16 gennaio 2017

L’Italia torna in Libia

Prima la visita del ministro degli Interni Marco Minniti, poi la presentazione delle credenziali al governo di Fayez al-Sarraj da parte dell’ambasciatore Giuseppe Perrone, pronto ad assumere il suo incarico: due messaggi forti, nell’ambito di una strategia che viene declinata tanto sul fronte della politica interna quanto in una proiezione internazionale, a significare che l’Italia guarda con grande attenzione alla Libia, sua ‘dirimpettaia’ nel Mediterraneo.

È sulla sicurezza che il titolare del Viminale si è concentrato il 9 gennaio nei suoi colloqui con le autorità del governo di accordo nazionale, formatosi nel quadro dell’Accordo politico libico siglato nel dicembre 2015 nella città marocchina di Skhirat e riconosciuto a livello internazionale. Un concetto, quello di sicurezza, che secondo il ministro Minniti va inquadrato nella giusta prospettiva, da intendersi cioè come vero e proprio ‘investimento’ in una dimensione economica e sociale piuttosto che soltanto come impegno alla lotta – comunque imprescindibile – contro il terrorismo e le attività criminali.

C’è poi il tema del controllo dell’immigrazione: è infatti dalle coste della Libia che partono tantissimi dei barconi – spesso fatiscenti – che carichi di migranti solcano il Mare nostrum, lungo le rotte di quel Mediterraneo centrale che ha inghiottito le vite di migliaia di persone speranzose di raggiungere l’altra sponda. In questo campo, come nel contrasto al traffico di esseri umani, Roma e Tripoli hanno espresso la volontà di uno sforzo congiunto, concordando un progetto di memorandum d’intesa. C’è poi l’impegno ad affrontare insieme problemi come quello del contrabbando e quello assai rilevante della protezione dei porosi confini libici, in particolare quelli meridionali, ‘porta d’accesso’ al Paese per i migranti dell’Africa subsahariana che premono verso nord nel tentativo di arrivare sulle coste mediterranee e partire alla volta dell’Europa.

Per tutte queste iniziative, che per l’Italia hanno un peso fondamentale innanzitutto in prospettiva di politica interna, sarà fondamentale il contributo dell’ambasciata di Tripoli, luogo che – sottolineano dal Viminale – costituirà il ‘centro di coordinamento principale’ dei vari progetti discussi.

Ed è qui che la dimensione di politica interna – connessa al controllo dei flussi migratori – si salda con quella di politica estera: l’Italia è infatti il primo Paese occidentale ad aver riaperto la propria ambasciata nella capitale libica, dimostrando di voler rivestire un ruolo di primo piano nella definizione degli scenari relativi al futuro dello Stato nordafricano. La situazione è però estremamente complessa: ribadendo il proprio pieno sostegno al governo di accordo nazionale come legittima autorità del Paese, l’Italia ha confermato la propria adesione al processo di stabilizzazione della Libia sponsorizzato dalla comunità internazionale, ma sul terreno gli equilibri di forza sono molto articolati. Fayez al-Sarraj – il cui governo è stato peraltro respinto dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk – è al momento assai debole, e in questo senso è lecito chiedersi quanto efficaci potranno essere gli accordi siglati con un’autorità che di fatto non controlla il territorio del Paese.

Alla notizia del tentativo di golpe – con l’occupazione di alcuni ministeri – da parte di uomini vicini all’ex premier islamista di Tripoli Khalifa Ghwell, l’ambasciatore Perrone ha risposto puntualizzando che tutte le sedi istituzionali risultavano operative, ma quanto accaduto testimonia la profonda instabilità che regna ancora sovrana in Libia. Dall’altra parte poi, nell’Est del Paese, c’è la Camera dei rappresentanti di Tobruk, collegata al generale Khalifa Haftar e che continua a rifiutarsi di legittimare il governo di accordo nazionale: la reazione contro l’apertura dell’ambasciata italiana nella capitale è stata durissima, tanto da essere definita una ‘offensiva militare’. Secondo quanto riportato da The Libya Observer poi, un’ulteriore presa di posizione ha riguardato ‘una nave italiana carica di soldati e munizioni’, che Tobruk ha accusato di essere entrata nelle acque territoriali libiche ‘in violazione della Carta delle Nazioni Unite come atto di ripetuta aggressione’.

Dunque, la stabilizzazione della Libia appare ancora lontana, tra fazioni contrapposte, un accordo politico – quello di Skhirat – che finora non ha funzionato e attori internazionali che seguono l’evolversi degli eventi e coltivano le loro ambizioni: tra questi, l’Egitto e la Russia, con quest’ultima che sulla sua portaerei Kuznetsov ha appena ospitato proprio Haftar.

Roma, consapevole dell’importanza strategica della Libia, ha compiuto i suoi passi e si augura di poter essere protagonista nei prossimi mesi. Non solo – ha dichiarato l’ambasciatore Perrone in un’intervista al Libya Herald – nell’area occidentale del Paese, dove insistono importanti interessi economici come quelli dell’ENI, ma in ogni regione, compreso l’Est, valutando la possibilità di trattare con alcuni combattenti.

 


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