27 febbraio 2019

Israele sulla Luna: la tecnologia come strumento di politica estera

Può un Paese con meno di 10 milioni di abitanti puntare alla Luna? Israele sta per dimostrare che sì, è possibile. L’Agenzia spaziale israeliana ha appena lanciato da Cape Canaveral il modulo di atterraggio automatico Bereshit (Genesi) sospinto da un razzo Falcon 9 della Space X, azienda di Elon Musk. Se la missione avrà successo, Israele sarà il quarto Paese al mondo ad aver inviato un proprio mezzo sul satellite, dopo Unione sovietica (il cui ruolo è stato in larga parte ereditato dall’attuale Federazione russa), Stati Uniti e Cina e batterà al fotofinish l’India, il cui progetto spaziale è ancora ostaggio di problematiche interne e rallentamenti. Il compito di Bereshit sarà quello di effettuare rilevazioni sul campo magnetico lunare.

Il lancio della sonda è figlio del recente rinnovato interesse per i viaggi verso la Luna, questa volta da parte di soggetti privati. L’utilizzo del Falcon 9 nella missione sarà infatti un importante test per l’azienda di Elon Musk per verificare la fattibilità di viaggi spaziali per un turismo extralusso. Ma non è il solo ambito in cui il settore privato ha giocato un ruolo decisivo in questa missione. Lo stesso progetto è nato nel 2011 proprio in risposta ad un bando promosso da Google con l’obiettivo di finanziare con 30 milioni di dollari il lancio di un robot sul suolo lunare. Il bando si concluse in un nulla di fatto, ma dette il via alla fondazione della società SpaceIL, organizzazione privata israeliana che ha portato avanti il progetto grazie anche a una stretta collaborazione tra soggetti non solo israeliani per arrivare allo stanziamento dei quasi 100 milioni di dollari resisi necessari per il lancio della sonda: un importo decisamente basso per un viaggio lunare. Quello fornito dai soggetti privati è stato un apporto dal valore simbolico oltre che economico, con la Arch Mission Foundation, organizzazione no profit per la salvaguardia del patrimonio culturale dell’umanità, che ha fatto inserire all’interno della sonda un database da 30 milioni di pagine e una capsula del tempo.

Nonostante lo slancio iniziale sia venuto da privati, il progetto è stato pienamente sposato dall’Agenzia spaziale israeliana – le cui competenze sono state decisive nella progettazione e costruzione della sonda lunare – e, infine, dallo stesso governo di Gerusalemme. La missione ha infatti assunto una forte componente simbolica per Israele. Benjamin Netanyahu ha presenziato al lancio del razzo da Cape Canaveral, e all’interno della sonda sono presenti diversi oggetti testimonianza della cultura ebraica, a partire da un dischetto contente l’intero testo della Torah. Dimostrare al mondo di essere in grado di raggiungere la Luna rappresenta un traguardo per un Paese che da anni punta sul potenziale scientifico e tecnologico per compensare le dimensioni ridotte e potersi affermare in ambito internazionale. Non a caso il primo ministro israeliano, commentando il lancio, ha parafrasato le famose parole pronunciate da Neil Armstrong durante il primo sbarco dell’uomo sulla Luna: «questo è un grande passo per Israele, ma un enorme passo per la tecnologia israeliana».

Il rapporto di Israele con la tecnologia risale sino al momento della sua fondazione. Una buona parte del clamoroso successo ottenuto dalle forze israeliane durante le prime guerre arabo-israeliane è dovuto a un arsenale militare tecnologicamente superiore, fornito principalmente da Stati Uniti e da altri Paesi del blocco occidentale, rispetto a quello degli eserciti arabi, proveniente perlopiù da forniture sovietiche. Nel corso di questi primi decenni della storia di Israele la preminenza tecnologica ha significato innanzitutto supremazia in campo militare. Per tale ragione i governi israeliani hanno fortemente investito in tecnologie per la sicurezza. Oggi, Israele è nota per essere tra le principali fornitrici di tecnologie militari avanzate nel mondo, e questa sua unicità viene spesso utilizzata per intrecciare collaborazioni e alleanze. Da componente prettamente difensiva, le capacità scientifiche del Paese in campo militare sono quindi diventate un fattore di proiezione dell’ascendente israeliano.

