30 agosto 2018

L’ONU denuncia il genocidio dei Rohingya

Un rapporto dell’ONU ha chiesto di istituire un tribunale ad hoc per processarli o di deferire al Tribunale penale internazionale dell’Aia il capo dell’esercito e altri cinque alti comandanti militari birmani con l’accusa di genocidio, crimini contro l’umanità e crimini di guerra perpetrati contro la minoranza musulmana dei Rohingya. La missione ONU era stata concordata nel marzo del 2017 per stabilire le circostanze delle violazioni dei diritti umani da parte di forze militari a partire dal 2011, in particolare nello Stato birmano di Rakhine, confinante con il Bangladesh.

In Myanmar, dopo una serie di regimi militari a partire dagli anni Sessanta, nel 2008 è stata adottata una nuova Costituzione concepita per assicurare all’esercito (chiamato Tatmadaw) un ruolo predominante. Nonostante una serie di riforme in senso liberale introdotte a partire dal 2010 e la vittoria nel 2015 alle prime elezioni democratiche della National League for Democracy (NLD) guidata dalla Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, la carta non è mai stata emendata.

Anche dal punto di vista della composizione etnica e religiosa il Paese presenta complessità: oltre alla maggioranza birmano-buddista, esiste una porzione della popolazione (circa il 32%) appartenente ad altri otto gruppi etnici, divisi dal regime militare in 135 “razze umane”. A coloro che non appartengono a tali razze, indipendentemente dalla loro discendenza o dall’epoca di arrivo nel Paese, non viene riconosciuto uno status legale, poiché, come si usa dire nel Tatmadaw, «benché vivano tra i pavoni, i corvi non possono diventare pavoni»: tra i “corvi” vi sono i Rohingya, un gruppo giunto in Birmania forse al tempo del dominio britannico o, secondo altri, originario proprio dello Stato del Rakhine.

Completamente privi di diritti a causa dello loro stato di apolidi, da decenni i Rohingya sono oggetto di continue persecuzioni. Nel 2012 una nuova ondata di violenza ha indotto il governo a dichiarare lo stato di emergenza, revocato solo nel 2016, ma nell’agosto del 2017 un’azione armata del gruppo radicalizzato ARSA (Arakan Rohingya Salvation Army) ha suscitato una reazione secondo l’ONU enorme da parte dell’esercito, che ha provocato la fuga di oltre 720.000 civili in Bangladesh, dove già ve ne erano altri 200.000.

Mentre l’esercito presenta i ricorrenti scoppi di violenza tra Rakhine e Rohingya come spontanei, per gli osservatori dell’ONU i militari sfruttano programmaticamente tale ostilità per consolidare il proprio potere e rafforzare il proprio ruolo di garanti dell’unità nazionale. Non solo i civili Rohingya sono costretti alla segregazione, a continui arresti, espulsioni, rifiuti alle richieste di rientro nel Paese e a ogni sorta di violenza e tortura, ma vengono fatti anche oggetto – in particolare da parte del Rakhine Nationalities Development Party (RNDP) – di discorsi tesi a istigare l’odio nei loro confronti.

Secondo l’ONU i militari si sono resi complici sia attraverso una propaganda mirata (anche via Facebook, da cui sono stati infatti rimossi alcuni profili), sia attraverso atti di violenza diretti, mostrando una chiara volontà genocida. Ma non solo: l’ONU accusa anche Aung San Suu Kyi di non aver speso la sua autorità morale e politica per impedire le violenze e le autorità civili nell’insieme di avere occultato prove, bloccato indagini e negato la violenza del Tatmadaw.

Bisognerà vedere se sarà possibile soddisfare la pretesa del rapporto di portare i militari di fronte al tribunale, visto che servirà il voto del Consiglio di sicurezza dell’ONU, dove la Cina, che ha interessi nell’area, potrebbe usare il suo potere di veto.

 

Crediti immagine: da John Owens (VOA) (SourceSource article) [Public domain], attraverso Wikimedia Commons


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