazioni favorevoli nei mesi scorsi. Il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, è stato inoltre in Arabia Saudita lunedì 10 maggio, è la prima volta dall’omicidio del giornalista dissidente Jamal Khashoggi nel 2018. Riyad ha visto di buon grado la destituzione di Morsi nel 2013 e considera la Fratellanza musulmana a tutti gli effetti un’organizzazione terroristica.

Sempre mercoledì 12 maggio, il presidente iracheno Barham Salih ha confermato indiscrezioni di stampa secondo cui Baghdad ha recentemente ospitato diversi round di colloqui tra Arabia Saudita e Iran, tradizionalmente considerati i protagonisti della più aspra contrapposizione geopolitica del Medio Oriente. Vale la pena precisare che si tratterebbe di contatti a livello di intelligence, cosa non necessariamente sorprendente anche tra Paesi dichiaratamente ostili. Lo stesso premier iracheno Mustafa Al Kadhimi, in carica dallo scorso anno, ha alle spalle una carriera da funzionario d’intelligence e ha tutto l’interesse – dicono i media locali – a porsi come grande mediatore tra Riyad e Teheran. In altre parole, l’intelligence dialoga e lavora con toni e strumenti diversi da quelli della politica, dove la retorica e gli strali reciproci hanno spesso la meglio sul pragmatismo. Lo stesso principe ereditario saudita Mohammad bin Salman (MBS) ha rilasciato di recente dichiarazioni favorevoli verso Teheran. «Stiamo lavorando con i nostri partner nella regione per superare le nostre divergenze con l’Iran», ha detto alla televisione di Stato. Solo quattro anni fa, MBS sosteneva apertamente che il dialogo con l’Iran era invece impossibile: «Come dialoghi con un regime costruito su un’ideologia estremista?», diceva il rampollo di casa Saud.

Lunedì 3 maggio, secondo indiscrezioni dei media legati all’opposizione siriana, una delegazione saudita di alto livello è arrivata nella capitale Damasco e ha incontrato il presidente Assad. Stando a quanto riferito, le parti hanno parlato del possibile ritorno della Siria nella Lega Araba e anche della riapertura dell’ambasciata saudita a Damasco, un passo che gli Emirati hanno compiuto già a fine 2018. Le monarchie del Golfo, compreso il Qatar (sebbene da una posizione diversa), hanno sostenuto a partire dal 2011 i ribelli antigovernativi siriani, specialmente i gruppi armati più islamicamente connotati. Il fatto che ora pensino di approcciare nuovamente il governo di Damasco – alleato di ferro dell’Iran –  è estremamente significativo. Il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, intanto, è pronto a visitare gli Emirati nei prossimi mesi con l’obiettivo di “riscaldare i legami” tra Teheran e Abu Dhabi, suggeriscono indiscrezioni dei media locali.

Quanto ha a che fare questa “febbre del dialogo” in Medio Oriente con la politica americana nell’area? Se si considera la politica recente, probabilmente poco. Se si considera una prospettiva più lunga, decisamente di più. Alcuni analisti suggeriscono una connessione tra questa rinnovata spinta diplomatica tra gli attori mediorientali e la crescente politica di disimpegno statunitense dall’area. La strategia del “Pivot to Asia”, cioè la proiezione della maggior parte degli sforzi geopolitici USA nel contenimento della Cina, è stata inaugurata da Barack Obama e portata avanti con grande continuità dai successori Donald Trump e Joe Biden. Probabilmente, però, non c’è solo questo dietro la “febbre del dialogo”. Quello a cui assistiamo è un classico scenario post-guerra fredda, in cui gli attori si muovono su linee d’azione improntate al pragmatismo più che all’appartenenza a sfere di influenza di questo o quel soggetto internazionale. Egitto e Turchia, tanto per fare un esempio, giocano entrambi la partita del Mediterraneo orientale con le sue riserve di idrocarburi. In questo contesto, Il Cairo ha finora flirtato e stipulato accordi con la Grecia. Quindi non è da escludere che Ankara prema per far passare l’Egitto dalla propria parte, con un occhio anche al quadrante libico. A questo pragmatismo si deve l’affermarsi di un modus operandi che nella regione risulta nuovo solo in parte. La pacificazione e la normalizzazione dei rapporti possono infatti essere solo l’ultimo step di un percorso, durante il quale due Paesi ostili – Iran e Arabia Saudita ad esempio – possono iniziare a tessere dietro le quinte una tela fatta di contatti semiufficiali per raggiungere obiettivi comuni a breve termine o, appunto, pragmatici. L’acuirsi delle tensioni a Gerusalemme, e in generale tra Israele e Palestina, difficilmente rallenterà questi processi di avvicinamento già in corso. Più probabile che i governanti locali si limitino alle solite condanne di circostanza contro lo Stato ebraico per poi rimettere la questione palestinese al suo posto, cioè in fondo alla loro agenda politica.

 

Immagine: Mappa del Medio Oriente. Crediti: TonelloPhotography / Shutterstock.com

© Istituto della Enciclopedia Italiana - Riproduzione riservata

0