06 marzo 2013

L’America latina piange il leader venezuelano

Che la fine fosse ormai questione di giorni o di ore lo aveva fatto capire il neo rieletto presidente dell’Ecuador, Rafael Correa, quando recentemente si era lasciato andare a un endorsement a Nicolás Maduro, vice presidente della Repubblica Bolivariana del Venezuela, il delfino designato dallo stesso presidente Chávez come candidato del partito di governo alle presidenziali che lo stesso Chávez sapeva si sarebbero tenute di lì a poco. Non ha quindi colto di sorpresa le cancellerie e gli appassionati di quel mondo la notizia battuta martedì notte dalle agenzie. Il Venezuela e l’America latina piangono il presidente dei poveri, l’interprete sublime della latinoamericanità romantica e vecchio stile - fatta di realismo magico e di moltitudine che fa la storia - l’icona del riscatto di un continente e il simbolo dell’orgoglio latino. Primo meticcio a governare il Venezuela, lascia un’impronta indelebile e il cordoglio che si esprime da San Paolo a Quito e da La Paz a Buenos Aires è autentico e accorato. Una Presidenza, quella dell’ex comandante Hugo Chávez, durata 14 anni, fatta di luci e di tante ombre ma figlia in ogni caso della storia, per alcuni versi anomala, del paese. Mentre i vicini sperimentavano le atrocità delle dittature militari, in Venezuela un accordo sottoscritto dalle principali forze politiche (Acción Democrática e Copei) fissava alcune regole condivise a difesa dello stato democratico: libere elezioni e diritto a governare per il partito maggioritario, difesa della Carta costituzionale e programmi di governo largamente condivisi. Il sistema reggerà per 40 anni in una situazione di sostanziale stabilità istituzionale e in un clima di relativo consenso e di benessere. Covavano tuttavia i tanti effetti collaterali che il Venezuela pagherà e paga ancora a caro prezzo: con l’aumento del prezzo del petrolio negli anni ‘70, l’uso privato di risorse pubbliche, la corruzione, le collusioni tra politica e affari, la creazione d’imprese parastatali inefficienti e corrotte diventano terreno di scambio e di acquiescenza per le classi dirigenti. Le enormi masse di esclusi e diseredati, sempre più poveri in un paese che naviga sull’oro nero, identificano nei partiti corrotti, di governo e di opposizione, l’obiettivo del loro risentimento, della loro rabbia e della loro protesta. Si aprono inevitabilmente ampi spazi alla propaganda rivoluzionaria di Chávez che ha gioco forza e un terreno molto fertile a contrapporre alla ricchezza smodata della classe politica la povertà in cui versa al contrario la gente comune. La macchina partitocratica corrotta e collusa diventa l’obiettivo di una campagna fondata tutta sul discredito e sull’inadeguatezza. Nel 1992 un colpo di stato ordito dallo stesso Chávez per rovesciare con la forza il sistema fallisce ma le basi per l’ascesa politica del militare sono ormai gettate. E’ già un idolo delle folle e un punto di riferimento carismatico per quanti vedono in una palingenesi della classe dirigente la soluzione di tutti i mali. Si dovranno attendere solo sei anni perché il progetto trovi una sua espressione istituzionale e costituzionale attraverso la scelta della rappresentanza elettorale. Nel 1998 si arriva pertanto alla prima presidenza. I partiti tradizionali crollano miseramente di fronte a un leader che appare come l’outsider, colui che spazzerà via la partitocrazia venezuelana e rifonderà il paese. Una vittoria fin troppo annunciata, la sua, che ha il propellente in una crisi economica sfociata in una profonda crisi sociale e della stessa tenuta democratica. Un’uscita “popolare” e populista, si dirà, ai colpi inferti dalla crisi delle istituzioni e della rappresentanza come il paese li aveva sperimentati fino a allora. Ma non è tutto perché se Chávez fosse solo la risposta a questo desiderio di rottura con la vecchia classe dirigente e a questa speranza di cambiamento non si spiegherebbe il suo permanere al potere per 14 anni. A ben vedere, infatti, egli riesce dove gli altri leader politici non erano mai riusciti: dare una identità sociale ai tanti poveri e diseredati del Venezuela, un paese razzista, classista e profondamente disuguale; far sentire i poveri e gli esclusi parte di un progetto condiviso di trasformazione del Paese; inventare e trasmettere un’epica collettiva di riscatto sociale emisferico che ha le sue origini in un Simón Bolivar mitizzato e trasfigurato. C’è poco Mariategui o Gramsci – di cui il nostro si diceva, ahinoi, un cultore – nella narrativa del potere. C’è, in ogni caso, il leader che si identifica con il collettivo, con il suo popolo e solo a lui risponde in una unione mistica che non ha bisogno di intermediazioni. Con il governo bolivariano arrivano i programmi sociali “las misiones” che sostengono il reddito delle classi più povere con sussidi e strutture di appoggio. Arrivano i medici cubani lì dove mai si era visto un presidio ambulatoriale. Arrivano i servizi primari, le fogne e le scuole. Arriva un senso di cittadinanza attiva e di partecipazione sociale. Il “barrio”, il quartiere, prende vita con i tanti soldi che il governo trasferisce e che sono spesi, male, dalla neo borghesia bolivariana (la “boliborghesia”). Poco è cambiato, tuttavia, nella struttura produttiva del Paese in questi 14 anni. Il Venezuela resta dipendente dall’export di petrolio (che pesa per il 90% del Pil) e risente enormemente della volatilità del suo prezzo, con la conseguenza che il governo appare incapace di programmare uno sviluppo sostenibile e di medio termine. Si importano beni per l’80% del consumo interno, dal latte alla carne. Una situazione insostenibile. Con la morte di Chávez si chiude forse un’epoca. Adesso maggioranza e opposizione devono seguire il percorso indicato dalla Costituzione, senza forzature. Si torni, quindi, al voto e sia ancora una volta il popolo venezuelano a decidere del proprio futuro. Le notizie che parlano dell’esercito schierato a difesa della democrazia non ci paiono il migliore avvio di un processo di transizione che sarà senza dubbio complesso e articolato. Speriamo di sbagliare. Le sfide per il nuovo presidente sono immense e non riguardano soltanto la sfera economica. A livello di tessuto e tenuta sociale, infatti, il Paese appare frammentato e diviso, fortemente polarizzato tra fautori e detrattori del processo bolivariano. C’è quindi da ricostruire uno spirito di unità nazionale che faccia sentire tutti i venezuelani parte di una stessa comunità orientata verso il bene comune. La classe dirigente è attesa da un arduo compito e crediamo non vorrà farsi trovare impreparata di fronte alla sfida che la storia le pone. C’è, infine, un tema di democrazia e di assetto istituzionale del paese: gli organismi intermedi sono stati profondamente depotenziati e esautorati a tutto vantaggio di un rapporto organico e diretto tra presidente e elettori. Questa assenza di mediazione istituzionale che riguarda organi dello stato, partiti e ministeri pone un problema di confusione costante di ruoli tra chi governa e chi controlla. Un assetto democratico più maturo sarebbe necessario e auspicabile. Saranno questi i temi dell’agenda politica su cui dovrà cimentarsi il nuovo esecutivo. La costituzione prevede, infatti, che si torni al voto entro 30 giorni. Maduro a oggi è il candidato del partito di governo mentre l’opposizione ancora non ha annunciato se ci sarà la conferma di Henrique Capriles Radonsky che lo scorso 7 ottobre era uscito dalla competizione per le presidenziali contro lo stesso Chávez con un ragguardevole 45% di consensi (6 milioni e 200mila voti).


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