17 dicembre 2020

L’apporto positivo delle donne nei processi di pace

Il report del segretario generale ONU Women and peace and security pubblicato lo scorso settembre, a 20 anni esatti dalla Risoluzione 1325 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che istituì l’Agenda ‘Donne pace e sicurezza’, assieme ai tanti studi molto documentati sul ruolo delle donne in negoziati di pace che dimostrano inequivocabilmente quanto la loro partecipazione aumenti la sostenibilità e la qualità del processo, squarcia il velo su una delle maggiori contraddizioni dell’evo contemporaneo. Una delle ricerche più avvalorate, ad esempio, basata sull’analisi di 882 accordi raggiunti in 42 conflitti armati attivi nel periodo che andava tra il 1989 e il 2011 evidenzia che le intese che vedono tra i firmatari donne, sono decisamente più durature, provano di essere più implementate e contengono in numero maggiore misure mirate a promuovere riforme con un tasso di attivazione effettiva più alto. Un’altra, condotta su 98 peace agreements raggiunti in 55 paesi tra il 2000 e il 2016, non lascia dubbi sul fatto che gli accordi ottenuti grazie alla partecipazione di donne nelle prime fasi abbiano una maggiore possibilità di contenere tra i punti di implementazione misure dedicate al rispetto di genere e alla costruzione di una società più giusta nel postconflitto. I gruppi di pressione femminili della società civile composti da rappresentanti di associazioni, attiviste, donne impegnate in politica, che offrono un contributo a vario titolo al processo che porta alla firma, risultano strumenti straordinariamente efficaci nel far includere all’interno degli accordi, misure contro la diseguaglianza sociale e il rispetto di genere, la cura dell’infanzia ecc.

Basta dare uno sguardo a Women’s participation in peace processes, sul sito di Council on Foreign Relations, per capire di cosa stiamo parlando. Una marea di esempi, ricerche, case study attestano quanto sia fondamentale la presenza femminile in aree di conflitto in cerca di risoluzione. Uno tra i molti spiega come la partecipazione della società civile, in particolare di organizzazioni femminili, diminuisca del 64% le possibilità che un accordo di pace fallisca. Non basta?

Prendiamo allora i dati della ricerca dell’International peace Institute Reimagining peacemaking: women’s roles in peace processes. Emerge chiaramente quanto la presenza di donne nei processi di pace in qualità di testimoni, firmatari, mediatrici o negoziatrici, aumenti le possibilità che l’accordo regga almeno 2 anni del 20%, che duri stabilmente del 35%.

Se si scorre qualsiasi documento o si opera un minimale fact checking riguardo il reale coinvolgimento di donne nei processi di pace nel mondo, però, si scopre che è incredibilmente residuale. L’indiscutibile evidenza avvalorata dalla scienza su un argomento così delicato quale il perseguimento della pace e della sicurezza resta ampiamente negletta, mentre le sedie di chi si accomoda attorno ai tavoli negoziali del mondo, in un periodo in cui aumentano produzione e vendita di armi (nel 2019 sono stati spesi quasi 2.000 miliardi di dollari per armamenti) e i il numero di conflitti è in crescita costante (sono 70 i Paesi in cui si svolgono uno o più conflitti e circa 900 gli eserciti irregolari, le milizie, i gruppi terroristici o loro spin-off attualmente in azione nel mondo, come mostra il sito Wars in the world), restano saldamente occupate da uomini.

Tra il 1992 e il 2019 la percentuale di donne impiegate come negoziatrici nei processi di risoluzione dei conflitti armati, si attesta su un misero 13%; se si parla di ruolo di mediazione diretta o di presenza femminile tra i firmatari, si scende addirittura al 6%. In sette processi su dieci non si vede neanche l’ombra di una donna nel pool dei mediatori diretti o dei sottoscrittori, a testimonianza di una sostanziale negazione di ruoli di leadership in qualità di negoziatori, garanti o testimoni a dispetto di ogni evidenza. Prendiamo, ad esempio, alcuni dei conflitti più noti al mondo e che perdurano da più tempo nonostante reiterati tentativi di dialogo e riconciliazione, come Afghanistan o Libia: per tutto il 2020 nel primo caso sono state impiegate donne solo al 10% e nel secondo al 20%. Nello Yemen, invece, lo zero assoluto. Sarà un caso che il conflitto continui senza soluzione di continuità da 5 anni? E che dopo la Siria rappresenti una delle tragedie umanitarie contemporanee peggiori?  

Nelle missioni di peace-building o peace-keeping, poi, come, dimostrano vari case study, l’utilizzo di agenti di sicurezza donne risulta fortemente raccomandato. Queste ultime hanno, infatti, accesso a settori della popolazione o luoghi assolutamente preclusi agli uomini e possono, tra l’atro, raccogliere più facilmente intelligence riguardo a rischi potenziali per la sicurezza oltre che favorire relazioni più empatiche verso le comunità locali. Ma nel 2020, su 95.000 peacekeeper dispiegati in missioni ONU le donne sono state il 10,9% delle unità addestrate di polizia e appena il 4,8% dei contingenti militari.

L’analisi dei fallimenti dei processi di pace che utilizzano schemi ripetuti e vetusti, di chiaro stampo sessista e poco innovativi mette in crisi un modello fin dalle sue fondamenta. A disposizione di chi intenda seriamente cambiare e prendere in esame vie alternative esisterebbero numerosi studi che ne suggeriscono molte. Secondo quanto dimostrato dalla ricerca Anchoring the peace: civil society actors in peace accords and durable peace curata da Desirée Nilsson dell’Università di Uppsala, ad esempio, l’inclusione di attori della società civile nei processi di pace ha effetti benefici indubitabili e aumenta la durata. La combinazione di politici e membri della società civile attorno a un tavolo, sempre secondo lo stesso studio, porta con maggiori possibilità alla sigla dell’accordo. L’inclusione di attori appartenenti ai vari strati sociali, conclude, ha un effetto estremamente profondo anche sulle prospettive di pace globale in società non democratiche.

Eppure, società civile e donne, sembrano non interessare i coach delle squadre che andranno a giocare le partite di pace del mondo, il loro posto, al massimo, è in panchina.

La fatica che fanno le donne a guadagnare ruoli di leadership nei campi della politica e della società in genere è proporzionale a quella degli uomini a cedere il passo o almeno a collaborare. Del resto se si guarda il mondo attraverso gli occhi del Women’s power Index stilato dal Council on Foreign Relations c’è poco da sperare: i Paesi con una donna a capo di Stato o del governo sono 21 su 193, 14 quelli che hanno un esecutivo composto almeno al 50% da donne e solo 4 quelli che hanno un Parlamento al femminile almeno per la metà. Di quali altre prove abbiamo bisogno?

 

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