10 febbraio 2021

Iran, una priorità per Biden

L’apertura di canali con l’Iran per restituire vita all’accordo sul nucleare siglato nel 2015 (il JCPOA, Joint Comprehensive Plan Of Action) è una delle priorità dell’amministrazione Biden. Le ragioni sono molte e si intrecciano con le vicende della regione. La prima e più evidente è evitare che Teheran, uno dei Paesi tradizionalmente nemici degli USA e attore regionale con ambizioni e molti nemici, arrivi a dotarsi di un ordigno nucleare e determini una corsa agli armamenti nell’area più instabile del pianeta. Ad assegnare grande importanza al ritorno al tavolo per ridefinire i termini dell’accordo è tutto il team di politica estera di Biden: il consigliere del presidente per la Sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha giocato un ruolo cruciale nel negoziare quell’accordo e molti altri lavoravano per l’amministrazione Obama che decise di avviare le trattative, dapprima in segreto; l’inviato per l’Iran Robert Malley fu anche lui centrale e la sua nomina segnala l’importanza della questione per Biden.

Il ritorno al tavolo delle trattative sembra dipendere principalmente da una questione: chi tra le due parti farà il primo passo. Le primissime aperture reciproche, in verità, si sono già viste. In un’intervista all’emittente americana CNN, cosa tutt’altro che consueta, il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif ha assicurato che Teheran è pronta a sedersi al tavolo, sottolineando il ruolo che l’Unione Europea (UE) può giocare nel mediare tra Washington e Teheran. Riferendosi a Josep Borrell, alto rappresentante dell’UE per la politica estera e di sicurezza, Zarif lo ha identificato come la persona adatta a “coreografare” le mosse necessarie perché gli USA rientrino nell’accordo, dopo che l’ex presidente, Donald Trump, ha deciso di uscirne unilateralmente nel 2018. L’uscita unilaterale dall’accordo ha fornito buoni argomenti all’Iran, che imputa proprio a quella scelta il mancato rispetto delle clausole che riguardavano lo sviluppo del programma nucleare e l’arricchimento dell’uranio.

I commenti positivi arrivati dalle autorità iraniane alla vigilia e dopo l’elezione di Biden vanno sicuramente presi per buoni e, soprattutto, letti nell’ottica di un possibile ritorno al JCPOA, di cui oltre a USA e Iran fanno parte anche Regno Unito, Francia, Germania, Russia e Cina. In altri termini, l’Iran intravede nell’uscita di scena di Trump la possibile fine di un incubo, come ha chiarito lo stesso presidente Hassan Rohani commentando a novembre i risultati delle elezioni presidenziali vinte da Biden. «Grazie a Dio gli americani e il mondo si sono liberati di Trump», affermava Rohani il 28 novembre scorso, per poi aggiungere che «la fine dell’era del trumpismo» rappresenta «una delle manifestazioni della vittoria dell’Iran, e della sconfitta definitiva del nemico nella guerra economica». L’ayatollah Khamenei ha dettato le condizioni iraniane via twitter (già): «Se vogliono che l’Iran torni ai suoi impegni #JCPOA, gli Stati Uniti devono eliminare tutte le sanzioni. Noi verificheremo e, poi, torneremo ai nostri impegni». Anche Zarif, scrivendo su Foreign Affairs aveva più meno ribadito: abbiamo trattato di nucleare, non cercate di allargare la portata di quell’accordo vincolando il rispetto del JCPOA ad altre cose, tornate alla parola data e noi faremo altrettanto. Per il resto ricordate che l’Iran è un «potente attore regionale con legittime preoccupazioni di sicurezza, diritti e interessi, come qualsiasi altra nazione». Per certi versi il segretario di Stato Blinken ha un punto di vista simile: la trattativa sul nucleare si limita a quello, l’eventuale apertura di altri tavoli con Teheran è un altro discorso.

Le «altre cose» a cui faceva riferimento il capo della diplomazia iraniana riguardano le capacità balistiche di Teheran. Trump, infatti, aveva motivato l’uscita dal JCPOA con la volontà di negoziare un accordo più ampio, riguardante (forse) anche missili a medio e ampio raggio. Questo rientra soprattutto negli interessi strategici di Israele, che con il partito milizia filoiraniano Hezbollah in Libano e altri gruppi vicini alla Repubblica islamica impegnati nella guerra in Siria teme di ritrovarsi a un tiro di schioppo dalle piattaforme missilistiche iraniane.

L’amministrazione Biden sembra aver tenuto in considerazione anche il dossier iraniano nelle ultime iniziative riguardanti la guerra in Yemen, dove Teheran sostiene il gruppo sciita Ansarullah, meglio noto come Houthi, contro una coalizione internazionale a guida saudita. Il 4 febbraio, infatti, il presidente ha annunciato l’interruzione del sostegno americano «ad ogni azione offensiva» relativa al conflitto in Yemen, precisando però che la difesa della sovranità del regno saudita resta una priorità strategica per Washington e annunciando un piano di aiuti USAID (United States Agency for International Development) per le popolazioni colpite.

Leggendo tra le righe, significa che se gli Houthi continueranno a prendere di mira obiettivi nei territori di Riyad – specialmente infrastrutture legate all’estrazione di idrocarburi – gli USA seguiteranno a supportare l’Arabia Saudita, che insieme a Israele continua a essere l’alleato più stretto degli USA in Medio Oriente. Tuttavia, il valore simbolico dell’operazione Yemen è molto alto: da un lato si certifica un elemento di discontinuità con Trump, dall’altra – come già detto – si dà un segnale di apertura all’Iran senza scontentare eccessivamente i sauditi. Il ministro degli Esteri di Riyad, Faisal bin Farhan Al Saud, ha commentato l’annuncio di Biden concentrandosi proprio sulla parte relativa alla difesa degli interessi sauditi: «Il Regno accoglie con favore l’impegno degli USA a cooperare in difesa della sua sicurezza e del suo territorio», ha affermato il capo della diplomazia di Riyad.

A complicare le cose c’è la ferma opposizione di Israele, che vede in Teheran il nemico, specie adesso che con altri Paesi della regione si sono aperti canali diplomatici ed economici. A Israele non piace l’inviato Malley, che lavorò anche a Camp David e criticò lo Stato ebraico per il suo atteggiamento – e come direttore dell’ICG  (International Crisis Group) incontrò dirigenti di Hamas.

La partita è complicata, ma è evidente che sia Teheran che Washington hanno da guadagnare a tornare ad aprire canali di comunicazione. Senza Teheran (o una guerra) la regione non si stabilizza. Un’amministrazione Biden che spinga in maniera risoluta per aprire canali diplomatici potrebbe ottenere qualche risultato. Media importanti riferiscono che anche tra Riyad e Teheran ci sarebbero contatti e qualche giorno fa su The Guardian è comparso un editoriale a quattro mani firmato da un ex diplomatico iraniano e dal fondatore di un importante think tank saudita. 

 

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Immagine: Esposizione sull’energia atomica dell’Iran al Museo della rivoluzione islamica e della santa difesa, Teheran, Iran (29 gennaio 2018). Crediti: Inspired By Maps / Shutterstock.com

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