2 agosto 2022

L’accordo energetico dell’UE: un ritorno alle origini

 

«Oggi l’Unione Europea ha compiuto un passo decisivo per fronteggiare la minaccia di una completa interruzione del gas da parte di Putin». Così la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, a margine dell’accordo politico raggiunto dai capi dei 27 Stati membri dell’Unione per ridurre in modo ordinato e coordinato il consumo di gas. Dal prossimo mese fino alla fine di marzo 2023, tutti gli Stati membri dell’Unione Europea (UE) si adopereranno per una riduzione volontaria del 15% del consumo di gas. In caso dell’interruzione completa del gas russo, l’Unione Europea potrà dichiarare lo stato d’allerta e rendere obbligatoria questa decisione con effetto immediato, esportando poi il gas risparmiato tra gli Stati membri. Nel frattempo gli Stati sono tenuti a riferire ogni due mesi a Bruxelles i loro piani di risparmio energetico per sostenere così l’azione comune.

L’accordo è in funzione della guerra scatenata dalla Federazione Russa in Europa. Se la sconfitta russa sul fronte settentrionale da parte dell’Ucraina è stata finora determinante, quella sul fronte energetico lo sarà altrettanto se avverrà compiutamente. Nel frattempo, la solidarietà energetica dimostrata dagli Stati dell’Unione con l’accordo del 26 luglio ha una valenza straordinaria per vari motivi, il primo dei quali è ben noto: la potenza della Russia dipende dalla sua ricchezza che a sua volta dipende essenzialmente dalla vendita all’estero di materie prime, anzitutto in Europa. Da qui il principale paradosso della guerra per cui l’Europa foraggia la Russia coi propri acquisti energetici ma nel contempo la isola, sanziona e fronteggia direttamente. L’accordo affronta questo paradosso come questione collettiva, concordando tra gli Stati la messa in stato d’allerta su proposta della Commissione. Ciò rappresenta una svolta se si rammenta che gli interessi nazionali degli Stati hanno finora prevalso sull’interesse collettivo della loro Unione.     

La politica energetica europea decisa in questi giorni riporta per certi versi l’Unione alle sue origini, a quelle radici cooperative poste settant’anni fa agli albori dell’Unione stessa. Fu difatti proprio un accordo sulla gestione comune del carbone e dell’acciaio che istituì la prima Comunità europea, appunto la Comunità europea del carbone e dell’acciaio detta in breve CECA. Se nel 1951 a Parigi furono però solo 6 gli Stati disposti a condividere una politica comune sulle materie prime, nel 2022 a Bruxelles 27 Stati europei hanno concordato tale politica. Non si tratta, con tutta evidenza, di evocare semplicemente il valore simbolico di una connessione col passato bensì di osservare in dimensione storica il significato di una scelta critica attuale. In effetti, se la decisione del 1951 fu determinata dalla fine delle ostilità tra gli Stati europei, quella del 2022 è invece determinata dall’acuirsi dell’ostilità tra europei e Russia. La prima accadde dopo la guerra, la seconda è stata presa durante la guerra. In questo contesto bellico l’obiettivo dell’indipendenza europea dalle forniture russe è una pratica di difesa collettiva che produce un danno crescente alla Russia. Non è un obiettivo commerciale bensì, di fatto, un obiettivo di guerra. Lo è non meno, e forse anche più, di altri obiettivi che la guerra voluta dalla Russia implica per gli Stati d’Europa – Ucraina compresa.

Proprio l’insicurezza collettiva determinata dall’aggressione russa contro l’Ucraina – segnata da crimini di guerra sistematici, saccheggi e deportazioni – ha rigenerato ragioni profonde per la cooperazione europea anche negli ambiti più critici come quello delle materie prime. Per capirne la portata basti considerare un classico problema della cooperazione tra Stati, prodotto dal fatto che essa va certo a beneficio di tutti, ma anche di qualcuno in particolare. In altre parole, la cooperazione reca vantaggi a tutti, ma non in egual misura: li reca in modo relativo, diseguale, qualcuno ottenendo di più e qualcuno meno. Si sa che quando gli Stati si confrontano con la possibilità di cooperare per il bene reciproco sono spesso spinti a concentrarsi sulla ripartizione dei vantaggi, chiedendosi non solo se «guadagneremo tutti?», ma soprattutto «chi guadagnerà di più?». Chi trascura questo fatto, trascura le difficoltà della cooperazione tra gli Stati che si esaltano nei settori critici come le materie prime.

La solidarietà europea, sfidata dalla politica ritorsiva russa e dall’incombere della sua minaccia, affronta proprio questo problema dei vantaggi e cerca di trascenderlo con l’innesco di meccanismi istituzionali cooperativi fondati sulla fiducia reciproca e la comunanza d’interessi e valori. Ciò che tale volontà politica non può eludere è invece la realtà di una sfida straordinaria e in tutti i sensi onerosa, data la guerra in corso in Ucraina, i suoi effetti generali e le tensioni che suscita. Stante questa realtà, la solidarietà europea mostra però una caratteristica specifica che ne rafforza il significato politico. Il fatto è che, date le condizioni attuali, tra i suoi immediati beneficiari non saranno Stati piccoli o deboli, bensì uno degli Stati più forti dell’Unione Europea qual è la Germania. Essa potrà così affrontare in un quadro comune l’errore strategico della sua gravosa dipendenza dalle forniture russe e il problema di un fabbisogno energetico che sarà giocoforza il contraltare di ogni soluzione a tale errore, comunque vada. È anche per questa ragione che una politica energetica comune tra Stati così diversi, eppure considerati pari, merita d’essere chiamata comunque solidarietà.

 

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Immagine: Ursula von der Leyen tiene un discorso in seguito all’annuncio di Gazprom sull’interruzione delle consegne di gas ad alcuni Stati membri dell’Unione Europea, Bruxelles, Belgio (27 aprile 2022). Crediti: Alexandros Michailidis / Shutterstock.com

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