27 novembre 2020

L’allentamento della kafala nei Paesi arabi del Golfo

L’Arabia Saudita ha recentemente ospitato il G20 di quest’anno, sebbene in un’inedita modalità virtuale a causa della pandemia da Covid-19. Durante l’evento Riyad ha annunciato un’importante decisione che potrebbe rivoluzionare la struttura economica del Paese nonché le vite di milioni di lavoratori migranti che vi operano.

Il governo saudita ha infatti dichiarato che intende abolire il sistema della kafala a partire da marzo 2021. La kafala è un’istituzione che regola il mondo del lavoro in molti Paesi arabi ed è accusata da molte associazioni internazionali di essere una forma neanche troppo velata di schiavismo. Nella kafala il lavoratore deve legarsi a uno “sponsor” (kafeel in arabo) che può essere un’agenzia di lavoro, un’impresa o direttamente un cittadino. Sulla carta lo sponsor ha il compito di garantire per il lavoratore, ma nella pratica la kafala conferisce al datore di lavoro un potere pressoché assoluto sul lavoratore, che rimane, in virtù di questo legame, soggetto a pesanti limitazioni alla propria libertà personale. Per esempio, deve ottenere il permesso del suo sponsor per dare le dimissioni o cambiare mansione o per fare operazioni banali quali aprire un conto corrente bancario. I lavoratori non possono neppure lasciare il Paese senza il permesso del loro “sponsor” (la confisca dei passaporti è uno degli abusi più frequentemente legati alla kafala). Nei casi più estremi, allontanarsi dai luoghi designati dallo sponsor può comportare la denuncia e l’arresto per il lavoratore. Per chi lavora in ambito domestico, come le governanti, con le famiglie che fanno direttamente da sponsor, la situazione è ancora più grave. Violenze fisiche e sessuali, segregazione in casa dei “padroni” fino a una vera e propria compravendita tra famiglie locali, anche attraverso le piattaforme di social media, sono state riscontrate e segnalate da diverse associazioni per i diritti umani, internazionali e locali.

La tutela legale da parte dei governi dei Paesi del Golfo è pressoché inesistente, in quanto la kafala è un sistema pensato proprio per tenere i lavoratori stranieri al di fuori del tessuto sociale del Paese, rimettendo interamente alla volontà del datore di lavoro il trattamento dei lavoratori dipendenti. Un fattore che ha dato vita a molti paragoni tra la kafala e la schiavitù e che va a colpire soprattutto i lavoratori non qualificati provenienti da aree povere (Nepal, Bangladesh, Indonesia, Etiopia) e facilmente rimpiazzabili. Tuttavia, casi più sporadici di abusi e violazioni della libertà di movimento si sono verificati anche per lavoratori più qualificati.

In Arabia Saudita si stima che siano circa dieci milioni i lavoratori stranieri soggetti al sistema della kafala, vale a dire quasi un terzo della popolazione complessiva del Paese. Secondo quanto dichiarato dal ministero per le Risorse umane e lo Sviluppo sociale, al posto della kafala verrà introdotto un nuovo sistema per regolare i rapporti tra lavoratore e datore di lavoro. Tra i cambiamenti principali annunciati ci sono la possibilità di lasciare il Paese e rientrarvi senza il permesso dello sponsor (la decisione viene passata alle autorità). I lavoratori potranno inoltre cambiare lavoro e, di conseguenza, sponsor una volta scaduto il loro contratto senza l’autorizzazione del datore di lavoro precedente. Il ministero ha spiegato che questa misura è volta a rendere più attrattivo e dinamico il mercato del lavoro saudita e s’inserisce all’interno della Vision 2030, la strategia di Riyad per la transizione a un’economia non più dipendente dalle risorse energetiche.

Le reazioni di fronte a questa decisione sono state contrastanti. Diverse comunità di migranti hanno accolto con favore tale riforma e diverse associazioni la considerano un primo cambiamento in senso positivo. È il caso della Human Rights Watch che ha espresso il suo favore tramite le dichiarazioni rilasciate dalla ricercatrice senior Rothna Begum. D’altra parte, in molti sono convinti che questa riforma non basterà a cancellare del tutto l’istituzione della kafala. Alcuni ipotizzano addirittura che possa essere poco più che uno specchietto per le allodole, considerando che chi opera nel settore domestico, ossia le persone più soggette agli abusi da parte delle famiglie per cui lavorano, risulta per ora escluso dalla riforma.

