2 maggio 2019

Irlanda del Nord, il riaccendersi della tensione

L’omicidio della giornalista Lyra McKee, rimasta uccisa nel corso degli incidenti scoppiati il 18 aprile scorso a Derry, arriva al culmine di un lungo periodo di tensioni che proiettano nuovamente la sinistra ombra dei troubles sull’Irlanda del Nord. Certo, nessuno si spinge a preconizzare un ritorno agli scenari catastrofici che hanno caratterizzato le sei contee dell’Ulster tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del millennio: in poco più di trent’anni, lo spietato conflitto tra le fazioni unionista-protestante (fedele alla Corona e alla Union Jack, da cui il nome) e repubblicano-cattolica (che mira alla riunificazione con Dublino), poi spezzettatesi in mille sottosigle, ha fatto 3.700 vittime - su una popolazione che supera di poco il milione e mezzo -, oltre a feriti (almeno dieci volte il numero dei morti) e, soprattutto, ha cementato odi secolari mai del tutto sopiti. Ugualmente, le immagini delle camionette della polizia a sirene spiegate, i roghi, la firma del ‘New Ira’ dietro l’atto giudicato ‘terroristico’ da Scotland Yard, sono sembrati riportare l’Irlanda del Nord indietro di almeno vent’anni.

Il tragico evento, però, sebbene sconcertante in quanto a violenza e modalità, non può dirsi del tutto inaspettato. Dalla fine del 2016, infatti, in quella Irlanda del Nord che da decenni aveva smesso di far parlare di sé per i suoi continui disordini, sono tornati a farsi sentire venti di tensione. Ma andiamo per ordine.

I motivi del conflitto nell’isola di smeraldo affondano le proprie radici in storie vecchie di secoli. Risalgono a quando gli inglesi, nel XII secolo, sbarcarono per la prima volta in Irlanda e si stanziarono in un’area ristretta attorno a Dublino, detta The Pale. È con la salita al trono di Enrico VIII, però, che la presenza britannica si fa prima sistematica e, con l’invio di settlers dalla Scozia o dal Nord dell’Inghilterra (in gran parte di fede protestante o anglicana) operato da sua figlia Elisabetta I, definitiva. Tra guerre continue e gestione del potere da potenza occupante senza scrupoli – è ancora aperta la ferita causata dalla Great Famine, la terribile scarsità di grano, cereali e patate, sostanzialmente ignorata da Londra, che causò tra il 1845 ed il 1850 più di un milione di morti su di una popolazione di 8,5 milioni di abitanti –, si giunse nel dicembre del 1921 al momento topico della storia dell’isola, quando, al termine di trattative febbrili, fu siglato il Treaty che metteva fine al conflitto secolare ma divideva in due l’Irlanda. I quattro grandi protagonisti – Lloyd George e Winston Churchill da una parte, Michael Collins e Eamon De Valera dall’altra – trovarono un compromesso che evitava la guerra ma scontentava tutti.

A sud, comunque, da Cork fino al Donegal, germogliò lo Stato libero d’Irlanda. A nord, dove la maggioranza è protestante, nacque la quarta gamba del Regno Unito. La comunità cattolico-nazionalista delle sei contee separate, pesantemente discriminata, dopo un quarantennio da sleeping cell, si risvegliò sul crepuscolo degli anni Sessanta. Del tutto ignorata da Londra, prese le armi per far sentire la propria voce e innescò la violentissima reazione dei gruppi lealisti-unionisti. È l’inizio della stagione dei cosiddetti troubles, che caratterizzeranno violentemente quell’angolo di Europa per circa trent’anni, fino all’aprile del 1998. Fu allora che, grazie anche agli auspici di Bill Clinton, i due primi ministri Tony Blair e Bertie Ahern siglarono lo storico accordo del Venerdì Santo che istituì, tra l’altro, l’Assemblea dell’Irlanda del Nord (Parlamento) e stabilì i parametri per la costituzione di un proprio esecutivo.

Il Good Friday Agreement dà il via a una stagione nuova che porterà prima a una tregua de facto e, gradualmente, a una pace reale, ma non riuscirà a sanare ferite profonde. Lo si comprenderà appena qualche mese dopo quando, il 15 agosto 1998, una bomba piazzata da Real Ira (spin-off di IRA contraria all’accordo) nel centro della cittadina di Omagh, uccise 28 persone e ne ferì 360. È il numero più alto di morti e di feriti mai raggiunto da una singola operazione terroristica in tutta la storia del conflitto nordirlandese.

Dall’inizio del millennio in poi, in ogni caso, un governo di unità nazionale completamente autoctono, con un ‘first minister’ espressione del partito di maggioranza unionista (UUP, Ulster Unionist Party o DUP, Democratic Unionist Party) e un vice del campo nazionalista (Social Democratic Labour Party o Sinn Féin), ha continuato, a fasi alterne, a funzionare. Fino al gennaio del 2017, quando il vice primo ministro Martin McGuinness (Sinn Féin) si è dimesso in aspra polemica con la prima ministra Arlene Foster (DUP) e l’esecutivo è caduto. Le successive elezioni anticipate, tenutesi due mesi dopo, hanno visto la vittoria per un soffio del DUP sullo Sinn Féin (225.413, 28,1% contro 224.245, 27,9%) e la scontata incapacità a trovare un accordo. Da allora il governo è vacante e le tensioni alle stelle. Dal febbraio del 2017 si sono succeduti eventi dai risvolti preoccupanti. Tra questi, l’arresto di Ciarán Maxwell, un marine reo confesso di atti terroristici a danno della comunità protestante, l’uccisione di Raymond Johnston ad opera di dissidenti IRA e una serie infinita di attentati, pacchi-bomba e scontri, culminati a gennaio di quest’anno con una autobomba esplosa davanti al tribunale di Derry (miracolosamente senza vittime) e l’omicidio della McKee ad aprile scorso.

Su tutto, neanche a dirlo, grava in maniera pesantissima la questione della Brexit. L’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, infatti, è in piena contraddizione proprio con i principi del Good Friday Agreement, che non prevede controlli ai confini tra le due Irlande e insiste sulla sostanziale unità delle due identità, non certo fuse in un solo Stato ma congiunte in un unico continente. Su ciò poggia l’intero impianto dell’accordo, puntellato anche dal 56% della popolazione che ha votato no alla ‘exit’. Far saltare questo principio significherebbe far precipitare lo status quo e, soprattutto, rinfocolare vecchi odi e motivi di attrito. L’intesa è difficile, con Dublino da una parte a spingere per mantenere i confini così come sono dal ’98, e il DUP – il partito che tiene in vita il governo May a Westminster – che vede i prodromi dell’annessione alla Repubblica d’Irlanda delle sei contee.

E se anche i colloqui tra tutti e sei i partiti nordirlandesi, ufficialmente annunciati dal primo ministro irlandese Leo Varadkar e da Theresa May a margine dei funerali della giornalista Lyra McKee lo scorso 24 aprile (la data prevista per l’avvio degli incontri è il 7 maggio), porteranno allo sperato risultato di un nuovo esecutivo e alla ripresa dei lavori, il futuro governo troverà la maledizione della Brexit come primo punto all’ordine del giorno.

 

Immagine: Il quartiere cattolico di Bogside a Derry, Irlanda del Nord: è visibile un grande murales politico dei repubblicani contro l'occupazione britannica (9 novembre 2014). Crediti: Federico Zovadelli / Shutterstock.com  

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