6 maggio 2020

L’OMS nella gestione della crisi sanitaria

 

Non sono mancate, durante questa emergenza sanitaria, critiche all’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa della salute e che ha svolto un ruolo di consulenza e di indirizzo a livello globale. Soprattutto ha fatto discutere la decisione del 14 aprile del presidente degli Stati Uniti di sospendere temporaneamente i finanziamenti all’OMS, accusandola di cattiva gestione, di ritardo nel denunciare la pericolosità del virus e di un atteggiamento troppo benevolo nei confronti della Cina e della sua mancata trasparenza nelle fasi iniziali dell’epidemia. Molti osservatori hanno rilevato come le accuse di Trump siano anche un tentativo, nel corso di una campagna elettorale adesso decisamente in salita, di sminuire le proprie responsabilità nella gestione non esemplare della crisi sanitaria negli Stati Uniti. Inoltre, le critiche all’OMS e alla Cina vengono spesso accompagnate da accuse relative all’origine del virus, che sarebbe stato causato, secondo queste ipotesi, da un “terribile errore” accaduto nell’Istituto di virologia di Wuhan. Posizioni ribadite recentemente da Mike Pompeo che però sembrano trovare poco consenso nella comunità scientifica e che sono state ritenute infondate anche da Anthony Fauci, massimo esperto americano di malattie infettive e membro della task force della Casa Bianca.

Sono peraltro in molti a non condividere la gestione di Trump, che ha ribadito durante la sua visita in Arizona del 5 maggio la priorità di far ripartire il Paese a livello produttivo, anche se questo comporterà delle vittime. Ma gli attacchi non vengono soltanto dagli Stati Uniti; durante la crisi, l’OMS ha ricevuto molte critiche, anche in Giappone e in Europa. Tra le osservazioni più diffuse, il ritardo nel denunciare la gravità dell’emergenza, alcune indicazioni pratiche un po’ oscillanti, ad esempio sull’utilizzo delle mascherine, e una sottovalutazione delle esperienze di alcune nazioni come Corea del Sud, Taiwan, Hong Kong e Singapore in generale valutate positivamente per come hanno affrontato l’epidemia.  

D’altra parte, le preoccupazioni politiche sono difficilmente evitabili in strutture sovranazionali come l’OMS, che comprensibilmente cercano di evitare rotture con i Paesi finanziatori e in generale con gli Stati, perché la loro azione di consulenza ha bisogno della collaborazione dei governi. Sul ritardo e sulle accuse di prestare troppo ascolto alla Cina, l’OMS ha preso posizione. Tedros Adhanom Ghebreyesus, direttore generale dell’OMS, ha dichiarato che nella riunione dell’Organizzazione del 23 gennaio gli esponenti della Cina si limitarono a esprimere parere contrario alla dichiarazione di emergenza internazionale, ma non fecero pressioni. Con soltanto dieci casi fuori dalla Cina, molti degli esperti di diverse nazioni ritennero che l’emergenza non era ancora globale anche se poteva diventarlo. E in effetti fu dichiarata tale il 30 gennaio. Va inoltre sottolineato che in occasioni precedenti, per esempio nel 2009 nel caso dell’H1N1, l’OMS era stata accusata di avere causato un eccessivo allarme che aveva spinto i Paesi a spese sanitarie non necessarie, ipotizzando scenari epidemici che poi non si sono verificati. Molti esperti ritengono che i governi dovrebbero fare un esame di coscienza sulle proprie responsabilità nel funzionamento dell’OMS, che sarebbe forse saggio riformare e potenziare, piuttosto che ridimensionare. Le difficoltà dell’OMS evidenziano in generale la complessiva messa in discussione degli organismi sovranazionali in un’epoca di risorgenti nazionalismi, che si manifesta con forza proprio in un momento in cui servirebbe una risposta globale a una minaccia globale come la pandemia. L’egoismo dei singoli Stati, soprattutto dei più potenti e ricchi, sembra invece prevalere.

 

                            TUTTI GLI ARTICOLI SUL CORONAVIRUS

 

Immagine: Tedros Adhanom Ghebreyesus  (15 maggio 2018).  Crediti: ITU Pictures [Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)], attraverso www.flickr.com

 


0