5 novembre 2020

L’Inghilterra del lockdown 2.0

 

Da oggi l’Inghilterra è in quello che la stampa britannica ha definito un “lockdown 2.0”. La principale differenza rispetto a quello svoltosi la scorsa primavera è che le scuole di ogni ordine e grado rimarranno aperte così come i luoghi di lavoro in cui non è possibile sostituire la presenza con lo smart working. Tutti i negozi non essenziali, pub, ristoranti e bar saranno chiusi. Non ci potranno essere contatti tra membri di diversi gruppi familiari e uscire di casa è vietato se non per attività sportiva individuale e per necessità essenziali. Le misure varranno sino al 2 dicembre, quando il Parlamento verrà invitato a prendere una decisione sul futuro in base alla situazione epidemiologica.

 

Abbiamo parlato non a caso di Inghilterra, perché la decisione annunciata domenica dal governo e ratificata ieri sera dalla House of Commons non si applica a tutte le nazioni del Regno Unito. Il governo laburista del Galles, godendo dell’autonomia che è propria delle singole “devolved nations” (Galles, Scozia e Irlanda del Nord) ha optato per il lockdown già dal 19 ottobre con la previsione di uscirne il 9 novembre, mentre la Scozia per il momento ha adottato un proprio protocollo che non prevede l’attuazione di restrizioni severe come quelle previste in Inghilterra. Anche l’Irlanda del Nord aveva introdotto già nelle scorse settimane misure più stringenti rispetto all’Inghilterra, misure valide sino al 13 novembre e che per il momento non vengono adeguate ai nuovi parametri inglesi.

 

Johnson arriva a questa decisione, dopo aver cercato in tutti i modi di scongiurarla, in seguito a dati epidemiologici descritti come drammatici da Chris Whitty e Patrick Vallance (rispettivamente chief medical officer e chief scientific advisor del governo) i quali domenica, nella conferenza stampa che ha annunciato le nuove misure, hanno dichiarato che senza una forte azione di contrasto della diffusione dell’epidemia, le proiezioni di diversi gruppi di epidemiologici prevedevano per la seconda metà di novembre un numero di morti drammatico, con un picco ben più alto di quello fatto registrare durante la prima ondata. E d’altronde i dati reali mostrano chiaramente un aumento esponenziale dei contagi e soprattutto delle morti che sono state 492 nella giornata di ieri e oltre 2.000 nell’ultima settimana.

 

Il SAGE (Scientific Advisory Group for Emergencies, il comitato tecnico scientifico del governo britannico) aveva chiesto un “circuit breaker lockdown” di due o tre settimane già il 21 settembre, proprio per interrompere la catena del contagio ed evitare che si arrivasse a questo punto, una proposta fatta propria anche dal Partito laburista di Keir Starmer. Il Labour proponeva di cominciare il lockdown nell’ultima settimana di ottobre anche per “agganciare” l’half-term, una pausa scolastica di una settimana che si teneva proprio dal 26 al 30 ottobre. Ma il governo ha tentato sino all’ultimo di evitare il provvedimento di chiusura generale, attivando un sistema a zone definito “three tiers system”, con livelli di allerta e restrizioni diverse in base alla condizione epidemiologica delle singole aree geografiche. Un sistema che aveva posto in lockdown una parte consistente del Nord del Paese, generando non poche polemiche con le autorità locali, in particolare con il sindaco di Manchester, il laburista Andy Burnham, che riteneva gli aiuti del governo previsti per l’area metropolitana attorno alla grande città del Nord-Ovest inglese troppo esigua, in questo accompagnato anche da molti amministratori locali conservatori.

 

Le ripercussioni politiche per la decisione di un nuovo lockdown sono duplici. Da un lato il Labour accusa il governo di aver aspettato che la situazione degenerasse troppo prima di prendere una decisione inevitabile e che durerà più a lungo di quanto sarebbe stato necessario a fine settembre, dall’altro Johnson vede montare all’interno del proprio partito e nel Paese una opposizione alle nuove restrizioni. Infatti ieri, in occasione del voto decisivo sulle nuove misure tenutosi in Parlamento, ben 38 parlamentari conservatori hanno votato contro la proposta del governo: questo vuol dire che, potenzialmente, se tutte le opposizioni avessero votato contro, Johnson avrebbe rischiato di perdere la maggioranza nella House of Commons: un segnale indicativo della crisi di leadership che sta vivendo il primo ministro in occasione di uno dei voti più importanti degli ultimi mesi.

 

L’insofferenza per le misure restrittive sta montando anche nell’opinione pubblica e non è un caso che Nigel Farage, di ritorno dal suo tour americano dove ha fatto campagna elettorale per Donald Trump, abbia drizzato le sue sensibilissime antenne politiche e abbia iniziato a cavalcare l’onda anti-lockdown. “L’uomo della Brexit” ha infatti annunciato un “aggiornamento” del suo partito, che non si chiamerà più Brexit Party ma Reform UK e dalle pagine del Daily Telegraph, uno dei principali giornali della destra conservatrice britannica, ha lanciato la sua piattaforma programmatica che trasforma quello di Farage in un partito anti-lockdown.

 

Insomma, non sono giornate facili per Boris Johnson che, con la sempre più probabile vittoria di Joe Biden, vede allontanarsi la prospettiva di un nuovo accordo commerciale con gli Stati Uniti in tempi brevi: sia per una minore affinità politica rispetto a quella con Trump (che aveva definito Johnson il suo alter ego inglese), sia per le ferme dichiarazioni di condanna di Biden e dei democratici sulla gestione del post-Brexit. Non è un caso che Johnson ieri in Parlamento sia apparso piuttosto stanco e preoccupato per una conclusione di 2020 che si preannuncia molto complicata su tutti i fronti.

 

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Immagine: Boris Johnson lascia 10 Downing Street per partecipare alla sessione settimanale delle domande del primo ministro alla Camera dei Comuni, Londra, Regno Unito (4 novembre 2020). Crediti: T Salci / Shutterstock.com

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