21 settembre 2016

L’ascesa dell’AfD e i timori della Merkel

Una assunzione di responsabilità per la sconfitta, legata tanto a fattori locali quanto a un’innegabile dinamica nazionale di grande rilevanza. Una presa di posizione dovuta, sia come cancelliera che come presidente del partito della CDU, ma anche il formale riconoscimento di una tendenza che si è andata progressivamente radicando e potrebbe rimodulare il funzionamento dell’intero sistema politico tedesco. Infine, una riflessione che lascia trasparire accanto alla delusione una forte amarezza: ‘Se potessi, tornerei indietro di molti anni così da essere più pronta, assieme a tutto il governo e a chi occupa posizioni di responsabilità, per affrontare una situazione che ci ha colti impreparati nell’estate del 2015’. Se non una resa, quanto meno un riposizionamento abbastanza netto rispetto a quel ‘Wir schaffen das’ – ‘Ce la faremo’ – con cui Angela Merkel decise l’anno scorso, nel pieno della drammatica crisi migratoria, di cogliere la sfida dell’integrazione. Fu quella una scelta rischiosa e coraggiosa, che per mesi la cancelliera – convinta di essere ‘dalla parte giusta della storia’ – ha strenuamente difeso; una decisione che, come scrisse il Time giudicandola ‘Personalità dell’anno’, ‘poteva riscattare l’Europa e anche metterla in pericolo, testando l’effettiva capacità di resistenza di un’alleanza nata proprio per evitare che si ripetesse quella violenza che sta consumando il Medio Oriente’.

Il 2016 si è rivelato un anno elettoralmente difficile per il partito della cancelliera, e anche se oggi l’analisi del voto è prevalentemente concentrata su Berlino, gli esiti delle consultazioni nella capitale hanno rappresentato solo l’ultimo di una serie di risultati poco brillanti. Nel mese di marzo, quando si sono tenute le elezioni in tre länder, la CDU è stata prima forza politica soltanto in Sassonia-Anhalt – dove pure ha perso quasi tre punti percentuali rispetto al voto del 2011 – mentre in Renania Palatinato e Baden Württemberg sono stati rispettivamente i socialdemocratici della SPD e i Verdi ad aggiudicarsi il maggior numero di voti. Il dato di maggior peso politico è stato tuttavia la decisa affermazione di Alternative für Deutschland (AfD), soggetto politico nato nel 2013 e guidato oggi, su posizioni marcatamente riconducibili al populismo di destra, da Frauke Petry. Facendo leva sulla diffusa insoddisfazione verso la ‘politica delle porte aperte’, il nuovo partito è riuscito a trasformare il malcontento popolare in un cospicuo bagaglio di voti: così, AfD è risultato il terzo partito in Renania Palatinato (12,6%) e Baden Württemberg (15,1%), mentre in Sassonia-Anhalt è riuscito addirittura a surclassare sia la SPD che la sinistra rappresentata dalla Linke, aggiudicandosi il 24,2% dei consensi e spingendo la CDU a una coalizione aperta ai socialdemocratici e ai Verdi, nella logica di una sostanziale conventio ad excludendum. Nonostante il campanello d’allarme, la Merkel decideva di rimanere ben salda sulle sue posizioni in materia di accoglienza, ribadendo che Berlino avrebbe continuato a perseguire la sua strategia tanto entro i confini tedeschi quanto a livello internazionale.

Nel frattempo, galvanizzato dai risultati elettorali che segnalavano un’importante crescita dei consensi, AfD si riuniva in congresso a Stoccarda il 30 aprile e il primo maggio, duramente contestato dai dimostranti di sinistra che intonavano slogan di protesta per ‘tenere in Germania i rifugiati e cacciare via i nazisti’.

