20 giugno 2019

Iran e Stati Uniti, tra petroliere e nucleare

«Non considero Trump meritevole di alcuno scambio di messaggi».

Queste le parole – ferme e decise – pronunciate giovedì 13 giugno dalla Guida suprema dell’Iran Ali Khamenei davanti al primo ministro giapponese Shinzo Abe, impegnato nel tentativo di ricostruire la tela del dialogo fra Teheran e Washington. Una presa di posizione ampiamente attesa, che esclude dunque per il momento qualsiasi concreta ipotesi di confronto e di negoziato, in una regione mediorientale oramai cronicamente instabile e preda di interessi geopolitici contrapposti.

Proprio a partire dal 13 giugno le tensioni sono prepotentemente riaffiorate nell’area, sin dalle prime ore del mattino: due petroliere – la nipponica Kokuka Courageous e la norvegese Front Altair – sono infatti state attaccate nelle acque del Golfo di Oman, nei pressi di quel collo di bottiglia nevralgico per i traffici petroliferi globali che è lo Stretto di Hormuz. Grazie all’intervento di mezzi militari statunitensi e iraniani, l’equipaggio delle due navi è stato tratto in salvo, ma il nodo geopolitico rimane: chi aveva interesse a compiere un’azione del genere?

Per Washington, il quadro è stato da subito chiaro: dietro l’aggressione alle due petroliere ci sarebbe – secondo quanto dichiarato dal segretario di Stato Mike Pompeo – la Repubblica degli ayatollah, che con la sua spregiudicata iniziativa avrebbe minacciato la pace e la sicurezza internazionali, messo in pericolo la libertà di navigazione e alimentato ulteriormente le tensioni a livello regionale. A tale conclusione – ha precisato sempre Pompeo – gli Stati Uniti sono giunti grazie alle loro informazioni di intelligence e a seguito di un’analisi dell’attacco, che per le armi utilizzate e la complessità dell’organizzazione non poteva che essere stato perpetrato da un Paese come l’Iran.

Il Comando centrale militare statunitense (CENTCOM) ha provveduto a fornire una descrizione dettagliata di quanto accaduto: le forze navali USA avrebbero ricevuto una prima richiesta di soccorso alle 6.12 locali dalla Front Altair, per essere poi contattate intorno alle ore 7 anche dalla Kokuka Courageous. Un’ora dopo la seconda chiamata un velivolo statunitense avrebbe individuato una motovedetta iraniana e ulteriori unità d’attacco di Teheran nella zona in cui si trovavano le petroliere, mentre alle 9.26 i mezzi iraniani avrebbero accolto a bordo l’equipaggio della Front Altair precedentemente soccorso da un’altra imbarcazione. Alle 11.05 un cacciatorpediniere statunitense ha invece recuperato i marinai della Kokuka Courageous, dopo aver individuato nei pressi dello scafo quella che appariva una mina inesplosa. Verso le 14.05 poi, un’unità navale iraniana avrebbe raggiunto la Kokuka Courageous oramai abbandonata e provveduto alla rimozione della mina. A supporto della sua tesi – rispetto alla quale sono stati anche avanzati dubbi – Washington ha fornito prima un filmato e poi ulteriori prove fotografiche che mostrerebbero la nave di Teheran impegnata nelle operazioni di recupero della mina; il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha invece chiesto l’apertura di un’indagine indipendente per fare chiarezza sull’accaduto. Accanto agli Stati Uniti si è schierato il principale antagonista regionale dell’Iran, l’Arabia Saudita, con il principe e deus ex machina della politica del Paese Mohammad bin Salman che ha assicurato che Riyad è pronta a rispondere a qualsiasi minaccia alla sua popolazione, alla sua sovranità, alla sua integrità territoriale e ai suoi interessi vitali.

Teheran invece non ha solo respinto con fermezza le accuse – definendole ridicole e pericolose –, ma è anche partita al contrattacco, con il ministro degli Esteri Mohammad Javad Zarif che ha definito ‘sospetta’ la coincidenza temporale tra l’aggressione alle petroliere nel Golfo di Oman – una delle quali giapponese – e l’incontro con le massime autorità iraniane del primo ministro nipponico Shinzo Abe.