Tali perplessità derivano innanzitutto dal fatto che altri Paesi dell’area hanno già formalmente abolito la kafala, senza però che si sia riscontrato un sostanziale miglioramento nelle condizioni dei lavoratori non qualificati. Tra questi Stati vi è il Qatar, la cui forza lavoro è composta per più del 90% da stranieri. Nel settembre del 2020 Doha ha fatto entrare in vigore una riforma che, come quella saudita, prevede la possibilità per il lavoratore straniero di cambiare impiego senza dover ottenere il permesso da parte del suo sponsor nonché un aumento del salario minimo per tutti i lavoratori. Questa misura si unisce a quella del gennaio del 2020 che consente ai lavoratori stranieri in Qatar di uscire dal Paese senza chiedere l’autorizzazione al proprio sponsor. Secondo l’Organizzazione internazionale per il lavoro, questo insieme di azioni ha di fatto smantellato, almeno sulla carta, il sistema della kafala in Qatar.

Tuttavia, non mancano le criticità. Amnesty International, che comunque considera le riforme qatariote come un passo nella direzione giusta, ha dichiarato che sussistono ancora diverse problematiche, dal salario minimo troppo basso al fatto che il datore di lavoro conservi il diritto di rinnovare o cancellare il permesso del soggiorno del proprio lavoratore impunemente. Human Rights Watch, d’altra parte, sottolinea che il datore di lavoro potrà comunque usare strumenti alternativi per tenere sotto scacco i propri lavoratori magari  ritardando o negando il versamento degli stipendi. Tra tutti i Paesi della regione, il Qatar è stato quello più soggetto alle critiche internazionali per le pessime condizioni dei lavoratori stranieri, con centinaia di morti sul posto di lavoro. I mondiali di calcio del 2022 che verranno ospitati dal Qatar hanno portato a ulteriori pressioni internazionali in merito alle condizioni a cui sono sottoposti gli operai addetti alla costruzione degli impianti. Anche Doha ha dichiarato che tali misure si inseriscono nella loro Vision per il 2030. Dei mondiali eccessivamente macchiati dal sangue degli operai potrebbero far saltare i piani qatarioti, ma il governo deve ancora mostrare d’impegnarsi in azioni significative per evitare che tali riforme rimangano inespresse.

Il Bahrain ha dichiarato di aver abolito il sistema della kafala addirittura dal 2009. In realtà, il Paese ha portato avanti negli ultimi anni una serie di timide riforme, come un sistema più flessibile per l’ottenimento dei passaporti nel 2017. Il governo di Manama ha dichiarato che ogni due anni verranno introdotte nuove riforme al fine di rendere sempre più flessibile il mercato del lavoro. Tuttavia, i risultati appaiono ancora modesti.

Senza parlare direttamente di abolizione della kafala, anche gli altri Paesi del Golfo, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Oman, hanno dato il via a varie misure per allentarne gli effetti più nefasti. Nel 2018 il Kuwait ha concesso un’amnistia a tutti gli stranieri “irregolari” senza più un lavoro i quali avrebbero potuto lasciare il Paese senza temere multe e senza essere inseriti nella “lista nera” che avrebbe pregiudicato loro la possibilità di lavorare nuovamente in Kuwait. Gli Emirati Arabi Uniti nel 2016 hanno implementato alcune riforme volte a rendere più semplice il cambio di lavoro, soprattutto per i lavoratori considerati altamente qualificati. Tuttavia, come per l’Arabia Saudita, i lavoratori nel settore domestico (assieme a quello agricolo), sono stati esclusi da queste riforme. D’altra parte nel 2010 l’allora ministro del Lavoro emiratino aveva dichiarato che il Paese intende riformare il sistema senza però abolirlo. L’Oman ha dichiarato che nel 2021 consentirà ai lavoratori di cambiare lavoro senza dover ottenere il permesso da parte dello sponsor e il governo di Muscat ha dichiarato l’intenzione di smantellare la kafala.

Nel complesso i passi fatti dai Paesi arabi del Golfo sono insufficienti, più frutto dell’occasione del momento, magari dal punto di vista internazionale, piuttosto che dovuti a un vero interesse a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori stranieri. Certamente la pandemia di Covid-19 ha portato a un’ulteriore accelerazione, innanzitutto per consentire a migliaia di lavoratori stranieri di lasciare il Paese: scelta presa non certo per spirito umanitario, ma per diminuire i rischi di focolai tra uomini e donne spesso stipati in alloggi sporchi, sovrappopolati e in condizioni igieniche precarie. La contrazione dell’economia ha reso inoltre evidente la necessità di ridurre la forza lavoro. Alle intenzioni governative spesso si contrappongono le iniziative personali di aziende, associazioni e famiglie che fanno da sponsor, le quali hanno tutto l’interesse a trattenere le proprie risorse nel Paese. Questa contrapposizione d’interessi tra governo e sponsor potrebbe aver dato una sferzata all’adozione di misure contro la kafala, se non altro per facilitare la fuoriuscita di forza lavoro non più necessaria.