‘Siamo liberali e conservatori. Siamo cittadini liberi nella nostra terra. Siamo convinti democratici’: sono queste le prime parole – introdotte dall’emblematica premessa ‘Siamo cittadini, non sudditi’ – del documento programmatico redatto dal partito alla fine dei lavori, sulla base di una piattaforma dichiaratamente euroscettica, favorevole al pieno ripristino della sovranità nazionale nell’‘Europa delle patrie’ contro il progetto degli ‘Stati Uniti d’Europa’ e orientata alla difesa dell’identità culturale tedesca, in chiara contrapposizione al multiculturalismo. Quanto all’islam poi, esso semplicemente non appartiene alla Germania. Dunque una forza di ultra-destra? Jörg Meuthen, leader del partito insieme alla Petry, preferisce appellarsi all’idea di un ‘conservatorismo moderno’ unito a un ‘sano patriottismo’, e anzi – proprio per respingere le accuse di estremismo – il congresso ha deciso di approvare lo scioglimento della sezione del Saarland per sospetti legami con gruppi neonazisti. AfD è comunque oggi una realtà parzialmente diversa da quella fondata nel 2013 da Bernd Lucke, uscito dal partito nel 2015 dopo lo scontro al vertice con Frauke Petry: pur permanendo infatti il richiamo alle radici anti-Euro che furono alla base della nascita della forza politica, sono le posizioni radicali in campo sociale e sul tema dell’immigrazione che sembrano prevalere in questa fase, anche in virtù della loro innegabile capacità di presa sulla collettività.

L’ascesa di Alternative für Deutschland è stata confermata nell’appuntamento elettorale del 4 settembre in Meclemburgo-Pomerania, il land in cui viene eletta la cancelliera Merkel: qui, in una terra interessata molto marginalmente dal copioso flusso di migranti, AfD è riuscita a conquistare il 20,8% dei voti e a superare ancora una volta la CDU, cedendo il passo solamente alla SPD. Nella cosmopolita Berlino poi, nelle elezioni per il rinnovo del Parlamento regionale il 18 settembre, la nuova forza politica si è aggiudicata il 14,2% dei consensi, pur restando dietro sia ai due maggiori partiti comunque in evidente calo (21,6% per la SPD e 17,6% per la CDU), che alla Linke (15,6%) e ai Verdi (15,2%).

I risultati della capitale – dove il governo della locale Große koalition SPD-CDU non ha lasciato il segno – assumono inoltre particolare interesse guardando la geografia elettorale e la distribuzione del consenso: seguendo quello che era il tracciato del muro simbolo della Guerra fredda, si può infatti osservare che nei quartieri della vecchia Berlino Ovest resistono i partiti tradizionali, con la SPD e la CDU a contendersi il primato, mentre a Berlino Est si alternano spesso al primo posto AfD e la sinistra radicale della Linke, a segnalare una città ancora divisa secondo logiche non del tutto superate.  

Adesso gli occhi sono puntati sulle elezioni federali del 2017, dove AfD aspira a conquistare una sua rilevante rappresentanza parlamentare. Il voto regionale consente comunque di evidenziare alcune tendenze: innanzitutto, come ha osservato il professor Cas Mudde sull’Huffington Post, la Germania sembra orientata verso un più pronunciato multipartitismo, in virtù di un elettorato più frammentato che si distribuisce – con percentuali non trascurabili – su più partiti. Ciò che emerge poi è la generalizzata crisi dei partiti che hanno dominato la scena politica tedesca, a fronte invece di una evidente ascesa di AfD, forte della sua capacità di attrarre un consenso che va dai giovani, all’area del ‘non-voto’ fino ai delusi dei partiti tradizionali. In questo senso – ha osservato Sebastian Fischer in un suo articolo per Der Spiegel – la sfida che AfD lancia ‘a destra’ della Merkel presenta alcune significative similitudini con quella che a metà degli anni Duemila dovette affrontare Gerhard Schröder, a fronte della formazione di un blocco ‘a sinistra’ della SPD che contestava i tagli al welfare operati del cancelliere. Per recuperare terreno, la Merkel – che non ha ancora chiarito ufficialmente se si ricandiderà o meno – dovrà dunque cercare in questi mesi di correre ai ripari, e la marcia indietro rispetto al mantra del ‘Ce la faremo’ – peraltro tutt’altro che sgradita al partito ‘gemello’ della CDU in Baviera, la CSU – pare inquadrabile in tale prospettiva. Chi comunque aveva profetizzato una rapida scomparsa del fenomeno AfD con la fine dell’emergenza migranti, probabilmente dovrà ricredersi. Anche perché l’emergenza migranti pare tutt’altro che prossima alla fine.

 

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