1 giugno 2020

Israele si prepara a nuove annessioni

 

L’annessione a Israele di nuove porzioni della Cisgiordania rappresenta una delle promesse fatte in campagna elettorale sia da Benjamin Netanyahu che dall’ormai ex sfidante Benny Gantz. I due si ritrovano ora insieme al governo d’Israele, a seguito di un accordo complesso che conferisce la premiership all’eterno Bibi Netanyahu e a Gantz il ministero della Difesa, uno dei dicasteri più importanti nell’alveo istituzionale dello Stato ebraico. Sembrerebbe scontato, quindi, che l’annessione ‒ promessa da entrambi gli artefici dell’esecutivo – sia ormai una questione di quando, più che di se. Come ha dimostrato la visita in Israele del segretario di Stato americano Mike Pompeo, gli Stati Uniti sono davvero poco interessati alla vicenda, tanto da rimettere la decisione nelle mani dello Stato ebraico. Lo spirito degli accordi di Camp David e di Oslo, in cui Washington nei decenni ha assunto e giocato appieno il ruolo di mediatore tra israeliani e palestinesi, pare ormai definitivamente tramontato.

Il primo luglio arriverà all’esame della Knesset (il Parlamento israeliano) il progetto di legge messo a punto dal governo per procedere all’annessione di alcune zone della Cisgiordania, in particolare la Valle del Giordano. Sulla scorta di quanto accaduto in passato, ad esempio con il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele da parte degli USA, ci si sarebbe aspettati una levata di scudi a difesa dei palestinesi, specialmente nei Paesi del mondo-arabo islamico. Al contrario, le condanne più veementi al progetto di annessione sono arrivate dalle Nazioni Unite, tramite vari moniti del segretario generale António Guterres, e dall’Unione Europea, il cui alto rappresentante per gli affari esteri Josep Borrell ha più volte esortato la leadership israeliana a recedere dai propositi di annessione. In Italia 70 parlamentari del centrosinistra e del Movimento 5 stelle hanno scritto una lettera al presidente del Consiglio Giuseppe Conte chiedendogli di “condannare” lo Stato di Israele per il progetto di annessione.

Dai paesi arabi e a maggioranza islamica invece è arrivato poco più che il solito coro di condanne rituali e, vigoroso ma poco credibile, l’avvertimento del monarca giordano Abd Allah II. Il sovrano hashemita, infatti, ha evidenziato che qualora Israele proceda all’annessione si creerebbero le condizioni per «un conflitto di grandi proporzioni».

Al netto dell’audacia di tali affermazioni, pare evidente quanto la leadership palestinese sia estremamente isolata in questo momento storico. Tant’è vero che il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (ANP), Mahmoud Abbas, non ha trovato soluzione migliore se non quella di minacciare, per l’ennesima volta, di interrompere gli accordi con Israele e USA nel campo della sicurezza. Nashaat Aqtash, professore alla Birzeit University, ha spiegato all’agenzia stampa statunitense The Media Line che le «parole dure» di Abbas non sono affatto una novità. «La domanda ‒  sottolinea Aqtash ‒ è se la retorica verrà tradotta in azioni reali sul campo. Secondo me la risposta è no». L’ANP infatti «ha ripetutamente promesso di porre fine al coordinamento della sicurezza con Israele, ma non ha mai dato seguito a questa minaccia». Si tratta, quindi, di un gioco al rialzo volto più a ricompattare il consenso interno che una mossa concreta come l’annuncio lascerebbe intendere. 

Ma la debolezza e l’isolamento della leadership palestinese non riguardano solo questioni interne, ma anche dinamiche regionali. Infatti, la normalizzazione dei rapporti diplomatici tra Israele e attori regionali di primaria importanza come Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti (EAU) procede ormai a vele spiegate, specialmente in chiave anti-iraniana. Il 19 maggio, ad esempio, un jet cargo della compagnia emiratina Etihad è atterrato all'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv. Il velivolo trasportava apparecchiature e medicinali anti-Coronavirus da destinare ai territori palestinesi. La guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, ha accusato gli EAU di «tradimento», dal momento che il volo umanitario avrebbe «legittimato» lo Stato ebraico utilizzando un aeroporto israeliano per consegnare il carico ai palestinesi.

La vicenda ha aperto un piccolo ma interessante caso mediatico, oltre che politico. Due giorni dopo l’arrivo a Tel Aviv del volo Etihad, alcuni media locali e internazionali hanno diffuso notizie secondo cui l’ANP avrebbe rifiutato gli aiuti emiratini in segno di protesta contro il mancato coordinamento con Ramallah. Il sito Middle East Eye ha riferito del diniego palestinese riportando le parole di Mai Alkaila, ministro della Salute dell’ANP nonché ex ambasciatrice a Roma, secondo cui l’Autorità palestinese avrebbe respinto al mittente gli aiuti anti-Covid. L’emittente russa RT, nella sua versione in arabo, ha riferito la notizia citando “fonti governative” anonime, mentre i media legati al Qatar come Al Jazeera e il quotidiano con sede a Londra al-Araby al-Jadeed hanno riferito delle parole di Alkaila, aggiungendo anche il commento del premier palestinese Mohammad Shtayyeh, secondo cui l’ANP «ha appreso della questione dell’aereo dai giornali», il che implica una totale «assenza di coordinamento con i palestinesi su tale aiuto». Degno di nota il fatto che di questa presunta decisione non v’è traccia sui media locali palestinesi, come ad esempio l’agenzia stampa Wafa. Non si può escludere, dunque, che si tratti di un’operazione dei media vicini alla Fratellanza musulmana (e di riflesso pro-Hamas) per mettere in difficoltà la leadership di al-Fatah al comando dell’ANP e anche dell’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina).

Quale che sia la verità su questa piccola ma significativa vicenda mediatica, quel che sembra certo è che la questione palestinese è ormai così marginale negli interessi degli attori locali e internazionali coinvolti che il momento per nuove annessioni da parte dello Stato ebraico potrebbe essere giunto per davvero. Le conseguenze potrebbero essere devastanti non solo per i futuri equilibri politici interni, dato lo scollamento sempre più marcato tra la giovane popolazione palestinese e una leadership ancorata a modelli veterosocialisti e panarabi, ma anche e soprattutto per la vita quotidiana della gente comune. Quello che è attualmente in Cisgiordania lo scenario di un arcipelago di territori palestinesi senza alcuna continuità territoriale rischia di diventare una realtà ancora più frammentaria e difficile da affrontare nelle quotidiane dinamiche di lavoro, studio e vita vissuta.

 

Immagine: Veduta di un insediamento ebraico in Cisgiordania. Crediti: Evanessa / Shutterstock.com

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