28 giugno 2018

L’Europa secondo il Gruppo di Visegrád

28 e 29 giugno: dopo confronti e scontri, prese di posizione e tentativi di mediazione, i nodi vengono al pettine. E da come questi nodi saranno sciolti, arriverà qualche indicazione sul futuro che attende l’Europa, sempre che di futuro si possa concretamente continuare a parlare. Oggi e domani, i capi di Stato e di governo degli Stati membri dell’UE si riuniscono a Bruxelles per un Consiglio europeo da tempo atteso. Si parlerà di economia e finanza, di fiscalità e innovazione, nonché della futura gestione del quadro finanziario pluriennale dell’Unione; si analizzeranno i passi in avanti compiuti nel negoziato sulla Brexit e si affronteranno i temi della sicurezza e della difesa in vista del vertice NATO di luglio; ancora, si discuterà della riforma dell’Unione economica e monetaria. Tutti temi nevralgici, oscurati però nel dibattito pubblico dalla questione migratoria. Dimensione interna ed esterna delle migrazioni, compresa la riforma del sistema europeo comune di asilo e dunque – di fatto – anche la revisione del regolamento di Dublino: è su questo che i vertici europei sono innanzitutto chiamati a confrontarsi durante il summit, cercando di trovare una sintesi che per molti appare difficile da raggiungere.

Per un corretto inquadramento della situazione, è indispensabile partire dalla cornice politica generale che si sta delineando nel Continente: come ha osservato su questo magazine Nicolò Carboni, l’asse franco-tedesco, i cui orientamenti hanno tradizionalmente prevalso sulla scena europea, sta infatti vivendo un momento di crisi, a causa di forti pressioni – soprattutto interne – che finiscono per indebolire le leadership di Berlino e Parigi. In questa fase di parziale rimescolamento delle carte, i Paesi del Gruppo di Visegrád stanno dunque cercando di consolidare il loro ruolo in Europa e di far sentire il loro peso come blocco unitario, trovando un validissimo elemento di supporto nelle pulsioni conservatrici e sovraniste che stanno attraversando l’Unione. Il gruppo, formato da Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria, presenta in realtà posizioni molto più articolate e variegate di quanto non appaia a una prima analisi; tuttavia, soprattutto con riferimento ai temi del controllo e del contenimento dei flussi migratori, tende a mostrare il più possibile la sua compattezza. Autentico frontman del gruppo, per quanto la presidenza segua il criterio della rotazione tra gli Stati membri, è il primo ministro magiaro Viktor Orbán, più volte al centro dell’attenzione per le sue crociate antimigranti – da ultimo con gli emendamenti costituzionali che impongono severe restrizioni all’accoglienza – e per la missione quasi ecumenica di difensore dei valori cristiani dell’Europa di cui si è autoinvestito.

Con l’esplosione della crisi migratoria nel corso del 2015, la posizione dei governi di Budapest, Praga e Bratislava è stata da subito chiara: mai il blocco dei Paesi avrebbe accettato i meccanismi di redistribuzione obbligatoria dei richiedenti asilo e dei migranti in evidente bisogno di protezione internazionale. Tali orientamenti non trovarono subito sponda nell’esecutivo polacco, allora presieduto da Ewa Kopacz del partito politico di centrodestra Piattaforma civica: in quell’occasione, il governo preferì seguire un percorso di collaborazione con Bruxelles e decise di votare a favore del processo di ricollocazione, disallineandosi rispetto agli alleati del blocco e venendo per questo duramente criticato dall’opposizione di destra del partito Diritto e giustizia. Tale forza politica si sarebbe però imposta nelle elezioni di ottobre 2015 e avrebbe portato pochi mesi dopo Varsavia a modificare la propria posizione, rifiutandosi di accogliere i rifugiati a causa dell’assenza di adeguate garanzie nel campo della sicurezza.