Anche gli analisti politici si sono divisi sulla questione: da una parte, diversi commentatori hanno sottolineato come il coinvolgimento di Teheran nell’attacco sia plausibile, poiché un’azione dimostrativa nei pressi dello Stretto di Hormuz sarebbe stata funzionale alla riaffermazione del ruolo strategico del regime degli ayatollah in un’area cruciale per le rotte energetiche globali. In questo senso, il messaggio sarebbe chiaro: a livello regionale, la Repubblica islamica sa come farsi valere e utilizzare le risorse a sua disposizione. Dall’altra però, c’è anche chi ha fatto notare come il rischio di un danno d’immagine per l’Iran fosse notevole, sia per l’aggressione a una petroliera giapponese mentre Abe era impegnato a Teheran in un complicato tentativo di mediazione, sia per la presenza a bordo della Front Altair di personale proveniente dalla Russia, Paese con cui l’Iran non ha alcun interesse a deteriorare i rapporti.

L’incidente delle petroliere si inserisce in una cornice geopolitica più articolata e complessa, fatta di rapporti di forza ed equilibri di potenza, nella quale aspiranti egemoni collocati su fronti contrapposti cercano di rafforzare la loro posizione e di colpire l’avversario.

In questa partita, rimane di stringente attualità la questione del nucleare iraniano: dalla decisione annunciata nel maggio 2018 di ritirarsi dall’accordo (Joint Comprehensive Plan Of Action, JCPOA) raggiunto sotto la presidenza di Barack Obama, l’amministrazione di Donald Trump ha perseguito la strategia della ‘massima pressione’, attraverso una serie di iniziative mirate a fiaccare le resistenze dell’Iran e costringere la Repubblica islamica a sedere nuovamente al tavolo del negoziato, questa volta però con le armi spuntate e margini di manovra limitati. Il ripristino delle sanzioni, la decisione di estenderne l’applicazione anche ad alcuni importatori di petrolio iraniano che erano stati precedentemente esentati, la designazione del Corpo delle guardie della rivoluzione islamica come organizzazione terroristica straniera, l’annuncio del rafforzamento della presenza militare nella regione sono tutte misure tendenti al perseguimento di quell’obiettivo. Da questo punto di vista – come ha scritto in una sua analisi il presidente del Council on foreign relations Richard N. Haass – alcuni risultati sono stati effettivamente raggiunti, considerando che l’isolamento economico di Teheran è più pronunciato e le sue esportazioni di greggio sono diminuite. Tuttavia, la Repubblica islamica ha già dimostrato a più riprese di saper resistere, irrigidendo talvolta le sue posizioni e addirittura rilanciando: nel mese di maggio, il presidente iraniano Hassan Rohani ha infatti annunciato che il Paese non avrebbe più rispettato alcune disposizioni dell’accordo sul nucleare se entro sessanta giorni non fossero state individuate soluzioni atte a proteggere settori nevralgici dell’economia di Teheran, sottoposti alle pressioni delle sanzioni USA: dunque, un modo per spingere le altre parti firmatarie dell’intesa a far sentire la loro voce a Washington. Nelle successive settimane, dall’amministrazione statunitense sembravano essere arrivate parziali aperture, con il presidente Trump a sottolineare come Washington non fosse interessata a un regime change in Iran e il segretario di Stato Pompeo a rendere nota la disponibilità degli Stati Uniti a un negoziato senza precondizioni. A inizio giugno però, Khamenei aveva immediatamente chiuso a qualsiasi prospettiva di confronto, parlando di un gioco politico che non avrebbe tratto in inganno l’Iran. Da ultimo – dopo l’aggressione alle due petroliere e le accuse statunitensi – la Repubblica islamica ha annunciato di essere pronta a superare il 27 giugno i limiti sulle riserve di uranio arricchito previsti dall’accordo del 2015, sottolineando inoltre di poter tornare ad arricchire il proprio uranio fino al 20%: ancora una volta, un messaggio all’Europa affinché si faccia valere e convinca Washington a rivedere le sue posizioni.

 

Immagine: Piattaforma della petroliera. Crediti: Anatoly Menzhiliy / Shutterstock.com

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