Del resto, ciò che rende la kafala un sistema tanto immutabile da più di duecento anni, fin da quando l’economia era dominata dalla raccolta delle perle, è il fatto che il lavoratore straniero resti in una condizione costante di temporaneità. La kafala innanzitutto è un’istituzione che mette un muro tra chi viene a lavorare da fuori e la comunità vera e propria. Nonostante ormai quasi la metà della popolazione complessiva della regione sia composta da lavoratori stranieri, i governi arabi del Golfo non hanno particolari preoccupazioni in merito ai possibili tumulti sociali. La ragione sta innanzitutto nel fatto che non c’è alcuna preoccupazione in merito alle modalità d’integrazione di questa marea umana per il semplice motivo che tale integrazione non è neppure in discussione. Per quanto possano migliorare le condizioni lavorative rispetto agli abusi più agghiaccianti, il percorso verso la cittadinanza, così come le effettive possibilità di scalata sociale, resteranno sempre precluse ai lavoratori stranieri. Se quelli altamente qualificati sono “graditi ospiti” che resteranno per qualche tempo contribuendo alla ricchezza del Paese, la manodopera non qualificata non è altro che carburante da immettere o meno nell’economia interna. Il singolo lavoratore non qualificato non è un soggetto preso in considerazione, situazione che spesso non viene contrastata diplomaticamente neppure dai Paesi d’origine dei lavoratori, considerato l’apporto che le rimesse dei migranti hanno in queste economie.

Questo quadro, tuttavia, potrebbe mutare per una serie di fattori. Il passaggio da un’economia monodimensionale a sistema economico a varie sfaccettature è destinato a cambiare anche la società. Allo stato attuale, una robusta fetta dei cittadini veri e propri è impiegata nel settore pubblico, lasciando ai lavoratori stranieri la stragrande maggioranza delle mansioni nel settore privato. Questo elemento, noto anche come “welfare petrolifero” è alla base del contratto sociale tra le autocrazie del Golfo e i cittadini: viene garantito loro un posto sicuro e ben retribuito nell’amministrazione pubblica in cambio di una parte dei profitti generati dall’esportazione di idrocarburi sotto forma di stipendio. Il sistema però già sta cambiando, e la disoccupazione giovanile tra gli “autoctoni” è aumentata negli ultimi anni. La kafala, pertanto, comincia a costituire un problema dato lo squilibrio nel mercato del lavoro tra un giovane cittadino tutelato dalla legge e un lavoratore straniero alla mercé del proprio datore di lavoro. Emerge sempre più l’esigenza d’inserire forza lavoro locale anche nel settore privato e ciò passa anche da una riduzione progressiva della kafala nel regolare il lavoro all’interno di questi Paesi per evitare di trovarsi in casa masse di giovani cittadini arrabbiati e disoccupati.

Non è del tutto erroneo da parte dei governi di Arabia Saudita e Qatar affermare che l’abolizione della kafala rientra nel piano della loro Vision 2030. Un’economia avanzata su vari livelli e sempre meno dipendente dalle fonti energetiche più che di masse di lavoratori non qualificati, avrà bisogno di attirare profili altamente specializzati, in competizione con altri poli d’attrazione globale. La kafala, sebbene applicata nelle sue declinazioni più deleterie perlopiù verso i lavoratori non qualificati, potrebbe comunque scoraggiare i profili di spicco provenienti da tutto il mondo.

Questo aspetto potrebbe portare al rischio di una rivoluzione del mondo del lavoro lungo due direzioni. La prima, rivolta a lavoratori qualificati e ricercati in tutto il mondo, potrebbe vedere effettivamente una totale eliminazione della kafala. Per i lavoratori di base, invece, la prospettiva è che alle misure legali non seguano altrettante misure politiche da parte dei governi. Per molte famiglie locali la presenza di colf è imprescindibile nella cura della casa e dei bambini, data la sostanziale assenza di misure pubbliche di welfare. Allentare la morsa su questa categoria potrebbe quindi portare a un certo scontento da parte della popolazione autoctona.

Una via “etica” nella distruzione della kafala non è del tutto preclusa. Molti attivisti per i diritti umani a tutela dei lavoratori stranieri sono giovani cittadini arabi del Golfo. È plausibile ipotizzare che con il ricambio generazionale, con cittadini sempre più interconnessi al resto del mondo, aumenti anche la consapevolezza verso i diritti fondamentali di questi lavoratori. Si tratta però di un processo culturale lento e graduale: razzismo e stigma sociale sono ancora elementi forti a sostegno degli abusi derivanti dalla kafala per i locali. Ciò che per ora resta certo è che questo sistema e il suo eventuale smantellamento rappresenteranno un elemento chiave nel decretare i destini dei Paesi arabi del golfo nella fase postpetrolifera.

 

Immagine: Lavoratori stranieri a Dubai, Emirati Arabi Uniti (3 dicembre 2013). Crediti: LongJon / Shutterstock.com

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