La posizione dei Paesi di Visegrád sul fenomeno migratorio – rimasta complessivamente stabile nel corso degli ultimi anni – è oggi rintracciabile nei più recenti documenti del gruppo, di cui l’Ungheria è stata chiamata a esercitare la presidenza tra il mese di luglio del 2017 e quello di giugno del 2018. Nella loro dichiarazione congiunta sul futuro dell’Europa, redatta lo scorso mese di gennaio, i Paesi di Visegrád hanno ribadito ancora una volta come sia necessario procedere a una netta separazione tra coloro che hanno diritto alla protezione internazionale e i cosiddetti migranti economici, evidenziando che le decisioni più efficaci in materia di politiche migratorie sono state raggiunte per consensus. Dunque, esplicito rigetto delle decisioni adottate a maggioranza e di conseguenza ‘imposte’ agli Stati membri contrari, come quella relativa alla redistribuzione dei migranti a cui Visegrád rifiuta ancora categoricamente di conformarsi. Peraltro tale allocazione – hanno da ultimo dichiarato i ministri dell’Interno del blocco – non risolverebbe il problema, ma produrrebbe ulteriore incertezza e nuovi rischi, collegati agli spostamenti dei richiedenti asilo nel territorio dell’Unione. Secondo Visegrád, è dunque sulla protezione delle frontiere esterne che l’UE dovrebbe concentrarsi, bloccando i flussi di migranti irregolari e pensando al tempo stesso a formule che garantiscano adeguata protezione nelle regioni di provenienza e nei Paesi di transito.

Come procedere però concretamente sul fronte della riforma del regolamento di Dublino? La proposta votata nel novembre 2017 dal Parlamento europeo per l’avvio dei negoziati prevede che il Paese di arrivo non sia più automaticamente il responsabile del trattamento delle domande d’asilo, stabilisce la ripartizione per quote dei richiedenti e contempla limitazioni nell’accesso ai fondi europei come sanzione per i Paesi che rifiutano l’accoglienza. Rispetto a tale base di partenza la Bulgaria, che esercita la presidenza semestrale del Consiglio UE, ha presentato una differente formula orientata al compromesso, ma la bozza ha incontrato le resistenze sia dei Paesi di Visegrád, che la ritengono troppo incisiva, sia dei Paesi mediterranei – Italia in testa –, che la ritengono troppo blanda. Il ministro italiano dell’Interno Matteo Salvini ha comunque evidenziato che con Orbán l’Italia cambierà le regole dell’Europa, per quanto appaia evidente che sul tema migratorio gli interessi di Budapest e Roma siano divergenti.

La situazione non pare poi essere migliorata dopo il minivertice del 24 giugno, ribattezzato ‘il summit per salvare la Merkel’ alla luce delle difficoltà che la cancelliera sta incontrando in patria: forti sono infatti le pressioni esercitate sul tema migratorio dall’alleato bavarese della CSU e dal suo leader, il ministro dell’Interno Horst Seehofer. Al summit, i Paesi di Visegrád avevano già detto di non essere intenzionati a partecipare.

Le prospettive paiono dunque cupe e una vera intesa per una gestione europea del fenomeno migratorio complessa da trovare. La presidenza bulgara si avvia alla conclusione, lasciando spazio a partire dal primo luglio all’Austria. A inizio giugno Vienna ha dichiarato che in assenza di un accordo potrebbe promuovere una ‘rivoluzione copernicana’ europea nel campo delle politiche migratorie. E Kurz ha partecipato come ospite all’incontro dei capi di governo dei Paesi di Visegrád il 21 giugno, ponendo l’accento sull’esigenza improrogabile di un rafforzamento dei presidi alle frontiere esterne. Una chiara anticipazione degli orientamenti della proposta ‘rivoluzionaria’ viennese, che ovviamente al blocco dell’Europa centro-orientale farà piacere.

Gli equilibri politici all’interno dell’Unione potrebbero dunque essere in corso di ridefinizione, ed è per questo che a Bruxelles – a partire da oggi – non si discuterà solo di migrazioni o di budget europeo. La posta in gioco sembra infatti essere la visione stessa del futuro dell’Unione.

 

Crediti immagine: da Kancelaria Premiera. Public Domain Mark 1.0

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