8 aprile 2020

L’Africa di fronte all’emergenza Covid-19

Il continente africano è stato colpito finora in misura minore rispetto ad altre aree del mondo dall’epidemia Covid-19, ma l’allarme è alto perché le conseguenze della diffusione del contagio potrebbero essere drammatiche in termini umanitari e creare inoltre nuovi squilibri a livello globale. A fronte di un’epidemia che ha coinvolto quasi 1,5 milioni di persone nel mondo, con una grossa concentrazione negli Stati Uniti, in alcuni Paesi europei (Italia, Spagna, Francia, Germania e Regno Unito) e in Asia (in particolar modo in Cina, Iran, Corea del Sud e Giappone), in Africa lunedì 6 aprile erano stati riscontrati 9.198 casi positivi di Covid-19 distribuiti in 51 Paesi, e si erano verificati 414 decessi. Dati estremamente ridotti rispetto alla dimensione che ha assunto globalmente la pandemia; non bisogna però dimenticare che i contagi sono praticamente raddoppiati rispetto alla settimana precedente.

 

Le nazioni più colpite sono il Sudafrica con 1.749 contagiati e 13 morti, l’Algeria con 1.468 contagiati e 193 morti, l’Egitto con 1.450 contagiati e 90 morti e il Marocco con 1.184 e 90 morti. Per arginare la situazione prima di un’eventuale esplosione del contagio, il 3 aprile si è tenuta su iniziativa del capo dello Stato sudafricano Cyril Ramaphosa, presidente di turno dell’Unione Africana, una videoconferenza di leader di diversi Paesi, a cui hanno partecipato Egitto, Etiopia, Kenya, Mali, Repubblica Democratica del Congo, Ruanda, Senegal, Zimbabwe; ospiti anche il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus e il presidente francese Emmanuel Macron. Alla base c’è un tentativo di elaborare una strategia continentale per fare fronte all’emergenza coordinando le azioni di contrasto in termini sanitari, di mobilità e di sostegno all’economia. In concreto, anche una richiesta all’FMI di aumentare la disponibilità dei Diritti speciali di prelievo e una rinegoziazione del debito. Inoltre, l’Unione africana ha chiesto la rimozione immediata delle sanzioni imposte a Zimbabwe e Sudan, per favorire anche in quei due Paesi la lotta contro il Covid-19.

 

Il 6 aprile sono stati diffusi anche i contenuti di un documento, prodotto dall’Unione africana, che affronta il tema dell’impatto dell’epidemia sull’economia del continente. In questo documento si analizzano due possibili scenari, uno più ottimista, che prevede un esaurirsi a livello globale in tempi relativamente brevi della pandemia, che lambirebbe soltanto il continente africano. L’altro scenario disegna invece una pandemia complessivamente più duratura e un coinvolgimento pieno dell’Africa, che a causa delle sue difficoltà strutturali porterebbe l’epidemia a protrarsi più a lungo. In questo caso gli effetti sull’economia africana sarebbero notevoli, anche a causa di alcune debolezze di fondo. In primo luogo la sproporzione fra crescita demografica e sviluppo dell’occupazione, l’assenza di una consistente struttura industriale, il debole sviluppo del commercio interno al continente, l’eccessiva dipendenza dall’esportazione di materie prime. Inoltre, non dobbiamo dimenticare che i Paesi più sviluppati economicamente dell’Africa (Nigeria, Sudafrica, Egitto, Algeria e Marocco) producono oltre il 60% del PIL africano e che la loro economia è fortemente condizionata dal turismo e dalla vendita di materie prime, settori già in difficoltà a causa dell’epidemia. 

 

Le preoccupazioni principali però in questo momento riguardano l’aspetto sanitario e umanitario. Molti Paesi sono dotati di sistemi sanitari fragili o già logorati da conflitti, carestie o dalla presenza di altre malattie endemiche, come tubercolosi, malaria, colera o HIV. La presenza di conflitti armati rende difficile in alcune situazioni organizzare azioni di prevenzione sanitaria sul territorio: a marzo in Burkina Faso ci sono stati scontri armati che hanno causato 43 morti e in Ciad, al confine con la Nigeria, in un attacco del gruppo armato Boko Haram sono stati uccisi 92 soldati. Sono situazioni che incrementano il numero delle persone in fuga e rendono complesso il controllo del territorio.

 

In questo difficile contesto, molti Stati hanno intrapreso misure di prevenzione simili a quelle già adottate in Europa. Il Sudafrica, il Ruanda e il Kenya hanno chiuso le frontiere, limitato gli spostamenti e introdotto misure di distanziamento sociale. L’emergenza sanitaria rappresenta però, secondo molti osservatori, anche un’ottima occasione per consolidare i poteri esistenti e favorire tendenze autoritarie. In Guinea è scontro sulle misure del governo: le opposizioni contestano la riforma della Costituzione, che è stata approvata da un referendum il 22 marzo ed è entrata in vigore lunedì 6 aprile, che potrebbe consentire al presidente Alpha Condé di rimanere in carica per un ulteriore mandato. Il 26 marzo è stata promulgata l’emergenza nazionale; a causa dell’epidemia, che fino ad allora si era manifestata con 5 contagiati, sono state chiuse scuole e università e imposti limiti alla mobilità. Le opposizioni accusano il presidente di sfruttare l’epidemia per imporre una svolta autoritaria in un momento in cui l’attenzione è concentrata su altri fronti.

 

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