Spesso la tecnologia bellica costituisce l’anticamera di quella civile. Gli ingenti (se rapportati alle dimensioni) investimenti governativi di Israele nel campo delle tecnologie militari hanno nel tempo favorito lo sviluppo anche delle tecnologie “civili”. Un campo noto, dovuto alle caratteristiche fisiche del territorio d’Israele, è naturalmente quello agricolo, le cui innovazioni hanno consentito di rendere fertili terreni semidesertici. Anche nel caso delle tecnologie civili notevole è l’applicazione di un modello di partnership pubblico-privato che si è rivelato vincente.

Oggi, Israele è famosa per essere una “start up nation”, appellativo frutto dei numerosi successi delle aziende tecnologiche israeliane. Successo che il governo di Gerusalemme intende utilizzare appieno come asset per consolidare le posizioni del Paese su vari scenari internazionali. Spesso le operazioni commerciali da parte di aziende e start up israeliane nel mondo costituiscono un apripista non solo economico, ma anche politico e diplomatico. Lo stesso personale diplomatico israeliano, sostiene il direttore per l’Innovazione del ministero degli Esteri israeliano Andy David, viene istruito sulle modalità migliori per raccontare il potenziale tecnologico del Paese come elemento di attrattività per lo Stato presso cui stanno operando.

L’appeal del know-how tecnologico ha consentito in diverse occasioni al governo israeliano di stringere relazioni con Paesi al di fuori dalla cerchia tradizionale dei suoi alleati. Un risultato notevole per una nazione la cui posizione internazionale è sempre messa in discussione dal feroce conflitto con i palestinesi e con una grandissima parte del mondo islamico. L’avanguardia israeliana nel comparto agroalimentare ha consentito di stringere intensi rapporti con il Vietnam, storicamente agricolo e in forte fase d’espansione economica, collaborazione che ha presto assunto una connotazione anche nel campo della difesa.

Tornando alla missione di Bereshit, il Falcon X9 in questo momento non sta solo spingendo la sonda israeliana sulla Luna, ma sta anche trasportando un satellite indonesiano per le telecomunicazioni. Un risultato che forse sta passando in secondo piano rispetto a quello ottenuto dagli israeliani, ma che incarna le ambizioni dell’Indonesia, Paese emergente deciso a voler dire la sua anche in ambito tecnologico. Un aspetto che Gerusalemme intende utilizzare anche per superare intuibili difficoltà di natura religiosa che rendono spesso tesi i rapporti tra le due nazioni. Nel corso di una conferenza religiosa e di fronte a un gruppo indonesiano di cristiani, Netanyahu ha espresso la volontà di stabilire relazioni eccellenti con l’Indonesia. I presupposti non mancano: il grande Paese del Sud-est asiatico intende modernizzarsi nel più breve tempo possibile e la sua recente crescita economica fa sì che abbia i capitali da investire. Israele, d’altra parte, vanta quelle esportazioni in alta tecnologia tanto desiderate dal mercato e dallo Stato indonesiano. Se le forze di ispirazione multietnica e laica dell’Indonesia riusciranno a tenersi stabili al comando della direzione politica e culturale del Paese, respingendo le forti pressioni provenienti dalle formazioni legate all’islamismo politico, le possibilità di una partnership tra i due Stati potranno essere robuste.

Farsi amico il più grande Paese a religione musulmana del mondo costituirebbe un ulteriore passo in avanti nell’obiettivo strategico di Israele di mutare in parte la natura del conflitto con i palestinesi: da conflitto religioso (islam vs ebraismo) a disputa di carattere squisitamente regionale. Un obiettivo che da tempo Gerusalemme sta perseguendo cercando l’amicizia di altri Paesi di religione musulmana ma non di etnia araba. Anche in questo caso, la tecnologia israeliana si è rilevata uno strumento eccezionale nel poter raggiungere gli scopi previsti dall’agenda politica israeliana.

Una partnership ormai storica e alquanto particolare nata grazie anche al comparto tecnologico israeliano è quella tra Israele e l’Azerbaigian, il più grande dei tre Paesi caucasici, affacciato sul Mar Caspio e ricco di giacimenti di idrocarburi. Alcune premesse storiche e culturali hanno certo favorito quest’amicizia. L’Azerbaigian è a maggioranza musulmana sciita, ma ha ospitato per secoli una forte comunità ebraica, la cui diaspora in Israele ha creato diversi punti di contatto all’interno dei rispettivi Paesi. L’esperienza sotto il regime sovietico ha inoltre fatto sì che l’Azerbaigian conservasse forti elementi di laicità. Fin dagli inizi dell’indipendenza, nel 1991, a seguito del crollo dell’Unione sovietica, il neonato governo di Baku ha subito cominciato ad acquistare armi israeliane. Un’esigenza dettata dal conflitto allora in corso con l’Armenia, i cui strascichi sono ancora vivi oggi. Attualmente l’Azerbaigian è il terzo importatore d’armi israeliane al mondo, e la relazione tra i due Paesi è forse una delle più solide su cui Gerusalemme può contare in questo momento.

Israele ha bisogno di contare su una strategia diplomatica agile. Sotto questo aspetto, affidarsi all’evoluzione tecnologica come volano per stabilire nuove reti di alleanze sembra essere il metodo perfetto, considerate le potenzialità a disposizione del piccolo Paese mediterraneo. È il know-how a disposizione della ricerca israeliana a rendere così appetibile Gerusalemme quale potenziale partner tecnologico agli occhi degli altri Paesi. Ed è su questo punto che senza dubbio Israele punterà a sviluppare la sua strategia diplomatica flessibile cercando nuovi accordi internazionali. Il lancio di Bereshit potrebbe costituire il via all’utilizzo dell’eccellenza tecnologica israeliana in ambito spaziale quale strumento per garantirsi supporto e amicizia da parte del più gran numero di grandi potenze mondiali, consolidate e soprattutto emergenti.

Israele potrebbe infatti esternalizzare le sue competenze a vantaggio dei programmi spaziali verso Paesi con grandi fondi da investire, ma con poca esperienza nel settore. Non solo l’Indonesia, ma anche India (altro partner strategico storico per Gerusalemme) e Brasile potrebbero essere potenziali partner intenzionati ad accedere alle competenze israeliane per rilanciare i rispettivi (e assai ambiziosi) programmi spaziali. Persino L’Agenzia spaziale europea sembra voler contare sull’apporto israeliano per poter inviare una propria sonda sulla Luna.

In un’ottica di difesa nazionale potrebbe apparire bizzarro come un Paese così tanto preoccupato per la propria sicurezza quale Israele sia tanto ben disposto a condividere le sue innovazioni, anche in settori criticamente legati al comparto militare (l’industria aerospaziale ovviamente rientra nella categoria) quale mezzo per tessere buoni rapporti in giro per il mondo. Allo stato attuale, i risultati ottenuti in ambito diplomatico sono stati più che incoraggianti. Resta da vedere, nel corso del XXI secolo, se l’immagine prevalente che Gerusalemme vorrà dare al resto del mondo sia quella legata alla sua unicità ebraica, oppure quella della “start up nation”, un vero e proprio laboratorio formato nazione disposto a mettere le proprie scoperte al servizio del resto della comunità internazionale. Una scelta che con ogni probabilità sarà decisa da chi delle due anime sociali di Israele riuscirà a prevalere tra quella laica, progressista e legata ai cluster tecnologici che ruotano intorno a Tel Aviv da un lato, e quella tradizionale e religiosa intenzionata a consolidare l’elemento ebraico di Israele come fattore fondante dall’altro.

 

Crediti immagine: Dmitriy Feldman svarshik / Shutterstock.com

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